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Forestali. Le parole del costituzionalista Volpi

Vi abbiamo già parlato su “terzogiornale” della falsa riforma dei Forestali che, nel 2016, azzerò un corpo prezioso per la salvaguardia dei nostri territori...

Caso Moro. Cosa c’è dietro la strana accusa contro Persichetti?

Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro sono un capitolo mai “elaborato” dal nostro Paese e neanche dalle stesse Brigate rosse, nonostante si sia trattato, all’epoca, del punto più alto della loro “campagna di primavera” contro la Democrazia cristiana. Nella riflessione intorno alla loro parabola rivoluzionaria, la vicenda dei cinquantacinque giorni appare un buco nero, nessuna rivendicazione, nessuna esaltazione. La produzione saggistica di alcuni esponenti brigatisti, protagonisti del rapimento, si è limitata a proporre la propria versione dei fatti, senza affrontarne le contraddizioni, solo una difesa del proprio operato finalizzata a convincere il resto del mondo che la loro operazione fu autonoma e “pura”. Nessuna interferenza. Nessun potere intervenne a decidere la sorte tragica del presidente della Dc.

Contro i referendum sulla giustizia

Beato il popolo che non ha bisogno di referendum, verrebbe da dire di fronte all’offensiva salviniano-radicale. I sei quesiti referendari in materia di giustizia presentati dalla strana (ma non troppo) coppia Partito radicale-Lega sono, infatti, un concentrato di populismo giudiziario e un tentativo di assaltare l’autonomia della magistratura. Dalla responsabilità civile dei giudici alla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti, si può ritrovare il grande repertorio delle battaglie berlusconiano-piduiste. I quesiti sono stati depositati ieri presso la Corte di cassazione, si apre dunque il lungo iter che potrebbe portare gli italiani al voto in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno del 2022.

La strada però è ancora lunga: dal 2 luglio i promotori avranno novanta giorni di tempo per raccogliere almeno cinquecentomila firme sotto ogni quesito. Noi ci auguriamo che falliscano – contrariamente a Goffredo Bettini che, clamorosamente, ha invitato il suo partito a “non chiudersi” perché questo referendum, a suo dire, merita attenzione. Sostiene Bettini che “la giustizia è in una situazione di evidente crisi e che occorrerebbe una riforma forte e giusta, in grado di superare le difficoltà che la rendono inefficace”. È stupefacente che si invochi una riforma per mezzo del voto popolare, una totale distorsione di questo strumento chiamato ad abrogare una norma e non a definire un insieme organico di interventi come vuole, appunto, una riforma, in questo caso anche estremamente tecnica.

La repubblica, il referendum e l’album di famiglia della Dc

Fu una rivoluzione, mai nella storia è stata proclamata una repubblica mentre il re è sul trono. Il referendum del 2 giugno del 1946, atto di nascita della nostra Repubblica, fu un evento unico di autodeterminazione di un popolo, una scelta fondante dello Stato in senso progressista e un calcio alla dinastia dei Savoia, i regnanti che non avevano mosso un dito per combattere il fascismo.

Nel discorso pubblico questa consapevolezza si è persa ed è un peccato. La consultazione referendaria era stata preceduta dal voto amministrativo al quale per la prima volta partecipano le donne, un’altra rivoluzione-lampo – tristissima nota l’esclusione delle sole prostitute che esercitavano fuori dalle case chiuse, povere disgraziate, ma la restrizione venne abolita nel 1947. Norberto Bobbio disse che “l’atto di gettare liberamente una scheda nell’urna, senza sguardi indiscreti, apparve una grande conquista civile che ci rendeva finalmente cittadini adulti”. Il filosofo torinese aveva allora trentasette anni e sentì in quel gesto l’aria di libertà e di futuro, una sensazione bellissima.

Appalti e sciacalli. Il rischio di un nuovo “post-terremoto”

Circolano ipotesi di riforma del codice degli appalti che possono essere interpretate come un messaggio indiretto di cortesia nei confronti dell’economia illegale. E non...

Servizi. La prepotenza delle camarille

È già materia oscura per definizione, se poi si aggiungono le guerre interne delle tante camarille, allora la situazione dentro i servizi segreti si...

“Corriere”, tempi bui per Cairo

Quando il proprietario di un giornale si scontra con un fondo da 196 miliardi di dollari, il proprietario e il suo giornale rischiano di affondare. Non sappiamo se Urbano Cairo sia stato mal consigliato dai suoi avvocati o se abbia perso lucidità ma, accusando di usura, un reato gravissimo, Stephen Schwarzman e il suo fondo Blackstone per l’acquisto a prezzi stracciati dello storico stabile del vecchio giornale milanese di via Solferino, potrebbe andare incontro a guai irrimediabili.

