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In Cile una comunista alla ribalta

Per le elezioni presidenziali di novembre, l’ex ministra del Lavoro ha vinto le primarie della sinistra unita. Ma l’elettorato di centrosinistra la seguirà?

1 Luglio 2025 Claudio Madricardo  1264

Jeannette Jara, ex ministra del Lavoro del governo di Gabriel Boric, militante del Partito comunista, ha vinto le primarie in Cile, e sarà la candidata della sinistra alle elezioni presidenziali del 16 novembre. Dal ritorno alla democrazia, nel 1990 – dopo Gladys Marín, che fu candidata dal Partito comunista nel 1999 alla Moneda –, Jara sarà la prima candidata comunista alla carica presidenziale dello schieramento unificato della sinistra cilena.

Jara ha ottenuto il 60% delle preferenze contro la socialdemocratica Carolina Tohá, anche lei ex ministra, ferma al 28%; Gonzalo Winter, rappresentante del Frente amplio di Boric, è al terzo posto con il 9%; Jaime Mulet, della Federazione regionalista verde sociale (Frvs), è ultimo, con il 2,7%. Il risultato, per quanto atteso, segna una sconfitta delle forze moderate del progressismo cileno, che erano state uno dei motori della vita politica per due decenni, dopo la fine della dittatura, e avevano puntato su Tohá. Segna anche la crisi della nuova sinistra del Frente amplio, che ha ottenuto risultati insoddisfacenti a Santiago, Valparaíso e Punta Arenas, città in cui il partito era tradizionalmente forte.

“L’importante è che, alla fine della giornata, i settori progressisti saranno tutti uniti dietro un’unica candidatura”, ha assicurato il presidente Boric, esplicitando così, tuttavia, la preoccupazione dell’intera sinistra cilena, che teme come il risultato e le grandi distanze tra le due candidate possano causare la dispersione del proprio bacino elettorale, che ha già votato meno della volta precedente alle primarie, probabilmente considerandole il rito di uno schieramento ormai destinato a perdere. “Saluto e abbraccio Jeannette Jara per l’enorme sostegno ottenuto oggi. Passa immediatamente a guidare le forze del progressismo verso il futuro, che l’hanno chiaramente scelta come leader. (…) I miei eterni rispetti a Carolina Tohá, Gonzalo Winter e Jaime Mulet. Le sconfitte sono sempre dure, ma sono i momenti in cui forse cresciamo di più, ed è sempre meglio quando lo facciamo insieme”, ha detto il presidente cileno, che punta a superare le divisioni e a rafforzare la coalizione tra il Frente amplio, il Partito comunista, il Partito socialista e le altre forze affini.

Jara, 51 anni, avvocata con un master in gestione pubblica, aveva iniziato la sua campagna con un’offerta floreale alla statua di Salvador Allende, di fronte alla Moneda, richiamando le sue origini popolari e i periodi di povertà che ha dovuto attraversare. È cresciuta a El Cortijo, nel comune di Conchalí; la madre era una casalinga e il padre un meccanico, prima di cinque fratelli e prima a diventare professionista nella sua famiglia. “Vengo dal vero Cile. Non sono una di quelle persone che sono nate nell’élite. Vengo da una famiglia che fatica, e so cosa significa alzarsi presto per andare al lavoro e tornare a casa tardi, sperando che il sacrificio valga la pena. So cosa vuol dire che lo stipendio non basta”. Nel suo discorso, dopo la vittoria, ha confermato il suo impegno a favore di un modello di Paese “più giusto e solidale”, ma senza riferimenti dottrinali.

Pur militando in un partito che non ha conosciuto le trasformazioni di altri partiti comunisti, richiamandosi ancora al marxismo-leninismo, non avendo archiviato la “dittatura del proletariato”, e intrattenendo relazioni con i “partiti fratelli” di Cuba, Nicaragua, Laos, Vietnam e Corea del Nord, Jara è considerata più moderata. Ha preso le distanze dal governo di Nicolás Maduro, definito “un regime autoritario”, e recentemente ha ammesso che Cuba “ha problemi interni” e che lì ci sono “violazioni dei diritti umani”. Si è differenziata dall’alta dirigenza del suo partito, e anche su questioni sostanziali, come la necessità di un nuovo processo costituente, che lei non condivide. Ma non è certo che avrà la forza di aprirsi una strada tutta sua. Ha saputo esprimere una leadership empatica, tanto che in Cile viene spesso paragonata alla figura della ex presidente socialista Michelle Bachelet, la cui auspicata ricandidatura avrebbe messo d’accordo tutti, e che invece, alla fine, ha rifiutato. Ministra del Lavoro di Boric, ha guidato i processi che hanno portato alla legge che ha abbassato a quaranta le ore settimanali di lavoro, allo storico aumento del salario minimo e alla riforma delle pensioni. In tutto ciò, ha dimostrato pragmatismo e grande capacità di dialogo, tenuto conto che l’attuale governo non ha la maggioranza in parlamento.

