C’è un’età in cui si impara a obbedire e una in cui si impara a domandare. Venerdì 16 ottobre, migliaia di liceali italiani hanno scelto la seconda. Sono scesi in piazza in tutta Italia per una giornata di sciopero nazionale contro i tagli all’istruzione e contro le spese militari. Roma, Torino, Treviso, Firenze, Padova e Verona tra i centri principali della mobilitazione. Non è un fuoco isolato. È l’eco di un incendio venuto d’oltralpe, dove a metà settembre, in un liceo di Créteil, gli studenti si erano uniti ai loro insegnanti per chiedere più risorse e più personale. Da lì il movimento è cresciuto fino a riempire le piazze di mezza Francia, ora attraversa le Alpi.
Le parole d’ordine si assomigliano, perché le ferite sono le stesse. In Francia, i ragazzi chiedono insegnanti in numero sufficiente, edifici dignitosi, classi meno affollate e orari sopportabili. In Italia, investimenti per la scuola pubblica e misure contro il caro affitti per gli universitari, e contestano la riforma degli istituti tecnici e professionali. A Torino denunciano tetti che cedono, bagni rotti e infiltrazioni. Non sono capricci. Sono le condizioni minime perché imparare sia possibile. Una società si giudica da ciò che considera urgente. Per Hannah Arendt l’educazione è il luogo in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità. Un’aula in cui piove dentro rivela esattamente quella decisione mancata.
Poi c’è l’altra parola che risuona nei cortei: pace. Uno degli slogan più diffusi chiede soldi alla scuola, non alla guerra. Mentre in Europa si discute di riarmo e di spese militari da far crescere, i giovani pongono una domanda antica: perché si trovano sempre risorse per preparare la guerra e mai abbastanza per preparare la vita? Ogni euro è una scelta morale. Un missile e una palestra ristrutturata non costano la stessa cosa, ma dicono cose opposte su che cosa vogliamo diventare. Non è un caso che oggi, nelle stesse città, sfilassero anche i ragazzi dello sciopero per il clima. Pace, ambiente e istruzione sono un’unica richiesta di futuro.
Questi ragazzi rovesciano un luogo comune. Li si accusa di essere distratti, chiusi negli schermi, indifferenti. Invece usano proprio quegli schermi per organizzarsi, per parlarsi da un Paese all’altro, per scoprirsi generazione europea. Hanno capito che la scuola non è un servizio da consumare. È un bene comune da difendere, perché lì si formano cittadini e non solo lavoratori. Chi impara a pensare impara anche a dire no all’abbandono, alla rassegnazione, all’idea che il conflitto sia insostenibile.
C’è chi guarda queste piazze e vede soltanto disordine. Ma il disordine non ha nulla a che fare con il caos. Il disordine presuppone un ordine andato in frantumi; il caos, invece, è l’inizio, ciò che viene prima di ogni ordine. Il caos non è mai davvero caotico: è sistemico, e proprio per questo sa generare l’imprevisto, aprire prospettive, produrre trasformazioni che nessuno aveva pianificato. Non è ottimismo ingenuo. È una lunga tradizione di pensiero che da Spinoza arriva a Deleuze, e che cerca di uscire dalla logica, anzi dalla logistica, della negatività, il vizio cronico di tanto pensiero critico.
Il compito della filosofia è insieme critico e creativo: comincia con una mappatura adeguata delle condizioni che viviamo e che rifiutiamo, e la mappa serve a trasformarle insieme. Gli studenti fanno esattamente questo. Disegnano la mappa di una scuola che si sgretola e di un mondo che si arma, e da quella mappa non ricavano disperazione ma un progetto: qualcosa di agibile, che faccia sognare e restituisca un avvenire.
Per leggere davvero queste piazze, bisogna anzitutto liberarsi di un’abitudine mentale: quella dei dualismi, opposizioni che si escludono a vicenda e dialettiche adottate quasi per riflesso. Ordine o disordine, studenti o istituzioni, a favore o contro: una tifoseria intellettuale che non spiega nulla. Al posto dei dualismi, servono le diagonali, le linee di fuga, i legami trasversali che li disperdono aprendo la mente ad altre prospettive. Serve mettere la complessità dove c’erano le contrapposizioni, perché i termini che definiscono il nostro tempo non si escludono l’un l’altro. La crisi ambientale non cancella quella prodotta dalle nuove tecnologie, ed entrambe non eliminano le disuguaglianze sociali ed economiche: sono assi che si reggono insieme, complessità intrecciate. I ragazzi lo hanno intuito. Nei loro cortei la scuola, la pace e il clima non sono tre battaglie separate, ma un unico filo.
Va detto con onestà: certo, non sono mancati momenti di tensione, e in Francia gli scontri hanno lasciato feriti da ogni parte. Nessuna causa giusta ha bisogno della violenza, e la forza di questo movimento sta altrove. Sta nella sua domanda limpida, che nessuna carica di polizia può disperdere. Le istituzioni, a loro volta, hanno il dovere di ascoltare prima di reprimere. Questi studenti sanno benissimo cosa manca loro, e lo dicono ad alta voce, in francese e in italiano. Se una generazione scende in piazza per avere più scuola, il fallimento non è il suo. Il fallimento è di chi l’ha costretta a uscire dalle aule per essere ascoltata.
La lezione di questo autunno non si tiene in classe. Si tiene in strada, e a impartirla sono gli studenti. Sta a noi adulti di prendere appunti.










