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Home » Recensioni » Landini racconta la sua “altra storia”

Landini racconta la sua “altra storia”

Dalle origini in una famiglia che non poté mantenerlo agli studi alla segreteria della Cgil. I nodi ancora da sciogliere nella vita del più importante sindacato italiano

4 Luglio 2025 Paolo Andruccioli  2366

Maurizio Landini nasce a Castelnovo Ne’ Monti il 7 agosto 1961. Dal 24 gennaio 2019 è il segretario generale della Cgil. Montepiano e San Polo d’Enza, “piccolo grande paese in provincia di Reggio Emilia che si estende verso le colline”, sono i suoi luoghi di origine (e del cuore), le radici di un uomo, che ha dedicato tutta la vita al sindacato e alla politica, e che ora, per la prima volta dopo tanti anni di carriera (o di “missione”), ha deciso di raccontarsi verso la fine del suo secondo mandato (è stato rieletto per la seconda volta nel 2023) alla testa della Cgil.

Il libro, Un’altra storia (Piemme 2025, 18,90 euro), per un puro caso è uscito alla metà di maggio, pochi giorni prima di quella che sarebbe stata la “sconfitta” dei referendum sul lavoro e la cittadinanza su cui la Cgil aveva investito gran parte della sua attività e delle risorse da più di un anno. Referendum che – come tutti sappiamo e come era ampiamente previsto – non hanno raggiunto il quorum, nonostante la ragguardevole mobilitazione di circa quindici milioni di cittadini che sono andati a votare, e nonostante la virulenta campagna dei partiti di governo a favore dell’astensione.

Quello di Landini non è però un libro sui referendum, né un saggio sul futuro del sindacato e sulla politica della sinistra. È piuttosto una classica autobiografia, in cui la storia personale si intreccia continuamente alla storia con la “s” maiuscola e alle profonde trasformazioni che stanno cambiando il mondo. Aneddoti e fatti si alternano nel gioco della ricostruzione. L’Italia di oggi è molto diversa dal Paese in cui il giovane Landini fece i suoi primi passi come delegato sindacale metalmeccanico, prima in un’azienda artigiana della provincia di Reggio Emilia, poi in una cooperativa. Ed è un Paese molto diverso da quello degli anni gloriosi della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, dove Landini ha costruito tutta la sua esperienza di dirigente sindacale e dove ha conosciuto i sindacalisti che lo avrebbero guidato costantemente come maestri, Gianni Rinaldini e Claudio Sabattini, prima di tutti gli altri.

Così le due storie si intrecciano, e ricordi e memorie si inseriscono nel percorso della cronaca politica nazionale. Una storia ripensata alla luce delle grandi difficoltà che vive oggi il sindacato, e soprattutto delle scelte che hanno costruito il destino dell’uomo Landini. Era la metà degli anni Settanta. Il figlio di Guerino Landini, cantoniere e protagonista della Resistenza nella zona di Reggio Emilia, e di Bruna Garofani, casalinga, dopo le scuole medie, aveva scelto un istituto per geometri. Si impegnava molto nello studio, ma un giorno arrivò la notizia che gli avrebbe condizionato la vita. “Una mattina – scrive Landini – i miei genitori mi dissero che dovevo interrompere gli studi. Avevano provato a mantenermi, ma i conti non tornavano. In casa lavorava solo mio padre: dovevo unirmi a lui e andare a lavorare”. Il giovane Landini avrebbe voluto proseguire gli studi, capiva il grande valore della conoscenza, ma il destino, la condizione materiale dell’esistenza, stavano decidendo per lui. “Non potevo dare ai miei genitori nessuna colpa per la nostra condizione economica di svantaggio. Mi rimboccai le maniche e come mi chiesero andai a lavorare. Da qualche parte, il mio bisogno di fare giustizia delle diseguaglianze e delle disparità di opportunità aumentò di intensità a partire da quel momento”.

Nel corso della vita del sindacalista ci saranno altri momenti di svolta, altri passaggi difficili da affrontare; ma nell’autobiografia emerge un profilo che si distacca dall’immagine che in questi anni è stata costruita dal politico Landini, la “felpa rossa”, l’uomo del “no” sempre indignato, e che per questa sua caratteristica nei dibattiti televisivi veniva spesso usato come l’incendiario e il provocatore di turno.

