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5 Stelle, la rinascita del Movimento che non c’è

“Il Pd è ovunque”: così Wolfgang Munchau – influente analista politico conservatore, che scrive per il sito “Eurointelligence” – ha sintetizzato l’influenza che il...

Votare per i grillini non è un tabù

Pochi ricordano, o forse pochi sanno, che le origini del Movimento 5 Stelle stanno nel partitino personale di Antonio Di Pietro, di per sé già parecchio qualunquista (nonostante le alleanze di centrosinistra di cui spesso faceva parte), con quel suo giustizialismo più da poliziotto che da magistrato. Uno scarto di lavorazione di Tangentopoli. Bene, Gianroberto Casaleggio, con la sua azienda di comunicazione, si occupava della propaganda del dipietrismo, il cui partito si chiamava Italia dei valori (uno dei nomi più strampalati, e ancora più brutto di 5 Stelle, che mai sia stato trovato). Anche Grillo aveva un occhio di riguardo per Di Pietro. Alla fine, però, su che cosa ruppero? Sulla “politica delle alleanze”. Casaleggio e Grillo sostenevano che non bisognasse mai fare alleanze – e in effetti, con il senno di poi, si deve ammettere che avevano visto giusto, perché per prendere voti indifferentemente da destra e da sinistra, bisognava fare come i 5 Stelle che, nelle elezioni del 2013 e in quelle del 2018, arrivarono a far saltare il banco con la loro “antipolitica”.

Adesso – dopo mille pasticci, giravolte e scissioni – i 5 Stelle sono ritornati, in un certo senso, alla casella di partenza (anche grazie a Letta che ha chiuso a una possibile coalizione con loro). Si presentano da soli, distinti sia dal cartello delle destre sia dal piccolo centrosinistra riunito intorno al Pd; ma lo fanno stavolta dicendosi “progressisti”, una parola che un tempo non avrebbero usato. Che cosa sono i grillini a guida Conte? Una formazione di centrosinistra sui generis – si potrebbe rispondere –, con venature socialdemocratiche (la difesa del cosiddetto reddito di cittadinanza, la proposta del salario minimo), che non intenderebbe certo porre in questione il capitalismo (ci mancherebbe!), e neppure imprimere alla società una decisa svolta ecologista, ma che cerca di recuperare voti a sinistra dopo averne perso per strada una grande quantità a destra.

Crisi o non crisi?

Ora che appare consumato il distacco di Conte e dei suoi dal governo, si può porre la domanda: la crisi è una buona o una cattiva cosa? Risposta: in questo momento, potrebbe essere del tutto indifferente per il Paese. In primo luogo, perché una maggioranza parlamentare per andare avanti ci sarebbe – con un altro governo o con un Draghi bis, o addirittura con questa stessa compagine appena un po’ rimaneggiata –, e tutto dipende dalla volontà delle altre forze politiche, oltre che naturalmente da quella del capo dello Stato. In secondo luogo, perché se questi, dopo avere verificato quale sia l’intenzione prevalente in parlamento, dovesse decidere lo scioglimento delle Camere, si andrebbe a votare in autunno anziché alla fine dell’inverno prossimo: si tratterebbe, dunque, di una fine anticipata della legislatura solo di qualche mese. Il punto spinoso è che si voterebbe con la legge elettorale attuale, che com’è noto non è affatto un granché. Ma è anche vero che l’eventuale iter per approvarne un’altra difficilmente potrebbe mettere capo a un risultato, visti i tempi ravvicinati che ci dividono dalla scadenza naturale della legislatura.

Da un punto di vista politico più generale – e con una particolare attenzione a quella che oggi, per la sua collocazione parlamentare, si chiama “sinistra” – un anticipo delle elezioni potrebbe persino essere una cosa positiva. A vivere in un clima di bonaccia tecnocratico-centrista, una forza come il Pd (per tacere della piccola variante di Articolo uno) appare così profondamente addormentata che una scossa potrebbe avere soltanto un effetto positivo. Le elezioni in autunno spingerebbero a costruire dei programmi, forse addirittura a proporre come presidente del Consiglio qualcuno che non sia Draghi.

