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Dietro la non sfiducia a von der Leyen

Bocciata la mozione dell’estrema destra, resta il problema dei popolari e della loro “politica dei due forni”. La necessità di un accordo vincolante di maggioranza e le nette prese di posizione di socialisti e liberali

14 Luglio 2025 Lorenzo Consoli  1062

Giovedì 10 luglio, a Strasburgo, la plenaria del parlamento europeo ha bocciato la mozione di “censura” (cioè di sfiducia) contro la Commissione di Ursula von der Leyen, che era stata presentata da oltre settanta eurodeputati dei tre gruppi di destra (circa metà dei conservatori dell’Ecr, e tutti i “patrioti” e i sovranisti dell’Esn). La bocciatura era scontata: per approvare la sfiducia alla Commissione sarebbe necessario ottenere i due terzi dei voti espressi favorevoli, e almeno la maggioranza assoluta di 360 voti su 719 eurodeputati, e si sapeva che il Ppe, i liberali di Renew, i verdi e i socialisti e democratici, non avrebbero sostenuto l’iniziativa dell’estrema destra, e che al limite alcuni di loro, per esprimere la propria posizione critica verso von der Leyen, si sarebbero astenuti o non avrebbero partecipato al voto.  

Alla fine, su 553 voti espressi, i contrari sono stati 360, che per una strana coincidenza corrispondono esattamente alla soglia della maggioranza assoluta, mentre i favorevoli sono stati 175, quasi tutti dalla destra, con in più tredici eurodeputati del gruppo della sinistra (tra cui gli otto del Movimento 5 Stelle), un socialista e un liberale. Per von der Leyen, questo risultato positivo segna comunque un netto arretramento rispetto ai 401 voti che aveva ottenuto con la sua rielezione per il secondo mandato, nel luglio 2024. Ci sono state relativamente poche astensioni, diciotto, ma molti più europarlamentari che non hanno votato, 166, di cui circa un centinaio erano presenti in aula ma non hanno usato la scheda elettronica (in un’altra votazione di poco successiva i votanti sono stati 648). 

Tra i gruppi politici, quelli di estrema destra (“patrioti” e sovranisti) hanno votato massicciamente a favore (rispettivamente, 75 e 24 voti), mentre i conservatori dell’Ecr si sono spaccati grossomodo a metà (39 voti a favore, tre contrari, due astenuti e 35 assenti). Hanno votato a favore anche 22 non iscritti. Il Ppe, i liberali e i socialisti e democratici hanno votato in modo compatto “no” alla mozione (rispettivamente 167, 57 e 98 voti contrari). Nelle file del Ppe, ci sono stati comunque 19 assenti al voto e due astenuti, e poi 12 assenti, un favorevole e cinque astenuti, nel gruppo liberale di Renew, e ben 34 assenti, un favorevole e tre astenuti, nel gruppo dei socialisti e democratici. Tra i verdi, i voti contro la mozione sono stati 33, gli assenti 19, e un astenuto. Nel gruppo della sinistra, infine, oltre ai 13 voti favorevoli, ci sono stati 29 assenti e quattro astenuti. 

Le forze politiche italiane si sono frammentate su posizioni diverse da quelle che dividono maggioranza e opposizione a livello nazionale. A favore della mozione di censura, hanno votato, da una parte, la Lega, compatta, con il gruppo dei “patrioti”, e, dall’altra, gli otto europarlamentari dei 5 Stelle. Contro, hanno votato tutti gli eurodeputati di Forza Italia e quattordici del Pd (su ventuno in totale, con sette assenti). Tutti gli europarlamentari di Fratelli d’Italia, come si diceva, hanno deciso di non votare, così come, sul fronte opposto, tutti gli italiani eletti con l’Alleanza verdi-sinistra, sia i quattro dei verdi sia i due della sinistra.

