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Craxi, un cognome e poco più

Leggere la politica internazionale con le categorie morali dei fumetti dei supereroi è una forma di moderno analfabetismo. Lungi da noi, quindi, la tentazione di mettere nella lista dei “cattivi”, oggi detti anche “putiniani”, la neoeletta presidente della commissione Esteri del Senato, Stefania Craxi: la ragione, secondo alcuni maliziosi quotidiani nazionali, starebbe nel fatto che, in questa puntuale e mai smentita cronaca del 2016, dopo l’annessione della Crimea, sottolineava il merito storico di Vladimir Putin: “aver ridato orgoglio e identità alla Russia” ed essere “riuscito a riplasmare un’identità nazionale forte, in cui tutti possono ritrovarsi”. Certo, l’effetto comico c’è, visto che Craxi succede all’ex 5 Stelle Vito Petrocelli, defenestrato dalla carica appunto col marchio d’infamia di “putiniano” (che almeno in un’occasione si è procurato lui stesso, aggiungendo una “Z” maiuscola – che richiama il simbolo dell’invasione russa in Ucraina – a un tweet sulla festa della Liberazione). 

Per far fuori Petrocelli, è stata imposta politicamente un’acrobatica interpretazione del diritto parlamentare che ha portato allo scioglimento e alla ricostituzione dell’intera commissione. L’operazione, in un primo momento, era stata stoppata dagli “uffici”, cioè dagli ultraqualificati giuristi del Senato, esperti di leggi, regolamenti e precedenti. Alla fine, comunque, ha prevalso la volontà politica, la forzatura è stata compiuta, e, comicità involontaria a parte, Craxi è stata eletta – a scrutinio segreto – coi voti di un centrodestra allargato a qualche ex 5 Stelle, e forse a un senatore di Italia viva.

Un Conte di lotta e di governo, a caccia di elettori

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? Il titolo di questo classico della commedia all'italiana, firmato da Ettore Scola nel 1968, riaffiora alla memoria assistendo alle mosse, apparentemente un po’ casuali e scomposte, di Giuseppe Conte nel tentativo di restituire una visibilità mediatica e un profilo politico riconoscibile al Movimento 5 Stelle. Per il quale l’amico da ritrovare è l’elettorato. Schiantato ­­­– ma non cancellato – nei sondaggi, che lo accreditano di un comunque rispettabile, e stabile, 13% medio di intenzioni di voto, il Movimento è alla ricerca di un riposizionamento che giustifichi i consensi residui e, se possibile, fermi il massiccio riflusso dei voti del 2018 in direzione dell’astensionismo.

Di fatto, il Movimento 5 Stelle si trova oggi nella sempre ambigua collocazione “di lotta e di governo”, che altri hanno sperimentato in passato, non sempre con successo. Si espone al rischio di essere percepito come velleitario o, peggio, doppio: quando alza il tono della polemica e azzarda qualche azione di disturbo in parlamento e nel governo, ma nella sostanza rimanendo schiacciato sulle scelte politiche concrete di Mario Draghi. La capacità di Conte e dei suoi di deviare la barra del timone, saldamente in pugno al dominus di palazzo Chigi, appare molto modesta.

Le rovine della sanità pubblica

Pronto soccorsi al collasso. Pazienti in attesa anche per giorni in astanteria prima di essere ricoverati. Medici che si dimettono, al Cardarelli di Napoli,...

Conte contro il riarmo, in equilibrio su un filo

Il 19 febbraio del 2021 “Youtrend.it”, sito specializzato nell’analisi dei sondaggi e delle tendenze politiche e sociali, pubblicò la supermedia dei sondaggi politici, la sua tradizionale sintesi che incrocia i dati delle diverse rilevazioni demoscopiche sui partiti. Con il via libera al governo Draghi, appena insediato, il Movimento 5 Stelle era stimato al 14,8% delle intenzioni di voto degli italiani. Tredici mesi dopo i 5 Stelle, secondo la stessa fonte, sono al 12,7%. Impossibile non ricordare che la stessa forza politica aveva largamente superato il 30% nelle urne solo quattro anni fa. Non può sorprendere, dunque, la scelta di Giuseppe Conte di avviare una campagna di comunicazione che provi a rianimare la sbiadita identità politica del Movimento.

Appena riconfermato leader da un plebiscito online fra gli iscritti, con oltre il 94% dei votanti a suo favore – ma era candidato unico ed è atteso comunque a un nuovo round di ricorsi giudiziari –, Conte ha scelto come tema privilegiato il “no” all’aumento, entro un biennio, delle spese militari al 2% del Pil. Aumento che è un’antica richiesta di Washington, finora ignorata, assecondata con moderazione o procrastinata dai governi italiani e dalla maggioranza dei partner della Nato.