Dario Franceschini cuore pulsante del Pd

Riunitosi a Cortona con la sua corrente di AreaDem, Dario Franceschini ha detto una cosa che non ci piace e un’altra che al contrario ci piace molto. Ha ammonito Giuseppe Conte e i suoi di non azzardarsi a fare una crisi di governo, neppure a distinguersi passando all’appoggio esterno, perché ciò significherebbe la fine di ogni possibilità di alleanza. Perché poi? Una forza politica, pur responsabile, ha il diritto di rimarcare le proprie posizioni – sulla guerra, sul cosiddetto reddito di cittadinanza, sul salario minimo –, senza per questo dover finire in una specie di purgatorio. È vero che, distinguendosi, i 5 Stelle contiani potrebbero rubare qualche voto al Pd – ma di più potrebbero sottrarne all’astensionismo e a una protesta che, nel loro elettorato, si volgerebbe facilmente a destra. Tanto più che, volendo mettersi un po’ nei panni di Conte, lui ha la necessità, a maggior ragione dopo la scissione subita, di rivendicare una propria autonomia e una qualche continuità di ispirazione, se si pensa alla difficoltà di traghettare una formazione, già “antipolitica”, verso una collocazione progressista moderata a tinte – anche in questo caso – sostanzialmente di centro.

La cosa che ci piace molto, invece, è che Franceschini abbia aperto a un mutamento della legge elettorale in senso proporzionale. Ha detto: “Sarà difficile cambiare la legge elettorale ma dobbiamo provarci fino in fondo”. Probabilmente ha inteso svegliare il segretario Enrico Letta, che sembra dormire sonni tranquilli al riguardo (e non solo). Come abbiamo già avuto occasione di scrivere (vedi qui), il “campo largo” avrebbe modo di articolarsi molto meglio, e gli elettori sarebbero più motivati a uscire dall’apatia, se a ognuno di essi fosse data la possibilità di scegliere la propria lista, ciascuna con un programma ben definito da negoziare poi con gli alleati anche sulla base dell’esito delle votazioni. Inoltre, aspetto nient’affatto secondario, una proporzionale pura, sia pure con uno sbarramento, sarebbe la legge elettorale più in linea con il dettato costituzionale.

5 Stelle, finale di partita del qualunquismo antipolitico

“Luigi ti risponde dopo tre squilli, Conte non ti richiama nemmeno”: così un deputato passato armi e bagagli al nuovo gruppo parlamentare guidato da Di Maio descriveva il peso del fattore umano nel successo indubitabile delle adesioni alla scissione del Movimento 5 Stelle. Ironia della sorte, quello che potrebbe sembrare un dettaglio umano secondario, perfino misero, rappresenta involontariamente la celebrazione del valore del professionismo politico, che è innanzitutto un mestiere fondato sulle capacità di relazione. Quel professionismo politico che Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio si erano illusi di potere sconfiggere con il loro movimento senza strutture, senza dirigenti, senza congressi. Quel professionismo al quale è arrivato per caso anche Giuseppe Conte, e si vede nell’affanno col quale gestisce la forza politica che guida, nonostante la prova dignitosa offerta a suo tempo dalla poltrona di palazzo Chigi nel non farsi travolgere del tutto dall’emergenza Covid, in Italia, e nel negoziato sugli strumenti finanziari con i partner europei. Un professionismo che oggi rappresenta l’orgoglio e la speranza di tanti, forse quasi tutti gli eletti del Movimento, anche quelli che con Di Maio per ora non sono andati, che in molti casi incolpano entrambi i leader rivali di uno strappo che si credeva fosse possibile ricucire, e aspettano di vedere dove e quando si manifesteranno le opportunità migliori. Chi può (perché ce l’aveva prima di entrare in parlamento) rivendicando ostentatamente il possesso di un altro mestiere: “Tornerò a fare quello che facevo prima!”: che sia il medico, l’insegnante, il commercialista o l’avvocato.

Indubbiamente, l’immagine delle truppe parlamentari di Conte spopolate dalla pesca a strascico del ministro degli Esteri rende difficile credere ai sondaggi – che certamente saranno aggiornati in queste settimane, ma fino a ieri accreditavano al Movimento intenzioni di voto alle politiche ancora in doppia cifra. Sarebbe alquanto sterile, oggi, accodarsi alla folla dei profeti del giorno dopo, pronti a giurare di avere previsto tutto: il Movimento 5 Stelle ha portato in politica la sua versione qualunquista del populismo antipolitico, del quale è esistita la lettura “riformista” del picconatore costituzionale Matteo Renzi, quella tecnocratica dell’attuale capo del governo, quelle più schiettamente di destra di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni.

