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Zuppimania

È scoppiata la zuppimania. Dal momento in cui si è appreso che Francesco aveva nominato l’arcivescovo di Bologna presidente della Conferenza episcopale italiana, la zuppimania ha invaso prima i social, poi il web, le tv, i giornali. È un fenomeno che va capito, al di là dell’anomalia dei molti racconti basati sull’amicizia – indubitabile – tra gli autori e don Matteo. Colpiscono soprattutto quelli dei non credenti, quasi sorpresi di poter dire che conoscono un prete, sì, ma non pensavano che quel prete così diverso da altri avrebbe fatto carriera. La zuppimania va capita, per tanti motivi: il più profondo è se abbiamo e quanto abbiamo bisogno di una Chiesa amica, finalmente capace di capirci e, parlandoci, di farsi capire. Il più evidente è quanto non lo fosse quella che esiste, quella Chiesa sempre maestra e mai madre, che in tanti conoscono senza amarla né sentirsi amati da lei.

Chi scrive, da agnostico, ha potuto constatare che in Paesi remoti, esotici, ignoti, dove è arrivato da turista spaesato, l’unico posto in cui entrando si è trovato naturalmente in un ambiente familiare è stata sovente la chiesa del posto. Al di là della fede, quel luogo gli appartiene e riguarda tanti di noi. Ma se altrettanto può valere per le chiese o le cattedrali italiane, con la Chiesa italiana non funziona così. La Chiesa italiana, quella istituzionale, con la maiuscola, è lontana. Se nel volto dell’ultimo presidente, il cardinal Bassetti, molti hanno visto una trasposizione del parroco tradizionale, quello che tutti avrebbero potuto desiderare di avere nel loro paese d’origine, la struttura anche con lui è rimasta severa, chiusa, fredda. Come definirla? Senza volere offendere nessuno, una Chiesa ruiniana. Erano, tutto sommato, soltanto quindici anni fa.

A proposito di due lettere al papa sulla guerra

Un soldato di religione ortodossa, ucraino, sotto assedio a Mariupol’, ha scritto al papa. Una lettera toccante, però anche inquietante. Perché non ha scritto al segretario generale dell’Onu? Probabilmente perché, come tutti, sa che l’Onu è una non realtà. Poco dopo, al papa ha scritto anche Lucia Annunziata, dalle colonne della “Stampa”. Di certo Annunziata ha ritenuto di esprimere idee di persone che non pongono la fede al centro del loro percorso. A maggior ragione, viene spontaneo domandarsi: e allora perché non rivolgersi al segretario generale dell’Onu, o al presidente del suo Paese di residenza? “Faccia qualcosa” – è questa la sostanza che emerge da entrambe le lettere. Quasi che ciò che ha fatto sia già sparito, con tutto quel che ne è seguito. E che cosa ha fatto? Ha semplicemente scelto di affidare la Croce, in occasione della tredicesima stazione della via crucis del venerdì santo, a una donna ucraina e a una donna russa. È quella, infatti, la stazione della deposizione dalla Croce. Apriti cielo!

La risposta più diffusa, giunta non solo dai Paesi più direttamente coinvolti, è stata: “Equipara il non equiparabile”. Oppure: “Mette sullo stesso piano il dolore della vittima e il dolore del carnefice”. Già, sullo stesso piano. Ma solo questa equiparazione scandalosa ha consentito a un volto russo di riconoscere il dolore ucraino, chiamato e definito come tale. Eppure di questo riconoscimento – che è negato dalla Russia e sta all’origine del conflitto – si è detto poco. E se il soldato ucraino non lo cita è comprensibile, perso com’è nell’agghiacciante realtà di Mariupol’. Ma questo accade anche perché i vertici delle Chiese ucraine non lo hanno fatto risuonare fin laggiù. Comprensibile. Meno comprensibile è il nostro sorvolare, bisognoso piuttosto di un papa Superman che va a fermare la guerra, o forse il diavolo, che lì si manifesta e ci tormenta.

Il patriarca di Mosca, una teologia al servizio di un impero

La prima voce che si è levata a sostegno delle tesi espresse dal patriarca di Mosca, Kirill, secondo il quale in Ucraina è in atto una guerra tra lo spirito russo e l’Occidente corrotto, è stata quella dell’ayatollah Khamenei. Il fatto che il primo sia un cristiano ortodosso e il secondo la guida della rivoluzione islamica iraniana non deve sorprendere: entrambi esprimono un pensiero apocalittico e teocratico. Che si esprima da una prospettiva islamica o da una prospettiva cristiana, cambia qualcosa, ma il pensiero di fondo resta lo stesso. Decisiva, usando una terminologia teologica, è la resistenza all’Anticristo, che il patriarca moscovita vede prendere forma nel “mondo russo”, quello che la sua Chiesa rappresenta e il Cremlino guida.

