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Francesco e Kirill: due visioni del mondo

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Comunione e liberazione, un cattolicesimo vicino al potere

Capisce meglio Comunione e liberazione chi ha potuto vederne la nascita, le varie articolazioni e lo sviluppo da Milano, dove Gioventù studentesca, all’inizio un...

Pluralismo e religione: papa Francesco in Canada

Cosa c’era alla base del conflitto tra coloni europei e popoli indigeni, poi definiti anche “prime nazioni”? Il nome di Dio? O uno stile,...

Papa Francesco e il superamento del clericalismo

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La paura come fattore sociale: una riflessione

C’è un eterno protagonista della nostra storia. La paura. Ma la paura di un tempo, quella precedente al capitalismo, era una paura personale. E...

Ritratto di Marco Minniti

Sarà stato il “no” della madre, preoccupata per le sorti del figlio, a non fargli proseguire la tradizione militare di famiglia. Non lo sappiamo....

Zuppimania

È scoppiata la zuppimania. Dal momento in cui si è appreso che Francesco aveva nominato l’arcivescovo di Bologna presidente della Conferenza episcopale italiana, la zuppimania ha invaso prima i social, poi il web, le tv, i giornali. È un fenomeno che va capito, al di là dell’anomalia dei molti racconti basati sull’amicizia – indubitabile – tra gli autori e don Matteo. Colpiscono soprattutto quelli dei non credenti, quasi sorpresi di poter dire che conoscono un prete, sì, ma non pensavano che quel prete così diverso da altri avrebbe fatto carriera. La zuppimania va capita, per tanti motivi: il più profondo è se abbiamo e quanto abbiamo bisogno di una Chiesa amica, finalmente capace di capirci e, parlandoci, di farsi capire. Il più evidente è quanto non lo fosse quella che esiste, quella Chiesa sempre maestra e mai madre, che in tanti conoscono senza amarla né sentirsi amati da lei.

Chi scrive, da agnostico, ha potuto constatare che in Paesi remoti, esotici, ignoti, dove è arrivato da turista spaesato, l’unico posto in cui entrando si è trovato naturalmente in un ambiente familiare è stata sovente la chiesa del posto. Al di là della fede, quel luogo gli appartiene e riguarda tanti di noi. Ma se altrettanto può valere per le chiese o le cattedrali italiane, con la Chiesa italiana non funziona così. La Chiesa italiana, quella istituzionale, con la maiuscola, è lontana. Se nel volto dell’ultimo presidente, il cardinal Bassetti, molti hanno visto una trasposizione del parroco tradizionale, quello che tutti avrebbero potuto desiderare di avere nel loro paese d’origine, la struttura anche con lui è rimasta severa, chiusa, fredda. Come definirla? Senza volere offendere nessuno, una Chiesa ruiniana. Erano, tutto sommato, soltanto quindici anni fa.

A proposito di due lettere al papa sulla guerra

Un soldato di religione ortodossa, ucraino, sotto assedio a Mariupol’, ha scritto al papa. Una lettera toccante, però anche inquietante. Perché non ha scritto al segretario generale dell’Onu? Probabilmente perché, come tutti, sa che l’Onu è una non realtà. Poco dopo, al papa ha scritto anche Lucia Annunziata, dalle colonne della “Stampa”. Di certo Annunziata ha ritenuto di esprimere idee di persone che non pongono la fede al centro del loro percorso. A maggior ragione, viene spontaneo domandarsi: e allora perché non rivolgersi al segretario generale dell’Onu, o al presidente del suo Paese di residenza? “Faccia qualcosa” – è questa la sostanza che emerge da entrambe le lettere. Quasi che ciò che ha fatto sia già sparito, con tutto quel che ne è seguito. E che cosa ha fatto? Ha semplicemente scelto di affidare la Croce, in occasione della tredicesima stazione della via crucis del venerdì santo, a una donna ucraina e a una donna russa. È quella, infatti, la stazione della deposizione dalla Croce. Apriti cielo!

La risposta più diffusa, giunta non solo dai Paesi più direttamente coinvolti, è stata: “Equipara il non equiparabile”. Oppure: “Mette sullo stesso piano il dolore della vittima e il dolore del carnefice”. Già, sullo stesso piano. Ma solo questa equiparazione scandalosa ha consentito a un volto russo di riconoscere il dolore ucraino, chiamato e definito come tale. Eppure di questo riconoscimento – che è negato dalla Russia e sta all’origine del conflitto – si è detto poco. E se il soldato ucraino non lo cita è comprensibile, perso com’è nell’agghiacciante realtà di Mariupol’. Ma questo accade anche perché i vertici delle Chiese ucraine non lo hanno fatto risuonare fin laggiù. Comprensibile. Meno comprensibile è il nostro sorvolare, bisognoso piuttosto di un papa Superman che va a fermare la guerra, o forse il diavolo, che lì si manifesta e ci tormenta.

Il patriarca di Mosca, una teologia al servizio di un impero

La prima voce che si è levata a sostegno delle tesi espresse dal patriarca di Mosca, Kirill, secondo il quale in Ucraina è in atto una guerra tra lo spirito russo e l’Occidente corrotto, è stata quella dell’ayatollah Khamenei. Il fatto che il primo sia un cristiano ortodosso e il secondo la guida della rivoluzione islamica iraniana non deve sorprendere: entrambi esprimono un pensiero apocalittico e teocratico. Che si esprima da una prospettiva islamica o da una prospettiva cristiana, cambia qualcosa, ma il pensiero di fondo resta lo stesso. Decisiva, usando una terminologia teologica, è la resistenza all’Anticristo, che il patriarca moscovita vede prendere forma nel “mondo russo”, quello che la sua Chiesa rappresenta e il Cremlino guida.

Lo spirito russo è quello del “mondo russo”, con una capitale politica, Mosca, una capitale spirituale, Kiev, dove la Rus’ si convertì, con una Chiesa che è quella moscovita. Essa esprime lo spirito proprio di Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Kazakistan. Dunque quella di Kirill è una Chiesa etnica, non una Chiesa universale, e incarna la missione di un popolo. Per questo non può concedere un centimetro di suolo del “mondo russo”, che sotto la guida del suo presidente deve combattere le forze del Male rappresentate dall’Occidente liberale e corrotto. L’esportazione della rivoluzione iraniana ha intenti analoghi: mira a unire tutto l’islam per consentire, dopo di ciò, la vittoria celeste. Ma la visione di Kirill è contestata dalla teologia ortodossa che, con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, ha riconosciuto la Chiesa ucraina indipendente, e per questo è stata scomunicata da Mosca con tutte le altre Chiese ortodosse che l’hanno seguita. Analogamente, la teologia sciita non khomeinista ritiene che la conquista dell’islam sia un’eresia finalizzata a ricreare l’impero persiano. Il fondamentalismo sunnita è l’opposto analogo, e ha avuto espressioni teologiche chiare, come quella wahabita.

Le cause di una guerra

Davvero la Russia ha temuto la Nato alle porte di casa? O ha temuto, piuttosto, che la libertà dei vicini potesse causarle un contagio?...