Torna il nucleare. O almeno potrebbe tornare. Il governo Meloni gli ha spalancato la porta, ma per ora si tratta (anche in questo caso) di propaganda elettorale, perché ci vorranno anni per la realizzazione concreta delle centrali di nuova generazione e la messa a punto del sistema. Il nucleare non sarà operativo da subito, e non contribuirà quindi all’abbassamento dei costi dell’energia e alla riduzione delle bollette. Sapendo di mentire, la premier Giorgia Meloni, commentando il voto del Senato sui social, ha parlato (ieri, 23 settembre) di “una scelta coraggiosa e di buon senso”, che garantirà maggiore sicurezza energetica e che darà una risposta concreta alla domanda di elettricità, destinata a crescere “con i data center e l’intelligenza artificiale” (e questa è l’unica affermazione con una base reale, viste le previsioni di necessità gigantesche di energia per far funzionare i data center dell’intelligenza artificiale: vedi qui).
Il disegno di legge, presentato all’inizio dell’anno e già votato a giugno dalla Camera, è diventato legge con il voto del Senato: 81 sì, contro 51 no. Ora il governo ha a disposizione dodici mesi per adottare uno o più decreti attuativi, allo scopo di disciplinare la materia nel dettaglio, visto che si tratta di una legge delega. Si tratta di affrontare e risolvere problemi di base di difficilissima soluzione: costruzione e messa in esercizio delle centrali, individuazione dei siti dove saranno attivi i nuovi impianti, gestione delle scorie radioattive e sicurezza, istituzione degli organi di controllo, promozione della ricerca e produzione di idrogeno. Sul nucleare gli italiani si erano espressi due volte, nel 1987 e nel 2011. E i no hanno sempre ottenuto la stragrande maggioranza dei consensi dei cittadini.
Mentre il governo plaude soddisfatto, cresce dunque la preoccupazione. Non si tratta solo di una scelta tecnica, ma di una svolta politica netta, di una concezione della democrazia e del rapporto tra governanti e governati. Come per il riarmo e il finanziamento alle industrie degli armamenti, così per il nucleare, il governo cerca di dare risposte prima di tutto alle lobby, e apre la strada anche a un nuovo uso militare del nucleare, in particolare nel settore della marina. “Oggi è una giornata storica per l’Italia”, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, firmatario della legge. Il ministro si difende dalle accuse delle opposizioni e mette le mani avanti: “Non è un ritorno al passato: il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo”. E poi la promessa (o l’auspicio): i decreti attuativi arriveranno entro la fine dell’anno, mentre i primi impianti potrebbero spuntare tra il 2033 e il 2034.
Il provvedimento impone di escludere dai progetti le grandi centrali tradizionali, come quelle operative da decenni in molte parti del mondo, e limita le installazioni agli Smr (Small Modular Reactors), una tecnologia ancora in fase di sviluppo e mai verificata. Sono reattori nucleari di piccole dimensioni, con potenze in genere inferiori ai trecento megawatt, che è all’incirca la quantità di potenza richiesta da una città medio-grande. Le centrali tradizionali, invece, possono raggiungere migliaia di megawatt. Non è detto, comunque, che l’approvazione della legge si traduca nell’effettivo ritorno del nucleare in Italia. Ci sono prototipi di Smr attivi, ma non è ancora una tecnologia matura. La realizzazione concreta dei progetti, poi, dipenderà molto anche dal contesto politico dei prossimi decenni.
Ma dipende già da oggi dai tanti ritardi e contraddizioni della politica ambientale del governo Meloni. Lo spiega bene Alfiero Grandi, che ha una grande esperienza alle spalle in tema di energia. È stato segretario confederale Cgil, deputato durante la XIV legislatura, e tre volte sottosegretario con i governi Prodi, Amato e D’Alema. “Il governo – dice Grandi – non ha detto una parola sull’insediamento: dove si dovranno collocare le nuove centrali? Non si dice nulla sull’autorizzazione unica centralizzata, mentre è chiaro che la legge delega, per come è impostata, si mangerà non solo l’autonomia differenziata, ma anche l’autonomia delle popolazioni interessate, a cui non si chiederà nessun parere. Caso mai, in caso di incidente, si metteranno in campo indennizzi”.