Lo spirito russo è quello del “mondo russo”, con una capitale politica, Mosca, una capitale spirituale, Kiev, dove la Rus’ si convertì, con una Chiesa che è quella moscovita. Essa esprime lo spirito proprio di Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Kazakistan. Dunque quella di Kirill è una Chiesa etnica, non una Chiesa universale, e incarna la missione di un popolo. Per questo non può concedere un centimetro di suolo del “mondo russo”, che sotto la guida del suo presidente deve combattere le forze del Male rappresentate dall’Occidente liberale e corrotto. L’esportazione della rivoluzione iraniana ha intenti analoghi: mira a unire tutto l’islam per consentire, dopo di ciò, la vittoria celeste. Ma la visione di Kirill è contestata dalla teologia ortodossa che, con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, ha riconosciuto la Chiesa ucraina indipendente, e per questo è stata scomunicata da Mosca con tutte le altre Chiese ortodosse che l’hanno seguita. Analogamente, la teologia sciita non khomeinista ritiene che la conquista dell’islam sia un’eresia finalizzata a ricreare l’impero persiano. Il fondamentalismo sunnita è l’opposto analogo, e ha avuto espressioni teologiche chiare, come quella wahabita.

Le cause di una guerra

Davvero la Russia ha temuto la Nato alle porte di casa? O ha temuto, piuttosto, che la libertà dei vicini potesse causarle un contagio?...

La scomparsa di Desmond Tutu, alta coscienza del Novecento

Un funerale in assoluta semplicità, solo con i garofani della sua famiglia e le poche persone, un centinaio, ammesse dalle normative dovute alla pandemia....

Bergoglio a Cipro e in Grecia

Il viaggio di papa Francesco a Cipro e in Grecia ha un significato evidente e diverse implicazioni che lo sono meno. Il significato evidente sta nel confronto con il patriarca cipriota che, dopo l’annuncio della decisione del papa di accogliere in Vaticano cinquanta migranti bloccati a Cipro, ha detto, con riferimento al trafugamento di beni archeologi da parte dei turchi: “In passato abbiamo avuto modo di esprimere la stessa richiesta a papa Benedetto, che, di fatto, ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare cinquecento frammenti della nostra cultura bizantina (trafugati dai turchi, ndr). Attendiamo con impazienza anche il suo aiuto, santità, per la protezione e il rispetto del nostro patrimonio culturale e per la supremazia dei valori incalcolabili della nostra cultura cristiana, che oggi vengono brutalmente violati dalla Turchia”.

Ma se le rivendicazioni perdono la capacità di comprensione delle altre rivendicazioni, nessuna di esse avrà più senso. Perciò Francesco, in questo momento di centralità delle più varie pretese, incapaci di riconoscere un valore primario a loro superiore (da quelle dei “no vax” a quelle di chi, pur affermando la decisiva funzione del vaccino, lo ha negato a coloro che non possono pagarlo, creando così le condizioni per la diffusione globale del virus mutato) è andato in Grecia – culla dell’Occidente, della polis e della democrazia – e a Cipro, punto di diffusione verso l’Oriente del cristianesimo, per dire che il metro che consente di dare un valore a ogni rivendicazione è quello dei profughi: negare il diritto all’asilo a chi fugge dall’Afghanistan dei talebani, dalle milizie di persecuzione confessionale che ancora tormentano yazidi, curdi, oltre a molti arabi e africani, può segnare il naufragio della nostra civiltà.

Bergoglio e Greta, diversi ma uniti nella lotta

All’inizio di ottobre quasi tutti i grandi giornali hanno riportato le parole di Greta che a Milano ha concluso la grande mobilitazione Youth4Climate: “Il cambiamento verrà dalle strade, da noi, non dalle conferenze. La speranza non viene dal bla bla bla dei politici, non viene dalla mancanza d’azione e dalle promesse vuote. La speranza siamo noi, la speranza c’è quando le persone si mettono insieme per un obiettivo comune. Abbiamo tutto il diritto di essere arrabbiati, di scendere in strada e chiedere il cambiamento, che non solo è possibile ma anche urgentemente necessario. Vogliamo cambiare le cose e chiediamo che le cose cambino”.

