Gli assalti coordinati, lanciati all’alba del 25 aprile da gruppi armati sulla capitale Bamako e su diversi centri del Mali, ha messo in evidenza la fragilità della giunta militare andata al potere con due colpi di Stato successivi, nell’agosto 2020 e nel maggio 2021, e guidata dal generale Assimi Goïta. L’offensiva è stata condotta contemporaneamente dal Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim) – un gruppo jihadista plurinazionale affiliato ad al-Qaida, che opera nel Sahel ma basato specialmente in Mali –, e dal Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), la formazione militare tuareg che si batte per l’indipendenza dell’Azawad, la regione settentrionale del Paese.
Nel corso dei combattimenti, durati alcuni giorni, la città di Kidal, nell’estremo nord, è stata presa dai combattenti del Fla. Si tratta di una città simbolo, che solo nel 2023 i militari al potere avevano strappato ai ribelli tuareg, dove erano installati da decenni, grazie all’aiuto dei mercenari russi del gruppo Wagner, gli stessi che, sotto la nuova etichetta dell’Africa Corps, hanno poi ottenuto dal Fla la possibilità di ritirarsi indenni dalla città. Al tempo stesso, l’esercito maliano abbandonava alcuni presidi nella regione di Gao, dove un elicottero russo è stato abbattuto. Nei pressi della capitale Bamako, la città di Kati, dove risiedono i militari della giunta, è stata pesantemente attaccata. Il ministro della Difesa – il generale Sadio Camara, artefice dell’intesa con Mosca dove si era formato – è stato ucciso in un’operazione suicida contro la sua residenza, mentre alcuni generali sono rimasti feriti.
L’attacco è senza precedenti, ed è stato preceduto da un’intensa attività di preparazione negli ultimi mesi. In primo luogo, come vedremo, nell’estate scorsa era stata raggiunta una nuova alleanza tra i due gruppi armati. A settembre il Gsim aveva bloccato la circolazione dei camion cisterna di carburante, mettendo in grave difficoltà il Paese, soprattutto la capitale Bamako, tanto che a marzo la giunta aveva dovuto liberare duecento jihadisti, in cambio di un parziale alleggerimento del blocco.
Il capo della giunta militare, Assimi Goïta, ha aspettato tre giorni per farsi vedere, accanto all’ambasciatore russo, e per prendere la parola in tv, assicurando che la situazione è sotto controllo. Da parte russa, sia l’ambasciatore sia il portavoce del Cremlino hanno tenuto a confermare l’appoggio di Mosca. Tuttavia, l’attacco ha mostrato la precarietà dell’assetto attuale del Mali. In primo luogo la giunta militare sovranista, che si è liberata dalla presenza francese (nel 2022) e della missione dell’Onu Minusma (nel 2023), ha fallito nella lotta contro il terrorismo e l’opposizione armata. Dopo avere cercato una stretta alleanza con la Russia – voluta in particolare proprio dal ministro della Difesa, Sadio Camara, deceduto durante l’attacco –, i mercenari russi del gruppo Wagner erano arrivati in Mali per rafforzare la sicurezza del Paese, a cominciare dal nord. Nel gennaio 2025, un primo arrivo di nuovi equipaggiamenti avrebbe dovuto rafforzare la sua capacità militare, soprattutto difensiva. Nel giugno 2025, il gruppo è stato sostituito dall’Africa Corps, controllato dal ministero della Difesa di Mosca, con oltre 1.500 militari, diversi dei quali provenienti dallo stesso gruppo Wagner. Si è osservato un cambiamento di strategia, volta prevalentemente a mettere in sicurezza alcune basi piuttosto che a compiere azioni sul terreno, come ai tempi del Wagner. Del resto, il comando dell’Africa Corps è a Mosca, e appare più centralizzato e gerarchico, pertanto meno capace di adattarsi in tempi rapidi alle mutevoli condizioni sul terreno.
