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Negli Usa ritorna il socialismo?

Ad Alessandro Portelli, grande conoscitore della cultura americana, abbiamo chiesto un giudizio sulla flessione del consenso popolare a Trump, e sulla possibile ripresa del pensiero critico e di sinistra. Ci sono segnali positivi, ma che succede davvero nell’America profonda?

17 Luglio 2026 Paolo Andruccioli  1070

Alessandro Portelli ha insegnato per anni, all’Università “La Sapienza” di Roma, Storia della letteratura angloamericana, e ha scritto saggi sulla cultura musicale e sull’antifascismo; è un attento osservatore delle trasformazioni che attraversano la società americana nell’epoca Trump. Gli abbiamo chiesto un parere su quello che si dice a proposito di una crisi dell’immagine vincente del presidente. È vero che il vento sta cambiando o si tratta semplicemente di un’altra moda? Qualche commentatore politico azzarda perfino la possibilità che tornino alla ribalta idee socialiste.

Portelli, qual è la percezione della situazione politica statunitense?

Stando in questo momento in Italia, la percezione che si può avere si basa su quello che vediamo sui media e sulla stampa internazionale. Possiamo farci un’idea di una lenta ricollocazione dei giudizi politici degli americani anche analizzando i sondaggi. Sulla base di questo, possiamo dire che effettivamente la fiducia non tanto nella presidenza di turno, ma nel sistema economico capitalistico stia calando. E su questo abbiamo un riscontro paradossale proprio nella rielezione di Trump al suo secondo mandato. Quel voto è stato infatti interpretato anche come un forte segnale di protesta da parte di chi è alla ricerca di soluzioni fuori dai meccanismi tradizionali della politica. E poi dobbiamo registrare i successi politici che si definiscono socialdemocratici, come per esempio il nuovo sindaco di New York, Mamdani. Questi successi, pur essendo molto significativi, rappresentano tuttora un dato minoritario. Ma non c’è dubbio che siano in crescita, e quindi che il loro successo popolare dimostra che certi approcci, certe modalità di fare politica non sono più un tabù.

Se allarghiamo lo sguardo alla storia americana degli ultimi anni, potremmo dire che il primo a rompere il tabù è stato Barack Obama, con la sua scelta di puntare sulla sanità pubblica. Ha riproposto un’idea della politica che era stata accantonata: che lo Stato deve essere responsabile della qualità della vita dei cittadini. Questa idea era saltata completamente con il trionfo del neoliberismo. Adesso invece sta riprendendo piede. Rimane un fatto minoritario, ma in crescita se vogliamo dar credito a quello che si legge su Mamdani e Bernie Sanders.

Per capire più in profondità dovremmo però andare oltre le rappresentazioni mediatiche e capire come si sta sviluppando il conflitto sociale negli Stati Uniti? Quali elementi abbiamo?

Proprio in questi giorni è stato pubblicato un articolo di Bruno Cartosio che segnala la ripresa del conflitto sindacale. Certo, ci sono solo piccoli segnali, ma sono significativi. Il fatto che da noi non se ne parla non vuol dire che non esistano. È solo l’ennesima dimostrazione della comunicazione mediatica a senso unico. Il fatto che ci sia una ripresa delle lotte dei lavoratori americani mette in luce anche un’altra tendenza: si sta erodendo quella cultura antisindacale che l’ha fatta da padrona dalla svolta degli anni Ottanta. Si è trattato di una vera e propria ideologia. La crisi di questa ideologia è legata anche all’ondata di licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione statale, un settore che è sempre stato ai primi posti nella sindacalizzazione americana. Ora i licenziamenti vengono visti come un attacco ai diritti dei lavoratori, ma anche come un attacco diretto allo Stato e alla sua funzione.

La risposta dei sindacati è quindi sicuramente doverosa e positiva, e si può legare anche a una ripresa delle mobilitazioni studentesche. L’“Economist” parla addirittura di una possibile riedizione del ’68? Sono esagerazioni giornalistiche?

Non si possono fare mai paragoni semplici tra periodi storici molto diversi. E neanche io voglio azzardare un discorso generale. Constato, però, che le università erano percepite (prima di Trump) come spazi liberi, mentre oggi sono sotto attacco e i movimenti studenteschi di protesta per la Palestina sono accusati di antisemitismo. C’è una forte azione dell’estrema destra e dei settori più legati a Israele. L’università diventa un nemico in sé, mentre Trump vara provvedimenti liberticidi come quello contro i movimenti “antifa”. Non possiamo quindi fare paragoni con il ’68 o con gli spazi di libertà che avevano università come quella di Berkeley. Non c’è dubbio, però, che molte cose nuove stanno emergendo anche oggi.