Non ha tutti i torti il proprietario del giornale a cui quella transazione pare quasi una truffa: Blackstone lo compra nel 2013 per 120 milioni e lo rivende ad Allianz nel 2019 per 250, eppure la legge non gli ha dato ragione. I giudici hanno totalmente escluso che Blackstone abbia fatto operazioni scorrette. Il punto è che ora l’uomo forte di Philadelphia, a cui non piace che gli si dia dell’usuraio, intende rivalersi chiedendo 600 milioni di indennità di immagine.

Israele e Gaza, una narrazione coloniale

Si susseguono drammatiche le notizie, in queste ore, dalla Palestina occupata, dopo lo sgombero di alcune famiglie ad opera dei coloni a Sheikh Jarrah e l’irruzione manu militari nella moschea di al-Aqsa. Si possono seguire attraverso le corrispondenze che Michele Giorgio, storico inviato del manifesto, continua a mandare. Oppure sfogliando l’Avvenire. Ma in generale l’informazione ha dato il peggio di sé in questo frangente. Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina, lo ha denunciato con forza; così Vincenzo Vita, ancora sul manifesto, che nota come non solo i media classici ma anche l’universo deisocial si stia adeguando. Numerosi utenti di Facebook o di Instagram, infatti, hanno denunciato la cancellazione di contenuti e account riferiti alle violenze dei coloni e dell’esercito a Sheikh Jarrah, o alla pubblicazione di foto sull’uccisione del giovane Said.

In Italia il panorama è quello di una grigia subordinazione culturale e politica all’influenza dell’ambasciata israeliana, mentre finanche il Washington Post, avamposto del sionismo Usa, si interroga sull’eccessiva mano libera lasciata agli israeliani, in questi anni, da parte delle amministrazioni statunitensi, chiedendo se non sia giunto il tempo di un cambio di passo – lo ha segnalato, a Radio Rai3, lo storico inviato del Messaggero Eric Salerno. Siamo abbastanza abituati a questo andazzo, in effetti. Al racconto dei fatti si sostituisce in modo prepotente – con una evidente manipolazione della realtà – la narrazione coloniale. 

Strategia della tensione e dintorni: la retorica della verità

Ogni anno, nella giornata carica di simboli del 9 maggio, con gli interventi e le celebrazioni, si susseguono le richieste di verità. Fare luce sugli anni di piombo, dipanare le ombre, chiarire le responsabilità e così via. È vero, non sappiamo molte cose del nostro passato recente, ma non è vero che non sappiamo niente: questo aspetto che andrebbe consolidato, rafforzato nel discorso pubblico, è invece sempre tralasciato se non taciuto. 

Sappiamo che le stragi di stampo neofascista furono realizzate da gruppi allevati e protetti dai nostri servizi segreti, che Ordine nuovo e Avanguardia nazionale sono state due centrali del terrore accolte dal mondo militare, e che hanno dato vita ai loro eredi spontaneisti, quelli che hanno agito a Bologna; sappiamo che le forze armate sono state tentate da interventi autoritari; che il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, spartiacque della storia della Repubblica, sono stati possibili grazie alla collaborazione o al non intervento – il che è la stessa cosa – degli apparati di sicurezza e alle scelte della Democrazia cristiana. La falsità del racconto brigatista, concentrato nel noto “Memoriale Morucci”, è accertata dalla commissione parlamentare Moro2. Le Brigate rosse hanno voluto nascondere la verità e non beviamo la storia che lo avrebbero fatto per tutelare persone sfuggite alle inchieste: avrebbero potuto raccontare i fatti senza fare nomi. L’elenco di ciò che sappiamo non è così breve. Ora si aggiunge anche la grande inchiesta bolognese sulla P2 come mandante della strage alla stazione, che si pone come un centro di novità assolute, potenzialmente in grado di scrivere un bel pezzo di storia – negli interventi tenuti il 9 maggio, lo ha ricordato Paolo Bolognesi, indomito presidente dell’Associazione delle vittime di Bologna. Ma nel discorso pubblico c’è molta genericità. 

La loggia “Ungheria” e la trama dell’Eni

Le notizie sulla loggia massonica “Ungheria” fanno venire il mal di testa, tanto sono ingarbugliate. Probabile mix di vero e di falso, come capita...