I successi degli attacchi, lanciati il 25 aprile, hanno dimostrato l’insufficienza e la precarietà di questo nuovo approccio. Evidente, a questo punto, come sia tutta la strategia russa nel Sahel e nell’Africa occidentale a essere messa in causa, e se ne dovranno valutare gli sviluppi nei prossimi mesi, con un occhio all’Ucraina. Non pochi analisti, infatti, vedono in questo insuccesso anche una conseguenza delle difficoltà di Mosca sul fronte ucraino. Da sottolineare che, durante gli attacchi, i Paesi vicini, Niger e Burkina Faso (uniti al Mali nell’Alleanza degli Stati del Sahel e da un patto di reciproca assistenza), non si sono mossi. È dunque anche quest’alleanza a essere stata messa in dubbio alla prima vera prova. C’è voluta quasi una settimana perché venisse annunciata un’offensiva congiunta, di cui è difficile però valutare i risultati.
Sul piano interno, va osservato che, tra i militari stessi, ci sono divisioni, e, nei giorni successivi all’attacco, diversi militari sono stati arrestati per complicità. Quanto alle opposizioni, come accennato, non è la prima volta che gruppi jihadisti e tuareg, pur avendo obiettivi diversi si alleano tra loro. Era già successo nel 2012 per lottare contro il regime allora al potere a Bamako. L’alleanza, dopo i primi successi al nord, aveva però visto i gruppi jihadisti prendere il sopravvento e imporre la legge islamica (sharia) nelle regioni sotto il loro controllo, mentre il movimento tuareg era costretto a ripiegare. Per questo, Bamako aveva fatto appello alla Francia, che aveva risposto avviando l’operazione Serval, sostituita poi nel 2014 da quella detta Barkhane. Ma entrambe le operazioni avevano dimostrato l’illusorietà di una lotta al terrorismo per via esclusivamente militare.
La lezione sembra ripetersi ora, con la giunta militare, tanto più che i due gruppi armati (Gsim e Fla) sembrano avere raggiunto un compromesso riguardo alle loro visioni divergenti, rafforzando quindi la loro capacità offensiva. Inoltre, si sono accordati per evitare uno scontro diretto con i militari russi, offrendo loro piuttosto la possibilità di lasciare intanto le regioni del nord e, progressivamente, tutto il Mali. Mosca ha per il momento respinto l’offerta. Intanto, i due gruppi alleati hanno conquistato la base strategica di Tessalit, a nord di Kidal, vicino alla frontiera algerina, sconfiggendo le milizie e l’esercito russi. Verosimilmente, si sono dati come obiettivo prioritario quello di conquistare tutto il nord, mentre hanno imposto il blocco della capitale Bamako per isolarla dal resto del Paese. Il grande interrogativo è se la giunta militare saprà superare la crisi più grave da quando si è installata al potere.
In tutto questo, la popolazione civile paga il prezzo più alto. Presa com’è tra due fuochi, si interroga sul proprio avvenire. La società civile, che nel 2020 aveva avuto un ruolo nella crisi che ha portato alla giunta militare, è stata poi da questa messa a tacere. La repressione si abbatte su chi dissente e sui media, come ha denunciato recentemente Amnesty International. Nella notte tra il 2 e 3 maggio, l’avvocato Moutanga Tall, difensore dei diritti umani e della democrazia, è stato prelevato da uomini armati nella sua casa di Bamako, e da allora non si hanno più notizie di lui. I militari hanno perso sicuramente una parte dell’appoggio dei civili, che avevano salutato favorevolmente il loro avvento. Anche i russi si sono macchiati di violenze e crimini nei confronti della popolazione, malgrado dovessero assicurarne la protezione, e sono guardati con timore. Nell’aprile 2026, alcune associazioni per i diritti umani hanno denunciato le forze russe e maliane presso la Corte africana dei diritti umani e dei popoli. Quanto ai gruppi jihadisti, in passato l’imposizione della sharia nelle zone da loro controllate è stata male accolta.
Una Coalizione delle forze della Repubblica, animata dall’imam Mahmadou Dicko, esiliato in Algeria, che costituisce uno dei motivi della rottura tra i due Paesi, ha lanciato un appello per riunire tutte le forze di opposizione. Intanto 3,8 milioni di persone, secondo l’Onu, necessitano di un’assistenza umanitaria urgente, mentre sei milioni sono in condizioni di vulnerabilità alimentare, e gli sfollati interni sono mezzo milione, su una popolazione complessiva stimata in circa ventisei milioni di abitanti. Questo allarmante quadro sembra essere, al momento, l’unica certezza nel Paese.











