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La lezione di Brasilia

11 Agosto 2023 Rino Genovese  2309

(Questo articolo è stato pubblicato il 10 gennaio 2023)

La prima osservazione da fare su ciò che è avvenuto a Brasilia, domenica 8 gennaio, riguarda il nesso con quanto avvenne negli Stati Uniti il 6 gennaio 2021. Se questo episodio, con il suo golpismo, poteva essere letto (vedi qui) come un caso di sudamericanizzazione della politica nordamericana, l’attacco della folla bolsonarista alle istituzioni democratiche brasiliane è indice, viceversa, della ripresa in Sudamerica di un populismo di destra che va trasformandosi in movimento reazionario di massa. Lo schema appare ormai collaudato: si comincia, fin da molto prima delle elezioni, ad agitare lo spettro del risultato elettorale truccato (vedi qui), e, una volta perse le elezioni di misura (recuperando in parte il distacco anche grazie a questo tipo di propaganda), si passa alla contestazione aperta dell’esito elettorale, gettando un’ombra sulla democrazia in quanto tale e lanciando una mobilitazione prolungata, che acquista poi un carattere insurrezionale. Se di golpismo si tratta, lo è di un genere diverso rispetto a quello che avevamo conosciuto nella seconda metà del Novecento: non il classico colpo di Stato militare, ma la creazione di un crescente stato di tensione. In Brasile però – e ciò rende la cosa molto più preoccupante di quanto accadde a Capitol Hill – la tensione è volta a produrre le condizioni di un pronunciamento militare (Bolsonaro stesso è un ex capitano), mediante quella che, nella conversazione di Mezza con Bivar (vedi qui), è giustamente definita una strategia del caos.

Fin qui le forze armate brasiliane si sono attenute, nell’insieme, a una lealtà democratica per minare la quale è stato organizzato l’attacco alle istituzioni. Lo stesso non può dirsi di una parte delle forze di polizia, la cui compiacenza nei confronti dei devastatori è apparsa invece chiara. Lula, del resto, ha reagito nell’unico modo che gli era possibile: avocando allo Stato federale il controllo di un ordine pubblico che sarebbe spettato alle autorità di Brasilia difendere. La sua è stata una pronta controffensiva. Ma resta la domanda: che cosa potrà accadere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi? La lezione che viene dal Brasile dice che lo Stato democratico ha certamente gli strumenti legali per debellare i conati di fascismo (un paragone con quanto accaduto in Europa negli anni Venti e Trenta del Novecento può essere stabilito, pur con i necessari distinguo), ma la questione di fondo è: su quali forze sociali e politiche ci si appoggia?

Lo spirito di rivolta ha in sé una ineliminabile carica di ambiguità. Va interpretato di volta in volta. L’invasione del palazzo presidenziale nello Sri Lanka, qualche mese fa, ha un significato diverso da quanto accaduto a Capitol Hill e a Brasilia. Lula, presidente in carica, si basa su un’alleanza piuttosto fragile con alcune formazioni centriste, frutto della sua tattica elettorale vincente, ma dispone comunque di un partito nato come un’emanazione delle lotte sindacali e, sia pure attraversato da episodi di corruzione, ancora legato al mondo del lavoro. Nei fatti, e considerando le politiche portate avanti dai suoi governi in un recente passato, siamo dinanzi a una forza tipicamente socialdemocratica. È questo oggi il blocco sociale e politico che si scontra con le smanie golpiste dei bolsonaristi, tra le cui file ci sono componenti del mondo della finanza e dell’economia (anche di quella illegale). La partita si gioca dunque soprattutto sulla capacità del governo di Lula di tenere fede alle speranze che hanno indotto più della metà dell’elettorato a votarlo. Non è immaginabile una vittoria della democrazia, in Brasile, al di fuori di questo quadro sociale ed ecologista, al tempo stesso, se si pensa all’impegno per porre fine alla deforestazione dell’Amazzonia. Un Lula sospeso nel vuoto pneumatico caratteristico della società statunitense, del suo individualismo da cowboy, non sarebbe concepibile.

C’è infine qualcosa su cui occorre riflettere a fondo, in quanto italiani. Nel 2006, il governo Berlusconi perse di misura le elezioni nei confronti di una coalizione di centrosinistra. Il magnate milanese, da par suo, cominciò subito a protestare, la sera stessa dei risultati elettorali, contro i presunti brogli (l’Italia, lo sappiamo, è stata spesso il “laboratorio politico” di molte delle cose accadute successivamente nel mondo). Ma il suo stesso ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, un ex democristiano, si rifiutò di seguirlo su quella strada, sparendo in seguito dalla scena politica. Lo fece certo in quanto personalmente ancorato alla democrazia parlamentare; ma poté farlo anche perché, nonostante le distorsioni indotte da una brutta legge elettorale, Berlusconi era un semplice presidente del Consiglio uscente, non un capo del governo eletto in modo diretto. Ciò va ricordato nel momento in cui una destra estrema, oggi al governo, ripropone la questione del presidenzialismo. In Italia siamo difesi da derive e colpi di mano autoritari grazie alla forma parlamentare della Repubblica. I sistemi presidenziali, con la forte personalizzazione della politica che implicano, non sono dotati di un contravveleno altrettanto efficace. Lo si è visto nell’America del Nord come in quella del Sud. L’Italia – un Paese caratterizzato da una non trascurabile storia antidemocratica – deve tenerne conto.

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