La tragedia umanitaria in Sudan non sembra avere fine. Si assiste, da oltre due anni, alla crisi umanitaria più grave al mondo, che tocca praticamente tutta la popolazione, obbligandola a fuggire i fronti di guerra che si susseguono dall’inizio del conflitto nell’aprile 2023. Le principali forze che si scontrano sul terreno (vedi qui) sono quelle dell’esercito regolare, con a capo il generale Abdel Fattah al Burahm, presidente della giunta che tre anni fa si è sciolta a causa dell’entrata in dissidenza delle milizie delle Rapid Support Forces(Rsf), eredi delle milizie janjawid, autrici dei massacri nella guerra civile nel Darfur negli anni 2000, guidate dal generale Mohamed Hamdam Dagalo detto Hemetti, già vicepresidente della giunta.
L’esercito ha ripreso il controllo della capitale Khartum poco più di un anno fa, mentre le milizie delle Rsf controllano il Darfur, la parte occidentale del Paese. All’inizio di luglio, Nazhat Shameem Khan, viceprocuratrice della Corte penale internazionale, ha confermato che ci sono forti indizi per collegare i capi delle forze di Hemetti ai massacri di civili avvenuti durante la presa di El Geneina, al confine col Ciad, e di El Fasher, il capoluogo del Darfur settentrionale, dopo un assedio di cinquecento giorni; avvertendo però che i tempi della giustizia internazionale saranno lunghi, mentre non si sono ancora concluse le vicende processuali per i crimini dell’inizio degli anni 2000. Pochi giorni prima, un rapporto di Amnesty International ha documentato alcune atrocità e individuato in alcuni comandanti delle milizie Rsf i responsabili di uccisioni di civili, di esecuzione di prigionieri e di violenze sessuali. È una guerra senza esclusione di colpi, i massacri si susseguono, e i civili, particolarmente le donne, sono le principali vittime della violenza di entrambe le forze in campo. Si comprende così l’immensa tragedia umanitaria in atto (vedi qui).
In questo momento, le Rsf tengono sotto assedio la città di El Obeid, capoluogo del Kordorfan settentrionale, difesa dall’esercito regolare; il timore è che si riproducano i massacri già visti nel Darfur. La città è un nodo strategico per raggiungere le regioni centro-occidentali del Paese, la sua caduta metterebbe il governo in gravi difficoltà sia politiche sia militari, e renderebbe impossibile portare aiuti umanitari all’interno del Sudan, acuendo così l’attuale spaccatura del Paese. La guerra è condotta dalle forze sul campo, ma è influenzata dalle ingerenze straniere, dalle forniture di armi, specialmente dei droni, che in questa guerra, come in altre, stanno ormai giocando un ruolo importante; e dagli interessi economici e geopolitici di un nutrito numero di Paesi, collocato in un complesso scacchiere di alleanze e complicità. Tra gli attori più attivi, ci sono gli Emirati arabi uniti, che perseguono da tempo una politica di consolidamento della loro presenza nel continente, a cominciare dal Mar rosso e dalla sponda africana dell’Oceano indiano.
Negli ultimi mesi – anche grazie a una campagna che in Italia vede in prima fila i missionari comboniani, che col Sudan hanno un legame storico profondo –, è emersa la filiera del contrabbando dell’oro che vede, ancora una volta, gli Emirati tra i protagonisti. Dai dati forniti durante le attività della campagna, l’oro (circa 70 tonnellate annue) rappresenta quasi i tre quarti delle esportazioni sudanesi, e ha sostituito il petrolio, dopo che la secessione del Sud Sudan nel 2011, ha privato il Paese delle sue più importanti risorse petrolifere. Circa il 90% dell’oro sudanese è estratto da miniere artigianali, dove lavorano minatori per i quali si può parlare, in alcune situazioni, di lavoro forzato. Ben oltre la metà dell’oro così estratto, viene esportato via contrabbando – da entrambe le forze in campo – attraverso le rispettive zone di controllo. In questo contesto, è difficile stabilire la quota esatta, anche se il governo pare si accaparri la parte più consistente dell’export. Le milizie Rsf esportano, attraverso Ciad, Libia e Sud Sudan; l’esercito regolare soprattutto attraverso l’Egitto. Ma in entrambi i casi la destinazione finale è la stessa: Abu Dhabi.
Gli Emirati sono il secondo importatore mondiale di oro, dopo la Svizzera, con 1.400 tonnellate, di cui oltre la metà di provenienza africana, a riprova del loro attivismo nel continente. L’oro viene poi raffinato, e diventa pressoché impossibile distinguerne la provenienza, essendo in gran parte riesportato verso la Svizzera, da dove arriva sui mercati europei. Le certificazioni richieste dall’Unione europea, a partire dal 2017, per evitare di importare minerali dai conflitti, si rivelano troppo superficiali e fragili per fermare il fenomeno: perciò la campagna si dà, tra gli obiettivi, il monitoraggio dell’applicazione della normativa in vigore e anche il suo perfezionamento. La campagna in corso ha raggiunto un primo risultato, poiché il Consiglio dell’Unione, la settimana scorsa, ha finalmente vietato l’importazione o il trasferimento di oro sudanese. Inoltre, ha vietato la vendita di mercurio e cianuro verso il Sudan, perché largamente impiegati nell’estrazione dell’oro, e tutta l’assistenza tecnica e l’intermediazione finanziaria relative a questi tre minerali.
Intanto l’Italia, lo scorso anno, ha importato 178 tonnellate di oro, di queste trenta direttamente dagli Emirati. Nel giugno scorso, il parlamento italiano ha ratificato il trattato di cooperazione militare con gli Emirati, ignorando le denunce sul ruolo che hanno nel commercio di armi verso il Sudan, dove sostengono le milizie Rsf. Secondo il Sipri, gli Emirati sono all’11° posto tra gli importatori di armi, nel periodo 2021-25, e sono il maggiore fornitore di armi alle Rsf, attraverso un sapiente gioco di triangolazioni delle importazioni da altri Paesi. Quell’oro sudanese, con cui gli Emirati si ripagano delle forniture militari a un Sudan lacerato dalla guerra civile, è insomma rosso di sangue.








