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L’algoritmo del controllo

Come il tecno-fascismo sta ridisegnando la sorveglianza in Europa

29 Ottobre 2026 Marianna Gatta  123

Anche senza scomodare Orwell, il confine tra pubblica sicurezza e controllo di massa si sta assottigliando a una velocità che farebbe invidia alle peggiori distopie della letteratura contemporanea. Un’inchiesta condotta da giornalisti investigativi legati a “Follow the Money” ha svelato i fitti legami tra Palantir – il gigante tech statunitense specializzato in big data analytics e intelligenza artificiale – e diversi Paesi europei, proprio mentre l’Italia, a fine settembre, regolamentava formalmente l’uso delle tecnologie di identificazione biometrica basate sull’IA. Degli undici Paesi europei che vantano rapporti contrattuali con Palantir, otto sono legati da accordi diretti con apparati della difesa o delle forze armate (Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Italia, Finlandia, Danimarca, Svezia e Ucraina), mentre nei restanti casi l’azienda fornisce supporto per questioni inerenti all’intelligence, alla sanità o alla gestione di affari locali. 

“Senza i nostri prodotti, in Europa ci sarebbe un terrorismo dilagante e ulteriori problemi di migrazione (…). Il risultato sarebbe dieci volte peggiore di quello attuale”, ha sostenuto Alex Karp, amministratore delegato e co-fondatore dell’azienda insieme a Peter Thiel. D’altronde, però, l’Europa non figura tra i mercati più redditizi di Palantir, con fatturati per oltre otto miliardi di dollari, considerando che il suo principale finanziatore resta il Pentagono. L’azienda avrebbe svolto infatti un ruolo chiave nel facilitare gli attacchi degli Stati Uniti contro l’Iran, consentendo operazioni più rapide ed efficaci. Altro acquirente dei sistemi della società è Israele, con cui Palantir collabora dal 2024 per il controllo su Gaza e sul Libano. 

E la rete della compagnia fondata da Thiel si estende ben oltre: già nel marzo 2025 ha raggiunto la Nato attraverso la promozione del Maven Smart System (Mss), la piattaforma integrata precedentemente utilizzata dalle forze armate statunitensi. Ciò significa che i software di un’azienda privata della Silicon Valley gestiscono le comunicazioni e le analisi strategiche tra gli alleati. Non a caso, nel settembre 2026, più di centoventi Ong provenienti da trenta Paesi europei hanno sottoscritto una lettera aperta per chiedere ai rispettivi governi di cessare ogni rapporto con la società. Palantir, che prende il nome da Il Signore degli anelli – faro culturale delle destre internazionali –, in particolare dalle pietre capaci di mostrare eventi lontani nel tempo e nello spazio, è stata fondata nel 2003, basandosi, fin da subito, sull’appoggio finanziario dell’intelligence statunitense e del Pentagono. Il fondatore è il miliardario Peter Thiel, attivo sostenitore di politiche ultraconservatrici e promotore di controversi convegni sull’Anticristo (vedi qui), che nel 2009, in un saggio per “Cato Unbound”, dichiarava di non ritenere che la libertà e la democrazia fossero compatibili. Abbiamo già parlato di figure come Palmer Luckey (vedi qui), ma in questo caso ci si trova di fronte a personaggi di estrazione del tutto diversa dal giovane californiano: Alex Karp non è l’erede della proverbiale chiusura del Sud statunitense, ma è il figlio di un medico ebreo di origini tedesche e di un’artista afroamericana, cresciuto in una New York colta e progressista. Ha conosciuto Thiel alla facoltà di filosofia di Francoforte. Attuale Ceo di Palantir, Karp ha scritto, con il suo legale Nicholas Zamiska, un saggio-manifesto dal titolo The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West (“La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente”), che teorizza un sistema politico scevro da ideologie e welfare, posto sotto il controllo diretto di aziende ingegneristiche. Il testo presenta la Silicon Valley e la sua élite come l’unica speranza di salvezza tecnocratica contro una democrazia caotica e in rovina. Tale visione si inserisce nel solco del Dark Enlightenment (“illuminismo nero”), una filosofia politica di destra illiberale, teorizzata negli anni Duemila dal programmatore Curtis Yarvin, che respinge la democrazia liberale, l’uguaglianza e il progressismo in favore di un autoritarismo aziendale guidato da “Ceo-monarchi”. 

A chi stiamo affidando, dunque, l’infrastruttura del controllo? Elke Schwarz, professoressa di teoria politica alla Queen Mary University di Londra, ha evidenziato le criticità derivanti dalla dipendenza per la propria sicurezza nazionale da un’azienda che dichiara apertamente di sostenere un altro Paese, i cui interessi non sono sempre allineati. “L’altra faccia della medaglia dell’interconnessione dei dati – afferma Schwarz – è che si diventa sempre più dipendenti e, di conseguenza, più vulnerabili”. I software di Palantir (come Gotham e Foundry) sono progettati per raccogliere, incrociare e analizzare enormi quantità di dati eterogenei provenienti da fonti diverse: immagini satellitari, registri pubblici, intercettazioni, metadati telefonici, transazioni finanziarie e persino contenuti dei social media. Per individuare pattern di criminalità o prevedere soggetti e luoghi a rischio si sostengono pratiche che incrementano la creazione di bias algoritmici fondati sul pregiudizio (per esempio, collegare luoghi di preghiera islamici con il terrorismo).