Perché al “campo largo” potrebbe servire la proporzionale

La legge elettorale vigente, come si sa, concede alle segreterie dei partiti di decidere, preventivamente, quali saranno gli eletti e le elette. È questa senza dubbio una ragione per cui neanche Enrico Letta abbia mai pensato di cambiarla, come pure sarebbe stato necessario, adeguandola alla riduzione del numero dei parlamentari, e quindi al restringimento della rappresentanza, realizzata nel corso della legislatura (assecondando un’intenzione “antipolitica” grillina, ormai d’antan). Ma ce n’è un’altra, forse più importante: Letta è impegnato nella costruzione di una coalizione elettorale il più possibile ampia, e sa bene che la legge elettorale spinge, per non dire costringe, i gruppi minori ad allearsi. Nei collegi uninominali a turno unico, infatti (ricordiamo che il sistema prevede, in parte, un’elezione di tipo proporzionale, e in parte una di tipo maggioritario, senza possibilità di voto disgiunto), non si riuscirebbe a conquistare neppure un seggio in mancanza di alleanze; mentre per il proporzionale, com’è noto, è necessario superare uno sbarramento del 3%. Ora, come tenere insieme formazioni che sono o al di sotto di questa soglia (stando ai sondaggi) o in netto calo di consensi, come i 5 Stelle, e devono per forza di cose cercare di fare massa critica se vogliono ottenere qualche seggio con il maggioritario? La risposta a prima vista appare semplice: proprio con la legge elettorale vigente.

C’è però un piccolo problema che si chiama astensionismo (vedi il nostro articolo del 23 novembre scorso). Anche nella recente tornata elettorale, si è potuto constatare come i voti degli elettori un tempo grillini abbiano difficoltà a sommarsi con quelli del Pd all’interno di una stessa coalizione. A volere motivare gli elettori, si dovrebbe lasciarli liberi di scegliere la propria lista senza un’alleanza preordinata. Con una legge elettorale di tipo integralmente proporzionale, si guadagnerebbero dei voti che rafforzerebbero il tentativo di Conte di lasciarsi alle spalle definitivamente l’originario populismo, senza tuttavia rompere i ponti con il precedente rifiuto delle alleanze che aveva determinato molti, nel 2018, al voto grillino. Così il “campo largo” si costruirebbe in parlamento dopo le elezioni, eventualmente, e non prima con un sistema che limita la scelta da parte dell’elettore.

Primarie di coalizione, corsa a ostacoli per Letta e Conte

C’è stato un tempo nel quale il Partito democratico non azzeccava (quasi) mai le primarie: se erano di coalizione, gli elettori del cosiddetto centrosinistra premiavano gli outsider, da Nichi Vendola, in Puglia, a Giuliano Pisapia a Milano; se la consultazione era interna, con soltanto i candidati di partito, vinceva quello che appariva più indigesto agli apparati e ai dirigenti nazionali: a Firenze, per esempio, Matteo Renzi (eh, sì, ha giocato la carta del giovane “contestatore”) e, a Roma, Ignazio Marino. Nei rari casi in cui vinceva il candidato “ufficiale” (a Napoli Andrea Cozzolino, in Liguria Raffella Paita) si materializzavano i fantasmi delle “truppe cammellate”, degli immigrati reclutati al momento per condizionare il voto, delle contestazioni per i presunti brogli elettorali. È finita che anche i più fedeli elettori democratici, e gli appassionati della scimmiottatura della politica all’americana, si sono un po’ disamorati. Alcune delle più recenti consultazioni si sono meritate l’etichetta di “flop”: a Roma e Torino, nel 2021, per esempio, dove però le cose sono andate – per quanto riguarda la scelta del candidato – come dovevano andare nelle previsioni dei vertici.