“I media – scrive Landini raccontando del suo arrivo in Cgil nel 2017 – mi avevano cucito addosso un personaggio: il metalmeccanico radicale in felpa rossa e maglia della salute, sempre un po’ arrabbiato per qualcosa. Ero diventato un po’ l’eroe dell’anti-potere. Prima contro la Fiat di Marchionne. Poi contro le battaglie di Matteo Renzi sul Jobs act e del referendum costituzionale”. Ma con l’arrivo in Cgil il personaggio pubblico avrebbe avuto bisogno di un certo restyling, anche in vista di un altro traguardo del destino, quello che di lì a poco lo avrebbe portato alla scrivania di segretario generale della Cgil, la confederazione contro cui – da dirigente Fiom – si era scontrato in tante occasioni. Un esito che pochi avrebbero previsto. Tra questi, c’era don Luigi Ciotti che, in un dibattito a Caserta, presentò Landini come “il futuro segretario della Cgil”. Gli risposi con una battuta, racconta Landini: “Don Luigi, ci vorrebbe un miracolo”. E il miracolo, nonostante i pronostici e l’immagine ormai consolidata del sindacalista radicale incapace di guidare una grande organizzazione (riformista) come la Cgil, avvenne poco tempo dopo, durante il Congresso nazionale Cgil di Bari che elesse Landini, nel gennaio 2019, segretario generale al posto dell’uscente Susanna Camusso. E fu proprio lei, la sindacalista socialista, a scegliere tra Landini e Vincenzo Colla, sindacalista emiliano riformista: 94,7% di sì, quindici no.

Da quell’anno, la Cgil è cambiata e la gestione politica della nuova segreteria non è stata rimessa mai in discussione, in base a un originario accordo tra lo stesso Landini (che ha sempre rifiutato di vedere la Cgil per correnti, landiniani, colliani, camussiani…) e l’ala più moderata del più grande sindacato italiano. Anche la minoranza di sinistra, che ha sempre caratterizzato le battaglie politiche più importanti (tutti ricorderanno l’epoca di Fausto Bertinotti avversario di Bruno Trentin), ha raffreddato il conflitto interno e nelle diverse categorie. Ma qui non possiamo ripercorre tutte le fasi sindacali raccontate dal punto di vista del segretario generale. Risulta invece più interessante individuare le linee principali che emergono dalla ricostruzione di Landini di questi anni, e i nodi che rimangono ancora da sciogliere.

Il filo conduttore su cui Landini insiste in tutte le parti del libro (sei capitoli in rigoroso ordine cronologico, dagli anni dell’infanzia a oggi) riguarda il modo di essere sindacalista. Centrali, nella sua ricostruzione della scala dei valori, la partecipazione e il rapporto diretto con i lavoratori. “Il cinismo prima o poi passerà di moda”, ma siccome non si nasce “solidali” l’attività sindacale va costruita sulla sintonia con le persone che lavorano. “Fu nei miei primi mesi da delegato sindacale – spiega Landini – che imparai la regola numero uno del sindacalista: per rappresentare le persone, ci devi parlare e le devi sentire. Devi costruire relazioni”. Ma ovviamente questa attitudine e questa attenzione umana non bastano. Il buon sindacalista deve conoscere anche le aziende dove lavorano gli iscritti al sindacato, deve conoscere i processi di produzione e la divisione del lavoro. Attenzione e conoscenza, rapporto diretto e studio continuo delle trasformazioni.

Ed è qui che si arriva ai veri nodi da sciogliere. Verso la fine del suo secondo mandato come segretario generale, Landini elenca le questioni che dovrebbero caratterizzare il futuro del sindacato, ma che nel bilancio sono ancora in sospeso. La Cgil avrebbe dovuto trasformarsi da sindacato verticistico e istituzionale in un “sindacato di strada”, vicino alle persone che lavorano e capace di rappresentare tutte le figure del lavoro a prescindere dalla loro collocazione produttiva: dai giovani precari agli ingegneri dei settori più avanzati, nella rivoluzione tecnologica in corso. Invece che alle categorie si dovrebbe pensare a un sindacato delle “filiere” produttive, e si sarebbe dovuta infrangere l’antica barriera tra garantiti e non garantiti. L’altro grande obiettivo (non ancora raggiunto) riguarda la legge sulla rappresentanza, mentre il dibattito (e lo scontro) su salario minimo e reddito di cittadinanza hanno fatto più passi indietro che avanti. Non parliamo della gloriosa battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro, alla base della storia del sindacalismo europeo del Novecento e che ora sembra quasi impossibile rilanciare, nonostante l’avanzata dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. L’altro filo rosso avrebbe dovuto essere la riscoperta del lavoro, della sua centralità nella vita collettiva e delle persone. E invece oggi risulta perfino difficile ridefinire il concetto stesso di lavoro, e i ritardi sulla comprensione della rivoluzione dell’intelligenza artificiale sono evidenti a tutti. Emergono anche dal libro. Ma questa, appunto, è un’altra storia.

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