Due episodi accaduti a Roma una settimana fa – una coppia che si è tolta la vita insieme alla figlia gravemente disabile, un adolescente che ha chiesto aiuto senza essere creduto, e il giorno seguente ha ucciso la madre – sono la prova concreta di ciò che Nadia Urbinati individua come il rischio di una democrazia ridotta a procedura: un meccanismo che continua a funzionare sulla carta anche quando smette di farsi carico della vita reale delle persone. La parola giusta, qui, non è tanto democrazia quanto piuttosto polis: la comunità politica intesa come struttura che si fa carico dei suoi membri attraverso servizi, presidi, reti di cura. Quando quella struttura si assottiglia, la responsabilità non ricade solo su chi vota o su chi governa male, ma su decenni di scelte che hanno smontato il welfare pezzo per pezzo, trasformando un compito collettivo in un problema privato.
Urbinati distingue fra due idee di democrazia, e questa distinzione spiega perché i due episodi non possano essere visti come incidenti isolati. C’è quella “minimalista”, che si esaurisce in elezioni regolari e nella regola di maggioranza: procedura pura, indifferente alla maniera in cui si svolge la vita delle persone. E c’è un’idea più piena, in cui la politica include le forze sociali, i problemi di giustizia distributiva, la possibilità reale di curarsi, di avere ospedali pubblici funzionanti, di non essere lasciati soli davanti a un bisogno. Secondo Urbinati questa seconda componente non è un accessorio della democrazia: ne è la sostanza. Ed è proprio questa sostanza, il welfare come tessuto quotidiano della polis, a essere stata erosa dal capitalismo finanziario e neoliberista: uno Stato che interviene sempre meno, servizi ridotti a prestazioni burocratiche, cittadini trasformati in utenti lasciati ad arrangiarsi.
Il caso della famiglia di Pietralata rende visibile lo scarto al centro della tesi di Urbinati: quello fra una democrazia procedurale, che esiste come impegno formale, e una democrazia sostanziale, presente nella vita materiale delle persone. I servizi sociali del municipio seguivano il nucleo, anche economicamente. Ma un contributo non è una presenza; un sussidio non sostituisce l’assistenza domiciliare, il sollievo periodico, il personale qualificato che permetta a due genitori di dormire una notte senza sorvegliare la figlia. La polis ha erogato un pagamento ma non ha costruito una rete: ha trattato la disabilità come una voce di spesa da coprire, non come una responsabilità collettiva da condividere nel quotidiano, esattamente il rovescio di ciò che Urbinati chiede alla democrazia.
Il secondo episodio conferma la stessa dinamica su un fronte diverso ma parallelo: quello della sanità pubblica, in particolare della psichiatria, ridotta negli anni a una rete sottodimensionata rispetto ai bisogni reali. Un adolescente lancia un segnale di allarme esplicito, chiede aiuto a un numero di emergenza; viene visitato, valutato in pochi minuti, dimesso senza un percorso di accompagnamento. Marco Rovelli, nel libro Non siamo capolavori, insiste sul fatto che il disagio, prima di diventare sintomo distruttivo, cerca sempre una forma per farsi ascoltare; ma l’ascolto richiede tempo, continuità, personale sufficiente – proprio le condizioni che un servizio pubblico depotenziato non può garantire. Non si tratta di un singolo errore di valutazione medica: è, di nuovo, quella democrazia svuotata di sostanza descritta da Urbinati, questa volta riferita alla salute mentale dopo anni di tagli e organici insufficienti, mentre la domanda di supporto psicologico cresceva.
C’è però un livello ulteriore che la sola immagine di uno Stato ritirato non spiega fino in fondo, ed è quello della disuguaglianza, che Urbinati collega direttamente al ritiro del welfare. Nella mentalità caratteristica del capitalismo finanziario, la disuguaglianza economica ha smesso di essere percepita come un’ingiustizia da correggere: è diventata il segno naturale del merito, la prova che chi resta indietro non è stato abbastanza capace. Questo slittamento non è innocuo: fa apparire ragionevole disinvestire proprio nei presidi rivolti a chi ha meno mezzi, perché il bisogno viene letto come colpa individuale invece che come diritto collettivo. In pratica, quando il welfare arretra, non arretra per tutti allo stesso modo: chi ha reddito sufficiente può comprare privatamente ciò che il pubblico non offre più – un’assistente a ore, uno psichiatra di fiducia, una continuità di cura –, mentre chi non può permetterselo resta esposto proprio nel punto in cui lo Stato si è ritirato. La disabilità di una figlia, o la fragilità psichica di un figlio, pesa diversamente a seconda del portafoglio della famiglia: non perché il dolore sia diverso, ma perché diverse sono le risorse con cui ci si può difendere dall’abbandono istituzionale.
Le due tragedie romane non dimostrano soltanto come la democrazia sia astrattamente malata: dimostrano che il ritiro dello Stato dalla vita quotidiana, sommato a una disuguaglianza che scambia il bisogno per colpa, può trasformare la distanza fra un’istituzione e chi ne avrebbe avuto bisogno in una questione, letteralmente, di vita o di morte.
C’è, in questo, un ulteriore tassello che riguarda le persone prima ancora delle istituzioni. Lo diceva un liberale – non “democratico” nel senso in cui lo intendiamo oggi – come John Stuart Mill: la cittadinanza si impara vivendola, esercitandola, perché solo il fare educa a princìpi e valori. Se la polis non è soltanto un apparato di servizi, ma soprattutto uno spazio da abitare insieme, allora ricostruirla significa anche questo: riattivare i luoghi concreti di vita pubblica, ricominciare da dove si vive per misurare quanto potere resta davvero nelle mani di chi quei luoghi li abita, invece di lasciarlo tutto a un’istituzione lontana che eroga assistenza senza costruire legami. Non è naturalmente tutto: restano altri piani del problema – quello economico, quello culturale, quello della disuguaglianza cui già abbiamo accennato – che meritano un’attenzione a parte. Ma senza questa dimensione pratica, senza luoghi reali in cui la cittadinanza si eserciti e non solo si dichiari, anche il welfare più generoso rischierebbe di restare una prestazione impersonale piuttosto che una polis viva.








