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Bergoglio e Orbán

Un impegno molto fastidioso, ma comunque importante per chi si occupa dei viaggi del papa, è quello di seguire lo scambio di doni tra lui e i capi di Stato o di governo che incontra. Noioso, ma a volte molto indicativo. È questo certamente il caso del dono ricevuto da Francesco nell’Ungheria di Viktor Orbán, dove si è recato per concludere il Congresso eucaristico internazionale. Dopo l’atteso incontro tra i due uomini, che non hanno mai nascosto quanto si sappiano distanti l’uno dall’altro, il premier ungherese non solo ha detto di aver chiesto al papa di non lasciare che il cristianesimo ungherese perisca – come se in Ungheria ci vivesse Bergoglio e non lui –, ma ha fatto di più. Il suo ufficio stampa ha fatto sapere che “Orbán ha dato come regalo una copia della lettera che il re ungherese Béla IV, nel 1250, aveva scritto a papa Innocenzo IV, in cui chiedeva l’aiuto dell'Occidente contro i bellicosi tartari che minacciavano l’Ungheria cristiana”.

Un bel regalo, sul quale non si è scritto abbastanza. Orbán forse pensava che in Vaticano avessero perso quella lettera? A pensarci un po’ su, è come se a un papa in partenza per un viaggio apostolico in Germania il sindaco di Roma, recandosi a salutarlo all’aeroporto prima della partenza, gli portasse un dipinto raffigurante il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi. Quel dono ha indicato la distanza tra il papa e Orbán: da una parte un religioso che vive nel tempo, nella storia, e, dall’altra, un politico che parla ai suoi del loro Paese come se fosse un castello senza finestre, in cui i fatti di un millennio fa sono i fatti di oggi.

La risposta di Bergoglio alla domanda: che cos’è la secolarizzazione?

Quello ostile a Francesco è diventato un mondo che fa imbarazzo citare. Imbarazza anche riferire quello che scrivono. E ogni giorno emerge qualche novità così falsa, così scomposta e offensiva anche per chi legge da indurre a porsi una domanda: citarli vuol dire far loro propaganda? Malattie gravissime e inesistenti, insulti umani, dottrinali e culturali. Perché tanto risentimento verso questo papa e verso l’uomo Jorge Mario Bergoglio? Perché contro di lui si arrivano a mettere in circolazione adesivi con scritto “Francesco ci odia”, oppure “Resistere a Francesco”? Già, perché? Come si può tentare di farsi un’idea su devoti tradizionalisti, molto cattolici, che dovrebbero vedere nel papa il vicario di Cristo in terra, ma che arrivano a raffigurarlo come uno che “ci odia”?

Comincio a convincermi che il grande torto di Francesco sia quello di aver messo a nudo in cosa consista la secolarizzazione. La secolarizzazione, il grande nemico, cioè quella cultura che starebbe scristianizzando l’Europa ed è stata demonizzata da secoli. Ma pochi, tra i suoi avversari, hanno realmente compreso e fatto comprendere in che cosa consista. Che cos’è questa secolarizzazione che starebbe scristianizzando il vecchio continente? Semplice rispondere con Francesco: è un sistema che si fonda sull’egoismo, sull’individualismo, sul disinteresse per il vicino e il disprezzo per l’altro, il lontano. È questa la secolarizzazione che sta scristianizzando l’Europa che, se cristiana, dovrebbe seguire il ben noto “ama il prossimo tuo come te stesso”.

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Noi e il testimone Francesco

Alcuni amici hanno chiesto perché ci occupiamo frequentemente di Francesco. A questa domanda credo che la risposta migliore sia una domanda: come sta la sinistra? Bene? Male? Così così? Io credo che difficilmente un sondaggio del genere vedrebbe la vittoria della prima risposta. La famosa domanda “destra e sinistra esistono ancora?” non richiede risposte intimiste, ma pubbliche. Allora per rispondere pubblicamente occorre indicare dove esista questa differenza. Faccio degli esempi: i porti chiusi da Salvini sono stati realmente riaperti o si è creato un gorgo burocratico per aprire a parole senza aprire nei fatti? Cosa si è chiesto di fare per la vaccinazione di chi si trova irregolarmente in Italia? La Colombia ne ha regolarizzati un milione e 700mila per risolvere il problema: non è un Paese né ricco né socialista, è soltanto un Paese che non nasconde la testa sotto la sabbia. Un altro esempio: davanti alla sentenza del tribunale di Coblenza (Germania) che ha condannato un funzionario del regime siriano per concorso in crimini contro l’umanità e al giudizio in atto in Francia per l’uso da parte dello stesso regime siriano dei gas sulla sua stessa popolazione che iniziativa ha preso, non dico la sinistra italiana, ma almeno il Partito Socialista Europeo? 

Un giorno Francesco stava andando in una parrocchia della periferia romana. Il parroco lo attendeva, ma lui non arrivava. Lo cercò, ma nessuno sapeva dire come mai tardasse. Poi arrivò, con circa mezz’ora di ritardo. Cosa era successo? Era successo che, cammin facendo, Francesco aveva visto dal finestrino della sua utilitaria un campo nomadi e si era fermato: sceso dalla macchina era andato a trovarli, a parlare con loro. Dice qualcosa?

Bergoglio un anno fa: siamo tutti nella stessa barca

Questo 27 marzo 2021 potrebbe essere il giorno della divulgazione della lettera “nemici tutti”, che ben esprimerebbe la cultura nichilista, suprematista, liberista e populista di chi nasconde milioni di dosi di vaccini, blocca tutta la produzione AstraZeneca, visto il locale picco dei contagi, e altro. Manca ancora il capitolo sulla scoperta di partite di vaccini contraffatti, ma si potrebbe sempre fare a tempo nonostante il 27 sia ormai alle porte, la data perfetta.

Infatti il 27 marzo 2020, un anno fa, sotto la pioggia, il vescovo di Roma, Francesco, pubblicò la sua prima video enciclica. Quella sera lui non scese dalla basilica in piazza San Pietro per comunicare ai fedeli la sua verità. No. Quella sera il vescovo di Roma, neanche protetto da un ombrello, fiancheggiò tutta la piazza per poi risalire verso la basilica, come avrebbe fatto un qualsiasi pellegrino, o turista, o curioso. Il senso di quel lungo camminare di un uomo assillato dall’artrosi, con indosso solo la sua veste bianca, senza alcun paramento, senza alcun coadiutore, stava nel darci la certezza che radunava tutti, senza scartare alcuno. Come a dire con i gesti, che poi avrebbe ripetuto con le parole, che, al contrario di quanto si afferma in “nemici tutti”, siamo tutti sulla stessa barca. È stato difficile allora capire appieno cosa volesse dire questo “siamo tutti sulla stessa barca”, ora con la vicenda dei vaccini è più chiaro.