Domenica 29 giugno, la partecipazione è stata bassa: a votare sono andati 1,4 milioni di cileni, solo il 9% dei quindici milioni di aventi diritto al voto, mentre nel 2021 avevano partecipato 1,7 milioni di elettori. Il livello di partecipazione rappresenta un segno di debolezza, e non impensierisce una destra forte, che al primo turno presenta Evelyn Matthei della destra tradizionale, raggruppata nell’alleanza Chile vamos, José Antonio Kast della destra conservatrice del Partito repubblicano, e Johannes Kaiser dell’estrema destra del Partito nazionale libertario.

Evelyn Matthei correrà con il sostegno di Rinnovamento nazionale, Unione democratica indipendente ed Evópoli, e aveva deciso di andare direttamente al primo turno di fronte al rifiuto dei rappresentanti dell’estrema destra di partecipare alle primarie. Kast, che nelle elezioni del 2021 era emerso come il principale rappresentante dell’estrema destra cilena con il suo Partito repubblicano, ha trovato concorrenti per La Moneda, e anche per l’egemonia nel suo schieramento. Johannes Kaiser, del Partito nazionale libertario, punta ad arrivare al voto di novembre con un discorso ancora più radicale. A Kast e Kaiser si unirà il Partito social-cristiano, una formazione ultraconservatrice legata alle Chiese evangeliche. La rappresentante di questo partito è Francesca Muñoz.

La Democrazia cristiana, ormai lontana dai suoi storici alleati di centrosinistra dei primi governi post-dittatura, dopo avere nominato un suo candidato che ha rinunciato, aveva deciso di appoggiare al primo turno Tohá. Visto il risultato delle primarie, però, è probabile che farà confluire i propri voti su Matthei, per quanto quest’ultima abbia perso attrattiva, perché non è riuscita a costruire un profilo chiaro, apparendo un giorno radicale e l’altro no. Al contrario di Kast, che fin dall’inizio ha espresso una coerenza che gli ha consentito di delineare più chiaramente la sua proposta politica.

Fratello dell’influencer liberal-libertario Axel Kaiser, Johannes esprime una candidatura che potrebbe rientrare in differenti categorie: anarco-capitalismo paleolibertario, antifemminismo, antiprogressismo, antisocialismo, conservatorismo di genere e nativismo anti-immigrazione. In linea con Javier Milei, il suo omologo argentino, Kaiser è riuscito a crescere sulla base di un uso efficace dei contenuti digitali. Ha sistematicamente criticato la gestione delle frontiere del governo di Gabriel Boric e dei suoi predecessori, arrivando a proporre deportazioni di massa di immigrati in situazione irregolare, previo passaggio attraverso “campi profughi”. In breve, l’approccio paleolibertario, che anima la candidatura di Johannes Kaiser, si fonde con un discorso molto duro contro i migranti venezuelani e boliviani, o contro le persone transgender, che – ha sostenuto – soffrono di una “patologia mentale”. Sta di fatto che Johannes Kaiser e il suo Partito nazionale libertario, con la rapida crescita nella politica cilena, palesano il passaggio dell’anarco-capitalismo da particolarità argentina a movimento con aspirazioni regionali.

Secondo un sondaggio Cadem, diffuso domenica sera ed effettuato prima delle primarie, Kast sarebbe al 24% e Jara al 16%, entrambi in crescita rispettivamente di cinque e tre punti: quindi passerebbero al secondo turno. In terza posizione, Matthei (10%), scesa di nove punti nelle ultime quattro settimane, e raggiunta dal populista Franco Parisi, che ottiene lo stesso 10%. Mentre – ancora secondo Cadem – l’autocrate salvadoregno Nayib Bukele continua a essere il leader internazionale più apprezzato dai cileni.

“È il momento di riaffermare ciò che abbiamo detto molte volte: che siamo impegnati in un patto che rispetteremo, non solo nella forma, ma nella sostanza. Jeannette Jara diventa la candidata del centrosinistra e lavoreremo lealmente, affinché questa candidatura offra al Paese il miglior progetto possibile per competere con la destra”, ha detto Tohá, riconoscendo la sconfitta. Tuttavia, il tema dell’unità della sinistra è destinato a diventare cruciale nelle prossime settimane. Tanto più che Jara e Tohá, da ministre, hanno sostenuto posizioni molto diverse sulle esigenze del Cile, fermo economicamente da più di un decennio e in piena crisi di insicurezza. Esse hanno evidenziato differenze notevoli per quanto riguarda i rapporti tra Stato e mercato, la crescita economica, la gestione della criminalità, le relazioni internazionali e il controllo dell’immigrazione irregolare.

La vittoria di Jara favorisce soprattutto Matthei, che cercherà di conquistare il voto moderato di centro e di centrosinistra non disponibile ad appoggiare una candidatura comunista. Quanto al ballottaggio, previsto per il 14 dicembre, il sondaggio dà Matthei perdente contro Kast per tre punti (34% contro 37%), ma vincente su Jara per diciannove punti (50% e 31%). Mentre Kast – un nostalgico del pinochettismo che l’estremista Kaiser è riuscito a far passare per moderato – supererebbe Jara di venti punti (rispettivamente 50% e 30%).

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