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Papa Francesco in Congo

Ieri sera, primo febbraio, nella nunziatura di Kinshasa, in Congo, incontrando le vittime della violenza, Francesco ha detto: “Per dire davvero no alla violenza...

Bergoglio contro l’idea di un Ratzinger cesaropapista

In questi giorni Francesco ha salvato il suo “venerato predecessore” e la Chiesa cattolica, apostolica, romana. Il senso di questo salvataggio va chiarito. Francesco ha impedito che il nuovo cesaropapismo, che vuole saldare all’autorità temporale quella spirituale nel nome di un disegno politico, trasferisse Benedetto XVI a Visegrad. Per riuscirci, i veri nemici di Benedetto XVI – il papa che per primo, in epoca moderna, ha saputo rassegnare le dimissioni in modo pienamente valido e pienamente consapevole – dovevano cancellare il pontificato di Francesco, e trasformare quindi i suoi funerali nella riprova che quella di Pietro era una sede vacante dal 2013. Era questo il loro intento. Cosa sarebbe successo in piazza San Pietro, infatti, se le esequie fossero state accompagnate dalla dichiarazione del lutto in Vaticano, se fossero stati invitati i capi di Stato? Il rischio di un equivoco c’è stato, a causa del prolungato tempo di esposizione della salma, appropriato per i papi regnanti. Ma è stato evitato perché non si sono tenuti funerali di Stato; mentre i capi di Stato del gruppo di Visegrad intervenuti ne avrebbero avuto tutta l’intenzione. Questo tentativo ha messo a rischio l’eredità spirituale di Benedetto XVI, la sua decennale ubbidienza e convivenza con il successore. Il disegno dei “sedevacantisti” era chiaro, ma si basa su una mistificazione. Un Ratzinger cesaropapista non è mai esistito

Come Massimo Borghesi ha ricordato, già nel 2005, Ratzinger scrisse nel 1998: “Pensiamo soltanto all’episodio relativo al Sinodo di Milano del 355, quando Eusebio di Vercelli, una delle grandi figure che resistettero a questa identificazione, rifiutò di sottostare alla volontà dell’imperatore, che voleva che egli firmasse un documento di fede ariana. A Eusebio, che considera questo documento non compatibile con le leggi della Chiesa, l’imperatore Costanzo risponde: ‘La legge della Chiesa sono io’. La fede è divenuta, quindi, una funzione dell’Impero. Eusebio è, con pochi altri, una delle grandi figure che, come ho detto, resistono a queste insinuazioni e difendono la libertà della Chiesa, la libertà della fede e anche la sua universalità”. 

I funerali di Ratzinger: una piazza con le scarpette rosse

Una piazza piena, quella raccolta a Roma attorno al feretro di Ratzinger, densa e commossa, ma anche rivendicativa: una comunità per nulla piangente e rassegnata, che non congeda il proprio papa ma vuole usarlo. Che piazza era quella? Con il cuore spezzato, come ha detto, non senza malizia, il segretario particolare del papa emerito, Georg Gänswein, commentando oggi la sua reazione nei confronti della decisione di Francesco di regolamentare e limitare l’uso della celebrazione della messa in latino. Più di un aneddoto, una vera e propria dichiarazione di guerra al corso del papa in carica. Dunque una piazza conservatrice se non proprio reazionaria?

Certamente una piazza non conciliarista, per nulla in sintonia, ancora dopo sessant’anni, con il messaggio di quella straordinaria apertura capace di sintonizzare la Chiesa con il mondo. Non poche erano le scarpette rosse che ecclesiastici o semplici fedeli hanno esibito per manifestare la propria adesione a quello che riconosce come univoco messaggio del papa tedesco, che usando quelle scarpette simboleggiava il sacrificio, fino al sangue, per la propria fede. È questo oggi il segnale che sale da San Pietro. E non si tratta più di una testimonianza muta o implicita, o indiretta, ma di una parola ad alta voce. Anche perché – ed è la novità che interroga tutti noi – dal Concilio Vaticano II, in cui la Chiesa inseguiva un mondo che si era messo a correre – e che di lì a qualche anno avrebbe vissuto l’esperienza di un Sessantotto anche ecclesiale, con le diverse pratiche di dottrine della liberazione – il mondo contemporaneo, con la stessa foga, marcia in una direzione del tutto opposta.

Cosa dice alla sinistra la scomparsa di papa Ratzinger?

Ma cosa pensano a sinistra dell’eredità di papa Benedetto XVI? Possibile che i candidati alla leadership del Pd non abbiano alcuna sollecitazione a riflettere su un’eredità per nulla scontata? Bonaccini, Schlein, De Micheli e Cuperlo, che si candidano a guidare una formazione in cui l’impronta cattolica non è certo marginale, non ritengono di farci sapere come leggono quel messaggio? Tanto più che la scomparsa del papa emerito genera un certo imbarazzo, sia in Vaticano, dove la convivenza fra due vicari di Cristo non è mai stata considerata un elemento granché sostenibile, sia nella società civile e politica italiana, che vede nei due pontefici simboli e riferimenti di un dualismo dottrinario e di messaggio sociale molto distanti se non contrapposti.

Nella fase finale del suo pontificato, Benedetto XVI fu addirittura destinatario di una lettera da parte di esponenti significativi della sinistra – Tronti, Vacca, Barcellona – che si appellavano al suo magistero etico per salvaguardare i tratti di una società civile occidentale. Immancabile il timbro di D’Alema che, all’elezione di Ratzinger, fece subito sapere il suo compiacimento a nome del partito delle persone intelligenti. Sia la spettacolarità della lettera sia l’opportunismo dei compiacimenti rimasero fugaci frammenti sul mantello di quella storia. Ma forse non sarebbe vano ritornare su quei passaggi con gli interessati, per condividere lo sforzo di confronto con un tale profilo in maniera meno sbrigativa.

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