Grandi avanza dubbi circostanziati anche sul tema più delicato, quello della sicurezza. “Non è vero che le centrali piccole di nuova generazione sono più sicure”. Si parla, infatti, di piccoli reattori raffreddabili a piombo, ma non ci sono ancora sperimentazioni che possano darci certezze. Le esperienze precedenti, fuori dall’Italia, non sono rassicuranti, come abbiamo visto per esempio con il caso della centrale francese Super Phoenix che è stata chiusa. Discutibile, per Grandi, anche la definizione di “piccola” centrale, mentre rimane un mistero la questione dello smaltimento e stoccaggio delle scorie. Non è stata ancora risolta la questione delle scorie delle vecchie centrali chiuse. In realtà, il governo sceglie il nucleare quando altri Paesi di antica industrializzazione, come la Germania, hanno imboccato la strada della transizione alle energie rinnovabili.
Vediamo appunto il caso della Germania, la maggiore economia europea, che non solo volta le spalle al nucleare, ma si impegna (come si legge sul “Guardian”) a eliminare gradualmente i combustibili fossili entro il 2045, nonostante l’acceso dibattito sulle sue politiche ambientali. Il governo tedesco ha esplicitamente promesso, per la prima volta, di abbandonare gradualmente i combustibili fossili. In precedenza, gli impegni si limitavano alla “neutralità carbonica”. I piani prevedono di incrementare la quota di energie rinnovabili dal 55% all’80% della produzione di elettricità entro il 2030, con un ulteriore incremento di 12 GW di energia eolica onshore, e di raggiungere un obiettivo di 215 GW di energia solare entro il 2030. È stato inoltre ribadito l’obiettivo, già precedentemente dichiarato, di ridurre gradualmente l’utilizzo del carbone nel prossimo decennio, con l’intento di abbandonarlo completamente entro il 2038, e con la possibilità di anticipare tale obiettivo al 2035.
In Italia si fa tutto il contrario. Si rilanciano il petrolio e il nucleare. Il governo Meloni, per il nucleare cosiddetto 4.0, ha deciso di partire da una dotazione iniziale di sessanta milioni di euro, suddivisi equamente nel triennio 2027-29, a cui si sommano 1,5 milioni nel 2025 e sei quest’anno per la campagna di informazione. L’obiettivo dichiarato (ma appunto siamo sempre sul piano della propaganda) è dotare il Paese di una nuova fonte di energia che, assieme alle rinnovabili, lo renda meno dipendente dalle importazioni e quindi, si spera, più resiliente di fronte agli shock internazionali.
Il governo Meloni risulta però completamente fuori fase rispetto alle dinamiche mondiali e alle scelte che altri Stati stanno facendo. Nel suo intervento, presso l’VIII Commissione del Senato della Repubblica (nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul ruolo dell’energia nucleare nel mix energetico nazionale), il direttore scientifico di Kyoto Club, Gianni Silvestrini, ha evidenziato come il ruolo del nucleare nella produzione elettrica mondiale sia in progressivo ridimensionamento. “Nel 1996 il nucleare contribuiva per circa il 17% alla produzione mondiale di elettricità, oggi siamo scesi al 9%” – ha ricordato – sottolineando come, nel frattempo, “il solare abbia superato il nucleare in termini di energia prodotta a livello globale”. Complessivamente, eolico e fotovoltaico generano ormai quasi il doppio dell’elettricità prodotta dall’atomo e, anche in Cina – spesso indicata come modello per il rilancio del nucleare – “sole e vento producono oltre quattro volte l’energia generata dagli impianti nucleari”.
Il governo italiano dice di non avere in mente le grandi centrali tradizionali della vicina Francia, piuttosto reattori modulari di piccola taglia (Smr) o di quarta generazione (Amr), su cui si concentra la ricerca della startup Newcleo, di Nuward del colosso transalpino Edf e di Nuclitalia, la società nata per studiare le tecnologie più avanzate e analizzare le opportunità di mercato nel settore, controllata da Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%). E non è un caso che, nello stesso giorno del voto al Senato sul nucleare, al Nasdaq, ovvero su una delle piazze più importanti della Borsa di New York, sia sbarcata le Newcleo. La transazione valuta Newcleo circa 2,4 miliardi di dollari pre-money. Un accordo di acquisto a termine potrebbe mettere a disposizione fino ad altri settantacinque milioni. Con i quasi venti milioni raccolti dopo l’annuncio, i fondi ottenuti dalla nascita superano un miliardo di dollari. Le risorse finanzieranno la crescita negli Stati Uniti e in Europa, il combustibile Mox e lo sviluppo dei reattori.
Intanto, si profila l’altra faccia dell’operazione “atomica” di Meloni. L’ad di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, ha fatto sapere che il “nucleare è la soluzione del futuro per la propulsione delle navi”. “Nella transizione energetica è il vero sostituto agli idrocarburi. Dobbiamo lavorare ora per arrivare all’obiettivo tra dieci anni”. La transizione energetica ora si chiama nucleare.