L’inchiesta sulla presenza pervasiva di Palantir in Europa arriva in concomitanza con l’approvazione del decreto legislativo che adegua la normativa italiana all’AI Act europeo, regolamentando formalmente l’uso delle tecnologie di identificazione biometrica basate sull’intelligenza artificiale. Se, da un lato, il provvedimento argina alcune derive estreme rispetto alle bozze iniziali, dall’altro apre all’impiego del riconoscimento facciale in tempo reale, in specifici casi di pubblica sicurezza. Secondo le nuove norme, le tecnologie di sorveglianza potranno essere attivate in diretta per prevenire gravi minacce, come attacchi terroristici, o per ricercare persone scomparse. La procedura ordinaria prevede la richiesta motivata delle forze dell’ordine e la preventiva autorizzazione del pubblico ministero; tuttavia, nei casi definiti “urgenti”, la polizia potrà avviare il tracciamento autonomamente, richiedendo la convalida entro ventiquattr’ore. Nelle piazze, negli stadi e durante le manifestazioni, le forze dell’ordine potranno registrare e conservare le immagini per un massimo di sette giorni prima della cancellazione automatica. Sebbene sia stato stralciato il paventato automatismo biometrico di massa su chiunque partecipi a un corteo, resta l’incognita sull’impatto di una conservazione preventiva delle immagini, che rischia comunque di trasformare gli spazi pubblici in luoghi di potenziale schedatura temporanea. Cosa ne è, dunque, delle nostre libertà civili e dello Stato di diritto?

La giustificazione politica alla base di questi poteri speciali è legata alla parola chiave delle destre europee: la sicurezza. Ma i dati smentiscono categoricamente questa narrazione. Mettendo a confronto le statistiche del Dossier Viminale relative al 2024 e al 2025, emerge una realtà in cui i reati risultano in diminuzione: si registrano meno furti (-7,7%), meno violenze sessuali (-17,3%), meno rapine (-6,7%) e persino un calo dei feriti tra le forze di polizia durante le manifestazioni (-35,4%). Come sottolineano gli attivisti e le attiviste di Sea Watch, la retorica della sicurezza viene usata per alimentare il consenso politico piuttosto che per proteggere la collettività. Invece di creare presidi comunitari nelle città e nelle periferie per contrastare l’isolamento, si normalizzano strumenti repressivi contro il dissenso. 

Già nel 2022, l’eurodeputata Saskia Bricmont (del gruppo Verdi-Ale al parlamento europeo) aveva pubblicato uno studio che descriveva i rischi dell’AI Act e dell’uso dell’intelligenza artificiale nella sorveglianza urbana. Tra le problematiche principali, si evidenziavano l’inefficacia dovuta ai falsi positivi, la discriminazione sistemica contro minoranze ed etnie, e l’effetto di congelamento (chilling effect), ossia la paura diffusa che spinge i cittadini a non scendere più in piazza per il timore di essere identificati. Lo studio riportava diversi esempi di contesti in cui i cittadini sono stati usati come cavie: in Ungheria, il Dragonfly Project raccoglie dal 2019 i dati di 35.000 telecamere collegate a database biometrici che permettono alla polizia di identificare chiunque in diretta. A Nizza, si era proposto di sperimentare varchi biometrici, basati sul riconoscimento facciale, all’ingresso di alcuni licei, misura poi bloccata dall’autorità francese garante della privacy e dal tribunale amministrativo di Marsiglia. A Mannheim, in Germania, invece, l’uso di algoritmi per analizzare “movimenti sospetti” ha generato una pioggia di falsi positivi, arrivando a scambiare persino un abbraccio tra passanti per una potenziale minaccia.

Per comprendere fino in fondo la natura di questo cambiamento, occorre guardare oltre la semplice norma giuridica e analizzare l’ideologia che l’alimenta. Illuminante è l’analisi condotta dalla giornalista e ricercatrice Irene Doda, nel suo libro Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecno-fascisti stanno plasmando il nostro futuro (Fuoriscena, 2026). Doda ricostruisce come il settore tecnologico della Silicon Valley abbia abbandonato le sue pretese utopiche per abbracciare un modello autoritario, orientato al controllo sociale e all’integrazione negli apparati statali. Nel descrivere le contraddizioni dei signori del silicio e l’uso politico delle infrastrutture digitali, l’autrice evidenzia il legame ambiguo tra potere privato e controllo pubblico. Si tende a dimenticare, infatti, che le tecnologie utilizzate per controllare gli spazi pubblici sono gestite da aziende private che, al di là delle policy e dei contratti di riservatezza, possono perseguire interessi difformi da quelli degli Stati e delle comunità. Quando non viene usata come strumento eccezionale d’indagine, l’identificazione preventiva delle persone distrugge la presunzione d’innocenza. Se poi i dati raccolti vengono gestiti da aziende private, si strizza l’occhio al capitalismo della sorveglianza, proprio in un momento in cui le piazze sono piene di giovani che si ribellano.

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TagsAI Alex Karp bias algoritmici intelligenza artificiale Marianna Gatta normativa europea AI Act Palantir pubblica sicurezza tecnologie di sorveglianza

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