La spaccatura all’interno del gruppo conservatore Ecr non poteva essere più netta: mentre la mozione di censura ha avuto come iniziatore proprio un conservatore, il rumeno Gheorghe Piperea, il capogruppo Nicola Procaccini, di Fratelli d’Italia, ha spiegato, in sostanza, che i conservatori stanno riuscendo, come mai in precedenza, a condizionare sempre di più le politiche della Commissione, e che non avrebbe senso vanificare questa opportunità, sfiduciando ora l’esecutivo di von der Leyen.

Il dibattito sulla fiducia, comunque, ha fatto emergere una profonda insoddisfazione nei confronti della Commissione da parte dei gruppi a sinistra del Ppe, in particolare di quelli che fanno parte, teoricamente, della “maggioranza Ursula”, ovvero liberali, socialisti e democratici, e in parte anche i verdi. Innanzitutto, la Commissione von der Leyen II sta caratterizzandosi sempre più come un organismo molto attento alle esigenze delle capitali, ciò che ne stravolge il ruolo di istituzione comunitaria, e non “intergovernativa”. A questo, bisogna aggiungere l’attenzione privilegiata e prioritaria che, come dimostrano i cosiddetti “Omnibus” (le proposte di modifica, a volte profonda, della legislazione europea già adottata, soprattutto riguardo al Green Deal), la Commissione europea sta accordando alle lobby economiche e industriali, trascurando invece l’interesse pubblico e le posizioni della società civile, in particolare in campo ambientale. Tutto questo, in nome della competitività: come se la competitività stessa dipendesse dagli interessi economici – spesso conservatori e di corto respiro – di quelle lobby, e non da investimenti nel lungo termine, come la transizione verde e digitale, che richiedono visione e capacità di trasformazione. 

Nell’Unione, la Commissione ha il monopolio della iniziativa legislativa: non è obbligata, e nessuno la può obbligare, a presentare, come sta facendo, delle proposte di modifica per annacquare o stravolgere, nel nome della “semplificazione”, decine di atti legislativi che hanno già concluso, a volte solo da pochi mesi, il loro iter co-decisionale democratico attraverso il negoziato tra il Consiglio Ue e il parlamento europeo. C’è poi, soprattutto, il problema della “doppia maggioranza”, che in Italia potremmo chiamare la “politica dei due forni”. Il sistema dello Spitzenkandidat (l’indicazione, durante le elezioni europee, di un “candidato guida” per la futura presidenza della Commissione da parte di ciascuna famiglia politica europea) ha mostrato tutti i suoi limiti: il fatto che lo Spitzenkandidat sia l’espressione di una sola forza politica e del suo programma – com’è stato per Ursula von der Leyen, candidata del Ppe – è in profonda contraddizione con la necessità per l’esecutivo comunitario di reggersi su una maggioranza di coalizione, e quindi su un programma concordato con altri gruppi, che naturalmente coincide solo in parte con la piattaforma elettorale del partito europeo che vince le elezioni. 

In altre parole, chi viene eletto dal parlamento europeo alla presidenza della Commissione dovrebbe essere responsabile di fronte a tutta la coalizione che lo sostiene, e non solo rispetto al proprio partito. Ma non è quello che sta succedendo con von der Leyen. Quando è stata eletta, un anno fa, sarebbe stato opportuno formalizzare un accordo di coalizione, alla tedesca, che valesse per tutta la durata del mandato della nuova Commissione. Ma il presidente del Ppe, Manfred Weber, non lo ha voluto, e gli altri due gruppi della “maggioranza Ursula” non sono riusciti a imporglielo come condizione per il proprio sostegno. Di conseguenza, si è creata una situazione in cui, ormai sempre più spesso, il Ppe, approfittando della sua posizione centrale nello scacchiere politico, ricorre a una maggioranza alternativa a quella di centrosinistra europeista che ha sostenuto la riconferma di von der Leyen, creando così instabilità e incertezza per il ruolo del parlamento europeo e nel processo co-legislativo. Il Ppe vuole mantenere le mani libere per allearsi di volta in volta, a seconda dei dossier legislativi o delle risoluzioni politiche, con la “maggioranza Ursula”, oppure con l’estrema destra, attraverso l’artificio ipocrita e opportunista degli accordi con i conservatori dell’Ecr (e di Fratelli d’Italia), che poi fanno da ponte con l’ultradestra antieuropea dei “patrioti” e dei sovranisti, per avere il loro sostegno, contro gli odiati socialisti e democratici, liberali e verdi.  

