L’illusione del cloud ci ha abituati a pensare che la nostra vita digitale sia del tutto immateriale. Ogni volta che inviamo un’email, generiamo un’immagine con l’intelligenza artificiale o guardiamo una serie in streaming, l’azione sembra fluttuare nell’aria, priva di peso e di conseguenze fisiche. Nella realtà, invece, ognuna di queste azioni lascia una traccia di cemento, acciaio, fiumi di acqua, e una quantità spaventosa di energia elettrica. I data center, un tempo infrastrutture tecniche quasi invisibili e relegate ai margini del dibattito pubblico, sono diventati un nuovo settore industriale, pesante e trainante, del sistema economico. Mentre l’intelligenza artificiale pervade ormai ogni angolo della nostra società, cresce a dismisura la quantità di centri di raccolta dati necessari al suo funzionamento.
Come ha detto Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute delle Nazioni Unite, “il dibattito pubblico tratta ancora spesso l’IA come se fosse un software, ma l’IA è anche infrastruttura fisica: data center, generazione di energia elettrica, sistemi di raffreddamento, reti di trasmissione, chip, minerali, terra e acqua”. Si contano oltre dodicimila data center operativi nel mondo, distribuiti in modo tutt’altro che omogeneo. In cima alla classifica ci sono gli Stati Uniti, che detengono il 45% di tutte le strutture, tra cui le più critiche, i cosiddetti hyperscale data centers, che sono di proprietà dei colossi tech, come Amazon, Microsoft, Google e Meta.
Per quanto riguarda l’Europa, dominano Germania e Regno Unito, con oltre cinquecento centri. E anche l’Italia non è da meno: ne ospita circa duecentocinquanta, secondo l’Osservatorio data center del Politecnico di Milano, e il mercato è in forte crescita. Sono stati investiti, nell’ultimo triennio, oltre sette miliardi di euro, e sono in costruzione ottantatré nuove strutture sul territorio. L’area a più alta densità è la Lombardia, che ne conta centodieci. È infatti la prima regione ad approvare una legge specifica sulla costruzione dei centri, che punta a incentivare la realizzazione in aree industriali dismesse, così da non colpire i terreni agricoli. Inizia a emergere, infatti, l’entità dell’impatto ambientale che hanno queste strutture. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) stima che i data center mondiali consumino circa l’1,5% dell’elettricità globale, e la domanda è destinata a più che raddoppiare entro il 2030. Entro il 2027, i nuovi server dedicati all’intelligenza artificiale, che Nvidia prevede di distribuire, consumeranno da soli circa 85,4 TWh all’anno. Si tratta di una quantità di energia superiore all’intero fabbisogno annuale di nazioni come la Svizzera o la Grecia.
Oltre al consumo di acqua ed energia, c’è la creazione ininterrotta di Raee, cioè di Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (in inglese, Weee, Waste Electric and Electronic Equipment). Nel 2022, secondo il Global E-Waste Monitor delle Nazioni Unite, sono state generate sessantadue milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, con una crescita dell’82% rispetto al 2010. Appena il 22% di questo tipo di scarti viene raccolto e riciclato, il resto finisce in discariche, spesso in Paesi del continente africano. La più grande del mondo è Agbogbloshie, vicino alla capitale del Ghana, Accra, che si estende per circa trentuno ettari: qui arrivano circa cinquecento container di rifiuti ogni mese, provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti, spacciati, secondo varie inchieste, come beni di seconda mano riutilizzabili. Una volta arrivati lì, dai rifiuti elettronici vengono estratti artigianalmente i metalli utili e rivendibili – rame, ferro, oro –, mentre le carcasse di plastica finiscono bruciate in roghi tossici.
