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Home » Articoli » Niger: il fallito golpe riguarda anche l’Italia

Niger: il fallito golpe riguarda anche l’Italia

Dal 2018 c’è la presenza di un contingente del nostro Paese, anche se i militari italiani non sono intervenuti, mentre lo hanno fatto i russi dell’Africa Corps che hanno difeso la giunta al potere

9 Settembre 2026 Luciano Ardesi  1304

Il fallito colpo di Stato militare, nella notte tra il 28 e il 29 agosto, contro la giunta di Abdourahamane Tiani, andata al potere in Niger con un altro golpe tre anni fa, rivela una situazione molto più complessa nella quasi dimenticata regione del Sahel, e ci riguarda direttamente. Malgrado i comunicati ufficiali rassicuranti circa il controllo della situazione, per almeno ventiquattr’ore le sorti della giunta sono apparse seriamente in bilico. I militari ribelli hanno tentato di impadronirsi del palazzo presidenziale, dell’aeroporto internazionale di Niamey, della confinante base della guardia nazionale e della sede della televisione nazionale. Quest’ultima ha cessato di trasmettere per diverse ore, ma la guardia nazionale è riuscita a difenderla.

La battaglia decisiva si è giocata attorno all’aeroporto, dove i ribelli hanno occupato una parte del perimetro. L’aeroporto di Niamey ha un ruolo strategico fondamentale, e non solo perché è l’unico punto di collegamento internazionale, in un Paese privo di sbocchi al mare. Non a caso, quest’anno l’aeroporto era già stato attaccato per ben due volte da gruppi fondamentalisti dello Stato islamico, in gennaio, e della branca nigerina del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), affiliato ad al-Qaida, in giugno. L’aeroporto ospita soprattutto la base 101 dell’aeronautica militare nigerina, dotata di droni forniti dalla Turchia, dove sono di stanza due contingenti militari stranieri, i mercenari russi dell’Africa Corps e i militari italiani della missione bilaterale Misin.

All’interno dell’aeroporto, i militari ribelli sono stati sopraffatti solo dopo l’appello del generale Tiani ai russi dell’Africa Corps, che hanno permesso alla giunta di riprendere il controllo della situazione. Il fatto rappresenta la conferma del ruolo centrale che la Russia sta svolgendo nel Sahel, dopo analoghi interventi a difesa dell’esercito del Mali, in gravi difficoltà da aprile (vedi qui), di fronte all’offensiva di due gruppi di opposizione armata che operano nel Paese. Mosca ha sostituito Francia e Stati Uniti, costretti a lasciare il Niger, nell’equilibrio internazionale e regionale.

A questo proposito, va sottolineato ancora una volta il mancato intervento militare dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), che si è limitata a un semplice messaggio di sostegno al generale Tiani. Eppure l’alleanza – costituita tra le giunte militari al potere in Mali, Burkina Faso e Niger – prevede il reciproco sostegno militare in caso di necessità e un fantomatico stato maggiore dell’Aes ha sede proprio nella base dell’aeroporto di Niamey. Questo la dice lunga circa l’inconsistenza dell’alleanza sul piano militare. La novità è invece che, a favore della giunta di Niamey, è intervenuta militarmente l’Algeria, con l’invio di alcuni caccia e di un aereo da trasporto, e con la presenza di un alto ufficiale dell’aeronautica algerina. Il messaggio è chiaro: l’Algeria si schiera dalla parte della giunta militare del Niger contro qualsiasi tentativo di rovesciamento, consolida i rapporti diplomatici con Niamey, a cui è legata dal progetto di una infrastruttura strategica come il gasdotto transahariano Nigeria-Algeria via Niger, e manda un segnale agli altri due Paesi saheliani, Burkina Faso e Mali, con i quali i rapporti sono ancora moderatamente freddi.

Non si può però non parlare a questo punto dell’Italia, indirettamente coinvolta per tre volte in fatti militari nel giro di otto mesi. La presenza della missione militare italiana in quello che è diventato il fulcro strategico-militare del Niger, l’aeroporto di Niamey, non può essere liquidata solo per il fatto che le nostre truppe non sarebbero intervenute. La cooperazione militare italo-nigerina, nel campo della sicurezza e della difesa, era nata nel 2017 in un contesto totalmente diverso: la presenza di un potere democraticamente eletto, di relazioni diplomatiche anche con l’Occidente, di alleanze militari diversificate (Francia, Usa, Germania), anche se in un quadro economico-sociale complesso. Il Niger è uno dei Paesi africani più poveri, malgrado la risorsa dell’uranio, sottoposto a tensioni sociali per una ricchezza inegualmente distribuita, a causa anche della corruzione, per la presenza di forme di relazioni schiavistiche, per essere un Paese di transito delle migrazioni transahariane, e con una democrazia fragile, a causa di limitazioni delle libertà e della presenza del terrorismo di ispirazione jihadista.

L’invio dei primi contingenti di militari italiani nel 2018, dopo una falsa partenza, copriva anche interessi politici, come il contrasto alla migrazione irregolare, ed economici, come la speranza di penetrazione nel mercato del Sahel ancora tutto da sviluppare. Oggi l’Italia è l’unico Paese occidentale rimasto in Niger con i propri militari (350-400) a fianco dei mercenari dell’Africa Corps, della diplomazia di guerra russa. Mosca è il principale fornitore di armi ai tre Paesi (e all’Africa subsahariana), in Niger a sostegno di una giunta arrivata al potere con un colpo di Stato, che si mantiene grazie alla repressione di ogni dissenso, al soffocamento della libertà di informazione e che, dal giorno del golpe, tiene sotto sequestro l’ultimo presidente democraticamente eletto, Mohamed Bazoum. Quella dell’Italia è semplicemente una complicità militare con un regime militare autoritario. Perché?

Nel frattempo, gli arresti tra i ranghi militari proseguono in diverse località del Paese, rivelando l’ampiezza e la diffusione della ribellione militare. La circostanza che siano implicati soprattutto militari delle forze speciali, quindi l’élite impegnata nella lotta al terrorismo, e che si parli anche di diserzioni in seno all’esercito, tutto ciò fa pensare a una profonda fragilità della giunta anche sul piano della coesione. L’uomo forte, il generale Tiani, si trova dunque esposto su più fronti: su quello interno del terrorismo e delle inquietudini nelle forze armate, e su quello esterno, cosicché, negli ultimi giorni, non ha trovato di meglio che accusare di “complotto” i Paesi vicini, come il Ciad e il Benin in combutta con non meglio precisate potenze imperialiste.

Il sovranismo dichiarato di questa, come delle altre giunte del Sahel, lascia la porta aperta a nuove dipendenze straniere, e soprattutto a una situazione dell’economia e delle libertà che non risponde ai reali bisogni della popolazione. Incapaci di garantire la sicurezza dei cittadini, scopo per il quale sono teoricamente addestrate, le forze armate svolgono una funzione di controllo e repressione senza alcuna possibilità di sviluppo sociale a cui non sono manifestamente preparate.

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