Questo meccanismo è stato fortemente voluto da Manfred Weber, ed è in linea con la sua strategia secondo cui, per sconfiggere l’estrema destra, bisogna occuparne il terreno, adottando le sue posizioni (per esempio, sull’immigrazione e contro “l’ideologia green”) per sottrarle il consenso di almeno una parte dei suoi elettori. Una strategia che – la storia insegna – è sempre stata perdente, ma che condivide anche von der Leyen, come ha detto lei stessa più volte.  

Da questa situazione si può uscire in un solo modo: concludendo e formalizzando, finalmente, un vero e proprio accordo di coalizione tra i componenti della “maggioranza Ursula”, e chiarendo che – oltre che basarsi su un programma politico preciso e dettagliato, concordato per tutto il mandato della Commissione – l’accordo dovrebbe prevedere anche una sorta di “vincolo di fedeltà”, che escluda, per i gruppi politici che lo sottoscrivono, la possibilità di votare con altre forze, soprattutto quelle antieuropee, contro il resto della coalizione.

Non siamo ancora arrivati a questo, ma ci siamo vicini. Durante e dopo il dibattito sulla mozione di censura, a Strasburgo, sia la capogruppo dei socialisti e democratici, la spagnola Iratxe García Pérez, sia quella dei liberali di Renew, la francese Valérie Hayer, hanno detto basta al meccanismo della “doppia maggioranza”, e chiesto di tornare al programma originario di von der Leyen, quello in base al quale un anno fa l’hanno confermata alla guida della Commissione. 

“Deve esserci una decisione chiara sulle forze con cui si vogliono costruire le maggioranze, in questo parlamento. Non possiamo continuare con la dinamica delle doppie maggioranze”, ha sottolineato García Pérez, rivolta al Ppe di Weber, mentre, in Italia, Elly Schlein, segretaria del Pd (che è il partito nazionale con più eurodeputati nel gruppo dei socialisti e democratici) ha ribadito: “Non è possibile che la Commissione e i popolari europei, che hanno la maggioranza relativa in parlamento, continuino a pensare che hanno due maggioranze diverse a disposizione, e che quando gli gira possano votare con l’estrema destra, come hanno fatto di recente”, per esempio sugli obiettivi climatici.

La liberale Valérie Hayer, da parte sua, ha invitato von der Leyen a “ristabilire l’ordine all’interno della sua famiglia politica, e a riaffermare la responsabilità istituzionale che ci si aspetta da una leadership europeista”. Secondo la capogruppo di Renew, “le maschere sono ormai cadute. Il ripetuto ricorso, da parte del Ppe, ad alleanze ad hoc” con i partiti dell’estrema destra antieuropea “lo ha condotto in un vicolo cieco politico. Queste pericolose alleanze – ha sottolineato – mettono a repentaglio l’equilibrio istituzionale dell’Unione e rischiano di paralizzarne la capacità di realizzare le sue priorità più urgenti, come la continuazione del sostegno all’Ucraina, la difesa della democrazia e la piena attuazione del rapporto Draghi e del Green Deal”. Hayer, infine, ha avvertito la presidente della Commissione che “nulla è garantito”. E rivolgendosi a von der Leyen ha concluso: “Ci aspettiamo che riprenda il controllo, affinché finalmente l’agenda politica che condividiamo possa davvero progredire”. 

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