Se ne riparla oggi perché le primarie sembrano essere state individuate come lo strumento per rianimare la presunta alleanza fra Pd e 5 Stelle. Un patto sempre col fiato corto, segnato da polemiche e diffidenze, che nemmeno i faccia a faccia a pranzo fra Enrico Letta e Giuseppe Conte riescono a stemperare. Appuntamenti ormai periodici e sempre “cordiali” (un po’ come il rancio dei soldati, sempre “ottimo e abbondante”, come si diceva in tempi andati), ma che non cancellano la realtà di due forze che danno molto spesso l’impressione di navigare a vista. I dem senz’altra bussola, apparentemente, che la speranza di una futura legislatura ancora al traino di Mario Draghi, che ha da tempo altre ambizioni ma non si è ancora svincolato dal suo ruolo commissariale. Gli ex “grillini”, dilaniati dalle loro faide interne, inasprite dalla spaccatura che li accompagna fin dalla nascita dell’attuale governo: gli iscritti votarono sì nella consultazione online su Draghi con il 59,3% di sì. Ma ci volle una robusta cortina fumogena sui contenuti della futura azione dell’esecutivo, e un quesito che definire suggestivo nei confronti dei votanti è decisamente un eufemismo. “Quella divisione – racconta oggi un parlamentare di fede contiana – si riflette, da allora, anche nella discussione fra noi deputati e senatori”.

Craxi, un cognome e poco più

Leggere la politica internazionale con le categorie morali dei fumetti dei supereroi è una forma di moderno analfabetismo. Lungi da noi, quindi, la tentazione di mettere nella lista dei “cattivi”, oggi detti anche “putiniani”, la neoeletta presidente della commissione Esteri del Senato, Stefania Craxi: la ragione, secondo alcuni maliziosi quotidiani nazionali, starebbe nel fatto che, in questa puntuale e mai smentita cronaca del 2016, dopo l’annessione della Crimea, sottolineava il merito storico di Vladimir Putin: “aver ridato orgoglio e identità alla Russia” ed essere “riuscito a riplasmare un’identità nazionale forte, in cui tutti possono ritrovarsi”. Certo, l’effetto comico c’è, visto che Craxi succede all’ex 5 Stelle Vito Petrocelli, defenestrato dalla carica appunto col marchio d’infamia di “putiniano” (che almeno in un’occasione si è procurato lui stesso, aggiungendo una “Z” maiuscola – che richiama il simbolo dell’invasione russa in Ucraina – a un tweet sulla festa della Liberazione). 

Per far fuori Petrocelli, è stata imposta politicamente un’acrobatica interpretazione del diritto parlamentare che ha portato allo scioglimento e alla ricostituzione dell’intera commissione. L’operazione, in un primo momento, era stata stoppata dagli “uffici”, cioè dagli ultraqualificati giuristi del Senato, esperti di leggi, regolamenti e precedenti. Alla fine, comunque, ha prevalso la volontà politica, la forzatura è stata compiuta, e, comicità involontaria a parte, Craxi è stata eletta – a scrutinio segreto – coi voti di un centrodestra allargato a qualche ex 5 Stelle, e forse a un senatore di Italia viva.

Un Conte di lotta e di governo, a caccia di elettori

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? Il titolo di questo classico della commedia all'italiana, firmato da Ettore Scola nel 1968, riaffiora alla memoria assistendo alle mosse, apparentemente un po’ casuali e scomposte, di Giuseppe Conte nel tentativo di restituire una visibilità mediatica e un profilo politico riconoscibile al Movimento 5 Stelle. Per il quale l’amico da ritrovare è l’elettorato. Schiantato ­­­– ma non cancellato – nei sondaggi, che lo accreditano di un comunque rispettabile, e stabile, 13% medio di intenzioni di voto, il Movimento è alla ricerca di un riposizionamento che giustifichi i consensi residui e, se possibile, fermi il massiccio riflusso dei voti del 2018 in direzione dell’astensionismo.

Di fatto, il Movimento 5 Stelle si trova oggi nella sempre ambigua collocazione “di lotta e di governo”, che altri hanno sperimentato in passato, non sempre con successo. Si espone al rischio di essere percepito come velleitario o, peggio, doppio: quando alza il tono della polemica e azzarda qualche azione di disturbo in parlamento e nel governo, ma nella sostanza rimanendo schiacciato sulle scelte politiche concrete di Mario Draghi. La capacità di Conte e dei suoi di deviare la barra del timone, saldamente in pugno al dominus di palazzo Chigi, appare molto modesta.

Le rovine della sanità pubblica

Pronto soccorsi al collasso. Pazienti in attesa anche per giorni in astanteria prima di essere ricoverati. Medici che si dimettono, al Cardarelli di Napoli,...