Parliamo della cultura e dello spettacolo. Tu sei un grande conoscitore della storia della cultura americana. Ma anche qui scopriamo delle differenze profonde con il passato. Oggi uno come John Reed, l’autore dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo, non sarebbe possibile, visto che non ci sono più riferimenti come la Russia del tempo della rivoluzione…

Ma no, assolutamente no, non abbiamo oggi un nuovo John Reed, tanto più che la Russia è esattamente il contrario del “sol dell’avvenire” e che anche Cuba è sotto attacco e ha le difficoltà che conosciamo. Direi che però diverse figure della cultura americana si stanno esponendo (contro Trump) nel mondo del cinema, della musica, della letteratura. Molti hanno preso posizione, ed è molto interessante – ritornando al discorso del possibile ’68 – il rilancio della canzone di protesta. Non c’è solo Bruce Springsteen, per esempio ci sono dei personaggi come questo James Wells, che sono figure nuove, e che confermano il rilancio della canzone. Il ritorno forte della tradizione della canzone di protesta è uno dei modi con cui la cultura reagisce a questo attacco.

Insomma, possiamo sintetizzare dicendo che non ci dobbiamo illudere circa chissà quale ritorno di politiche socialiste, ma al tempo stesso dobbiamo prendere atto che, soprattutto tra i giovani, nelle università e anche in certe fasce della popolazione, c’è un ritorno di un pensiero critico?

Certo, è così. E io aggiungerei anche il fatto che sta cambiando l’idea del ruolo dello Stato. Certe modalità di rapporto tra cittadini e Stato stanno riprendendo credibilità dopo la terra bruciata imposta dalle politiche neoliberiste. Una delle cose che si leggono spesso sui social network dei democratici come Bernie Sanders, è che ci si dice sempre tutti contrari all’intervento dello Stato in economia, ma poi nella vita reale quotidiana tutti viaggiano sulle autostrade, ovvero usano il sistema di freeways che è stato costruito dallo Stato negli anni Cinquanta, durante la presidenza di un repubblicano, Eisenhower. L’intero sistema delle comunicazioni delle autostrade americane è un esempio di intervento dello Stato nell’economia, ma ovviamente su questo nessuno ha mai obiettato perché l’autostrada è funzionale alla pratica privatistica dell’automobile, frutto del passaggio storico, dalla ferrovia all’automobile negli anni Cinquanta. Ma si è trattato pur sempre di un intervento fortissimo da parte del governo federale. E poi c’è il tema della riforma sanitaria a cui oggi si lega tutta una serie di interventi anche minimi, piccole cose, ma che vanno nella direzione di aiutare le persone a vivere meglio. Lo sta facendo Mamdani a New York. Sono tutte indicazioni di questa nuova visione antiliberista del ruolo delle istituzioni.

Possiamo dire, in forma paradossale, che il bullismo di Trump favorisce un ripensamento anche tra chi lo ha votato? Possiamo prendere per buoni i sondaggi che lo danno in flessione?

Non c’è dubbio che il consenso a Trump, stando ai sondaggi, sia in forte diminuzione. Su questo non avrei dubbi. È un po’ anche la stessa situazione che c’è in Italia. C’è insoddisfazione da parte dei cittadini, ma si percepisce chiaro il problema della mancanza di un’alternativa. Negli Usa ci sono alternative a livello locale, ma comunque, anche a livello nazionale, si assiste continuamente a battute di arresto del trumpismo. Alle quali, però, Trump risponde con una totale mancanza di rispetto verso ogni forma di legalità. Ricordo che Trump è quello che ha tentato un colpo di Stato il 6 gennaio del 2021, e sappiamo che sta cercando già da ora di manipolare il sistema elettorale, come peraltro stanno facendo a livello statale e con il gerrymandering le varie amministrazioni repubblicane, con il consenso della Corte suprema.

Ultimissima domanda, uno dei problemi centrali negli Stati Uniti, ma anche qui da noi, è la questione dell’immigrazione. Quanto conta un ritorno di una politica di sinistra aperta e perfino socialista su questo tema? Come ci confronteremo con questo?

Mi rifaccio di nuovo al modello Mamdani, perché è significativo anche da questo punto di vista. Il nuovo sindaco di New York ha assunto la dimensione multietnica del Paese come la sua forza. Per molto tempo, questa era stata, nella storia degli Stati Uniti, anche l’ideologia ufficiale: il Paese è quello che è grazie all’immigrazione. C’è da aggiungere che qui da noi, in Italia, le forze di centrosinistra sono molto caute sulle questioni che riguardano l’immigrazione. A sinistra è un nervo scoperto, un nodo da sciogliere. Ricordiamoci che, purtroppo, le deportazioni di massa sono state fatte anche all’epoca di Obama.

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TagsAlessandro Portelli Donald Trump Paolo Andruccioli socialismo Stati Uniti Zohran Mamdani

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