Se non si può arginare completamente la costruzione di nuovi data center, quantomeno si può essere coscienti delle conseguenze ambientali che hanno, e adottare una normativa coerente a compensare o creare il minimo impatto. A oggi, in Italia, manca una legge quadro nazionale che stabilisca linee guida chiare e uniformi per l’insediamento di queste strutture, e, senza regole centralizzate su limiti di rumore, tutele idriche e vincoli sul consumo di suolo agricolo, la responsabilità decisionale ricade interamente sui singoli Comuni e Regioni. Così le giunte locali si trovano a negoziare, senza strumenti tecnici adeguati, con colossi multinazionali dotati di enorme potere contrattuale. Un esempio è quello del piccolo comune di Pregnana, in provincia di Milano: rappresenta perfettamente le due facce del boom dei data center in Italia. Qui sorgeranno tre enormi strutture su ex aree industriali dismesse, permettendo all’amministrazione di incassare tra i venticinque e i trenta milioni di euro in oneri e compensazioni, con cui finanzierà la bonifica dei terreni e una nuova scuola. Sembra filare tutto liscio, eppure non è stato fatto uno studio approfondito sui rischi legati all’impatto ambientale sull’area.
I casi che hanno già scosso l’opinione pubblica negli Stati Uniti rischiano di ripetersi anche in Italia. Davanti al cosiddetto “Data Center Alley” a Loudoun, in Virginia, dove si concentrano gran parte delle strutture, si è scatenata una rivolta popolare contro l’ampliamento e la costruzione dei data center. Nell’area, la richiesta di energia elettrica è talmente alta che hanno dovuto mantenere attive le centrali a gas e a carbone, che dovevano essere dismesse; nonostante ciò, le cittadine e i cittadini pagano più care le bollette. Non solo, ma alcuni mega-impianti consumano fino a diciotto milioni di litri d’acqua al giorno per il raffreddamento, attingendo direttamente a bacini fluviali che fornivano l’acqua potabile a migliaia di persone. La popolazione locale si è organizzata in gruppi di protesta per bloccare l’espansione illimitata di queste vere e proprie città di dati, fornendo un precedente per le battaglie successive. Solo nei primi tre mesi del 2026, negli Stati Uniti, sono stati bloccati circa settantacinque progetti di nuovi data center per un totale di centotrenta miliardi di dollari.
Nel frattempo, anche in Europa la resistenza politica inizia a tradursi in stop concreti. Il governo scozzese, infatti, sta valutando una moratoria totale sulla costruzione di nuovi data center, spinto dal timore che i ventiquattro mega-progetti pianificati finiscano per consumare una volta e mezza l’energia elettrica richiesta dall’intera Scozia nei momenti di picco. La decisione arriva dopo le proteste delle comunità locali contro un’espansione definita “invasiva”, e conseguenti alla scoperta che molte delle promesse su posti di lavoro e investimenti verdi erano, alla prova dei fatti, dei “progetti fantasma”. Insomma, la tecnologia va più veloce dell’adeguamento giuridico; e ora anche le amministrazioni chiedono maggiore trasparenza e una regolamentazione che crei un equilibrio tra sviluppo tecnologico e interesse pubblico.
Se, come scriveva Mark Fisher in Realismo capitalista, il capitalismo nella contemporaneità è decentralizzato, astratto e impersonale, il data center rappresenta esattamente questo tipo di potere. Giganteschi server inquinanti, nascosti e sorvegliati, che conservano e processano la creatività, il lavoro e i dati personali di milioni di persone, per sintetizzarli in profitti per altrettanto immense aziende private. I data center sono i motori fisici del nostro futuro digitale, ma, affinché non siano delle cattedrali dello spreco energetico, devono essere gestiti in maniera lungimirante. “Senza una pianificazione urbanistica ed ecologica condivisa – si legge in un’analisi del Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano –, il rischio è che queste enormi infrastrutture generino profitti globali lasciando a livello locale solo il peso del consumo di suolo, delle risorse idriche e dell’inquinamento acustico. Serve una governance che rimetta al centro i bisogni dei cittadini”.