Poche ore dopo, invece, non molte testate nazionali hanno riferito quando detto da papa Francesco in un videomessaggio trasmesso in diretta ad Assisi e nelle altre quaranta città del mondo dove si concludeva l’incontro mondiale “The Economy of Francis”, costruito con giovani economisti e ricercatori: “Oggi la nostra Madre Terra geme e ci avverte che ci stiamo avvicinando a soglie pericolose”. E voi – ha detto ai giovani – “siete forse l’ultima generazione che ci può salvare: non esagero”. Servono “la vostra creatività e la vostra resilienza” per “sistemare gli errori del passato e dirigerci verso una nuova economia più solidale, sostenibile e inclusiva”.

Bergoglio e Orbán

Un impegno molto fastidioso, ma comunque importante per chi si occupa dei viaggi del papa, è quello di seguire lo scambio di doni tra lui e i capi di Stato o di governo che incontra. Noioso, ma a volte molto indicativo. È questo certamente il caso del dono ricevuto da Francesco nell’Ungheria di Viktor Orbán, dove si è recato per concludere il Congresso eucaristico internazionale. Dopo l’atteso incontro tra i due uomini, che non hanno mai nascosto quanto si sappiano distanti l’uno dall’altro, il premier ungherese non solo ha detto di aver chiesto al papa di non lasciare che il cristianesimo ungherese perisca – come se in Ungheria ci vivesse Bergoglio e non lui –, ma ha fatto di più. Il suo ufficio stampa ha fatto sapere che “Orbán ha dato come regalo una copia della lettera che il re ungherese Béla IV, nel 1250, aveva scritto a papa Innocenzo IV, in cui chiedeva l’aiuto dell'Occidente contro i bellicosi tartari che minacciavano l’Ungheria cristiana”.

Un bel regalo, sul quale non si è scritto abbastanza. Orbán forse pensava che in Vaticano avessero perso quella lettera? A pensarci un po’ su, è come se a un papa in partenza per un viaggio apostolico in Germania il sindaco di Roma, recandosi a salutarlo all’aeroporto prima della partenza, gli portasse un dipinto raffigurante il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi. Quel dono ha indicato la distanza tra il papa e Orbán: da una parte un religioso che vive nel tempo, nella storia, e, dall’altra, un politico che parla ai suoi del loro Paese come se fosse un castello senza finestre, in cui i fatti di un millennio fa sono i fatti di oggi.

La risposta di Bergoglio alla domanda: che cos’è la secolarizzazione?

Quello ostile a Francesco è diventato un mondo che fa imbarazzo citare. Imbarazza anche riferire quello che scrivono. E ogni giorno emerge qualche novità così falsa, così scomposta e offensiva anche per chi legge da indurre a porsi una domanda: citarli vuol dire far loro propaganda? Malattie gravissime e inesistenti, insulti umani, dottrinali e culturali. Perché tanto risentimento verso questo papa e verso l’uomo Jorge Mario Bergoglio? Perché contro di lui si arrivano a mettere in circolazione adesivi con scritto “Francesco ci odia”, oppure “Resistere a Francesco”? Già, perché? Come si può tentare di farsi un’idea su devoti tradizionalisti, molto cattolici, che dovrebbero vedere nel papa il vicario di Cristo in terra, ma che arrivano a raffigurarlo come uno che “ci odia”?

Comincio a convincermi che il grande torto di Francesco sia quello di aver messo a nudo in cosa consista la secolarizzazione. La secolarizzazione, il grande nemico, cioè quella cultura che starebbe scristianizzando l’Europa ed è stata demonizzata da secoli. Ma pochi, tra i suoi avversari, hanno realmente compreso e fatto comprendere in che cosa consista. Che cos’è questa secolarizzazione che starebbe scristianizzando il vecchio continente? Semplice rispondere con Francesco: è un sistema che si fonda sull’egoismo, sull’individualismo, sul disinteresse per il vicino e il disprezzo per l’altro, il lontano. È questa la secolarizzazione che sta scristianizzando l’Europa che, se cristiana, dovrebbe seguire il ben noto “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Aborto, addio alle armi

(Questo articolo è stato pubblicato il 4 febbraio 2021) È sempre difficile dire addio alle armi: lo sanno bene Frederic Henry e Catherine Barkley, i...