5 Stelle, come superare la sospensione di Conte?

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5 Stelle, resa dei conti finale?

E adesso che succederà, dopo la decisione della settima sezione civile del tribunale di Napoli che azzera i vertici dei 5 Stelle? Cosa farà il fondatore del movimento, Beppe Grillo? I pentastellati sono sempre più a rischio di implosione e, dopo il pronunciamento dei giudici, lo scontro interno si sta rivelando sempre più come una lotta di potere. Ora, ai vertici dei 5 Stelle sono tornati il garante Beppe Grillo e il reggente Vito Crimi. È facile immaginare che l’esautorato Conte starà valutando le iniziative legali per tornare alla guida del partito. Di certo, il reggente Crimi dovrà garantire l’elezione di una guida collettiva (a cinque), cioè quanto decise la base del partito.

I giudici di Napoli hanno infatti dato ragione ai dissidenti dei pentastellati, rappresentati dall’avvocato Lorenzo Borrè, riconoscendo un deficit di democrazia interna nel momento in cui a capo dei 5 Stelle, nell’agosto scorso, fu eletto Giuseppe Conte. L’accusa è che non tutti gli iscritti poterono partecipare all’elezione. La decisione dei giudici napoletani arriva in un momento di forte tensione interna. Il presidente Conte aveva avvertito Luigi Di Maio: “Nei 5 Stelle nessuno è indispensabile”. E aveva precisato che, nel partito fondato da Beppe Grillo, “non sono ammesse le correnti”. Dopo la decisione del ministro degli Esteri di dimettersi dal Comitato di garanzia, proprio per avere le mani libere nel poter dire la sua sulle cose che non funzionano nel partito, Conte aveva voluto fissare dei paletti invalicabili, lasciando intuire che la battaglia interna si annunciava aspra (e che Di Maio potrebbe soccombere).

La crisi dei 5 Stelle e i destini del fronte progressista

E chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato così periglioso il viaggio dei 5 Stelle nel mondo delle istituzioni. Ora rischiano di naufragare ancora prima di essere arrivati alla fine del viaggio. Il comandante di questa che è sempre più una nave alla deriva, Giuseppe Conte, è consapevole di non controllare i suoi parlamentari, e dunque di non poter rassicurare i suoi alleati. Nonostante ciò, prova a costruire un protagonismo che si infrange contro la dura realtà della crisi di credibilità del movimento.

I 5 Stelle non sono più affidabili. Per nessuno. E Conte prova ad alzare la posta in gioco lanciando candidature impossibili per Palazzo Chigi o il Quirinale, come quella della coordinatrice dei servizi segreti, Elisabetta Belloni, che sicuramente è stata una affidabile servitrice dello Stato, ma che, per il ruolo che ricopre oggi, non è proponibile né come presidente della Repubblica né come premier. Conte fa di tutto per marcare una differenza con i suoi alleati, il Pd e Leu. Il venir meno, il non essere più affidabile, l’implosione dei 5 Stelle rappresenta comunque una catastrofe per chi contava su questo alleato, se volete scomodo – il Pd e Leu – per fare squadra, per costruire un’alternativa credibile al centrodestra. 

L’ombra del Colle e i dolori di Enrico Letta

Dopo l’entusiasmo per l’esito delle recenti elezioni amministrative (la conquista di Roma, Milano, Napoli, Torino, eccetera), Enrico Letta ha più problemi che strada in discesa davanti a sé. Il Pd è fermo infatti dietro la scia del governo Draghi, che finisce per essere la sua sola identità. Non mostra, inoltre, iniziative particolari per l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, non morde il freno per cambiare la legge elettorale, vorrebbe che l’esecutivo procedesse fino al termine della legislatura e semmai pure oltre il 2023.

Letta deve poi tenere a bada gruppi parlamentari che furono scelti da Matteo Renzi nella sua composizione, e convincere il Pd che il rapporto con i 5 Stelle è più proficuo di quello con Italia viva o Azione di Carlo Calenda, che tra l’altro si detestano tra loro, pur invocando un’alleanza con i “riformisti” e non con i “populisti”. Ultimo caso da sbrogliare: le elezioni del prossimo 16 gennaio nel collegio Roma 1, che sono quelle suppletive per il posto da deputato lasciato libero da Roberto Gualtieri, eletto sindaco di Roma (in questa zona della capitale si voterà per la terza volta dal 2018, inizio legislatura, a causa dell’elezione e poi delle dimissioni di Paolo Gentiloni, diventato commissario europeo, sostituito in seguito da Gualtieri, a sua volta decaduto dopo l’elezione a sindaco).