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La crisi e il grigio fatalismo di Visco

Secondo le stime “degli esperti dell’Eurosistema”, la crescita del Pil nel 2023, nel complesso dell’area, “è stata rivista al ribasso di quasi mezzo punto,...

La brutta storia dei carri armati

C’è qualcosa che non torna, o almeno che non è stato chiarito in questa storia dei carri armati all’Ucraina. Da giorni si parla di...

C’era una volta la Brexit. I piccolissimi passi di Rishi Sunak

Col passare del tempo le cose assumono a volte una fisionomia più chiara. È il caso della Brexit e delle sue conseguenze. A ormai...

A Est della Ostpolitik, Scholz sulla via di Pechino

La gitarella di Olaf Scholz a Pechino non ha mancato di suscitare una serie di reazioni, tanto a livello internazionale quanto nel dibattito politico...

Governo, tutto come previsto

Tempi duri per i sovranismi, che si farebbe meglio a chiamare con il loro vecchio nome di nazionalismi. Possono ben poco: né smarcarsi dall’Europa – da cui i singoli Stati, e soprattutto l’Italia, si attendono i fondi stanziati per reagire alla crisi pandemica –, né coltivare i rapporti con il loro campione Putin, infilatosi in una guerra da cui non riesce a tirarsi fuori. In mancanza di meglio, allora – e un po’ approfittando della generale insipienza di quelli che dovrebbero essere i loro oppositori –, si danno a un esercizio che dura da decenni, quello del revisionismo storico.

Fu per primo Renzo De Felice, nella sua ponderosa biografia politica di Mussolini, a riabilitare in una certa misura anche la fase finale del fascismo, quella di Salò, che non gli apparve come puro e semplice collaborazionismo filonazista, ma come un modo di attutire i danni dell’occupazione tedesca in Italia. Il concetto di “totalitarismo”, poi – da declinare effettivamente al plurale, perché in esso è compreso lo stalinismo –, è da tempo adoperato per un’equiparazione tra comunismo sovietico e nazifascismo, che cerca di far dimenticare il contributo decisivo dato dal primo alla sconfitta del secondo. E per deviare l’attenzione dalla circostanza che la caduta del Muro di Berlino nel 1989 – su cui è tornata Giorgia Meloni – non segna il trionfo della democrazia e la fine del socialismo o del comunismo, perché, con il venir meno del sistema sovietico, giungeva a termine un’altra cosa: un singolare “mostro storico” – da definire, a piacere, “capitalismo di Stato” o “socialismo di Stato” –, che aveva avuto una torsione totalitaria fin da subito, dopo la rivoluzione russa, e si era infine andato estenuando in una forma post-totalitaria che, a ben guardare, dura tuttora, se si pensa al destino attuale della Russia.

Ora i conti con Trump (e con Musk)

I risultati delle elezioni americane di midterm sembrano rassicurare la Casa Bianca. L’avanzata repubblicana ha strappato la Camera dei rappresentanti, come avviene di prammatica a metà mandato di un presidente, ma il Senato pare che rimanga a seppur lieve maggioranza democratica. Anche sul fronte dei governatori, la spallata trumpiana non ha modificato la geografia dei poteri. Ovviamente, le ragioni di questo quadro sono molte, sia locali sia nazionali. Centrale è comunque la questione economica, con lo straordinario sforzo di Biden di contenere il disagio della congiuntura negativa mediante un’iniezione di denaro, che ha inevitabilmente riacceso l’inflazione. Il suo governo appare, nello scenario globale, forse quello più keynesiano dell’Occidente – una lezione che dovrebbero imparare in Europa.

Poi rimangono incombenti i nodi internazionali, sia con la guerra in Ucraina sia con il crescente contenzioso con Pechino. Su questi scacchieri, non dovrebbe mutare molto, se non un’intensificazione della pressione di Washington su Kiev per rendere più agevole una possibile intesa, magari solo sul cessate il fuoco invernale.

Musk e l’Ucraina, tra globalismo e nazionalismo

Come per l’acquisizione di Twitter, per cui è ora sotto inchiesta della magistratura americana, anche per il suo sostegno all’Ucraina, Elon Musk prova ad...

Come fronteggiare la crisi delle imprese

L’assessore Vincenzo Colla conosce bene la materia, perché viene dal sindacato (è stato segretario nazionale della Cgil). In questi giorni è in contatto continuo...

L’Europa nel gorgo dei nazionalismi

(Questo articolo è stato pubblicato il 3 marzo 2022) Non c’è dubbio che Putin stia conducendo una guerra di aggressione e che le sanzioni nei...

Se la guerra diventa convivenza

Circa sessanta funzionari dei servizi di sicurezza ucraini sono rimasti nelle zone occupate dai russi. Solo la punta dell’iceberg di una realtà più complessa, in cui almeno seicento o settecento dipendenti di medio e alto livello dell’amministrazione di Kiev hanno deciso di non seguire le forze ucraine in ritirata. Più che di un tradimento, si tratta in molti casi di una semplice scelta di vita, da parte di famiglie che continuano ad abitare territori nei quali la convivenza con i russi non è certo un’eccezione. Ovviamente, dopo questi mesi di guerra, l’opzione di rimanere nelle aree occupate non può essere considerata, soprattutto da parte di dirigenti dei servizi di sicurezza, come una semplice decisione logistica. E infatti la conseguenza di queste scelte è che il presidente Zelensky ha fatto arrestare Ivan Bakanov, il capo dei servizi segreti ucraini, insieme con la procuratrice generale Iryna Venediktova, che paga anche per molti dei suoi collaboratori dell’amministrazione giudiziaria ancora residenti nelle regioni invase dalle truppe di Mosca.

Più che una guerra, quella in Ucraina sta diventando una convivenza combattuta. Da mesi, ormai, le due comunità – ucraina e russa – si trovano spalla a spalla nell’organizzare forme di condivisione del territorio. E questa promiscuità fra parenti – perché tali sono russi e ucraini – sta imbarazzando i vertici dei due Stati. Sono infatti davvero centinaia e centinaia i casi di cambio di fronte, o di semplice adattamento a una convivenza forzata.