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Ischia, Conte non c’entra

Siamo abituati un po’ a tutto, nel dibattito politico italiano, ma colpisce che prima ancora che fossero estratti tutti i corpi dal fango della...

Senato, la prima prova del “destra-centro”

Dunque la legislatura comincia com’era finita la precedente: i voti di Matteo Renzi possono essere decisivi, quantomeno al Senato. Dove, al di là delle...

Previsioni sulla legislatura che sta per aprirsi

È piuttosto improbabile che il governo di Giorgia Meloni riesca a durare cinque anni e a condurre a termine la diciannovesima legislatura repubblicana. Su questo, come si sa, puntano tutto gli improvvisatori Calenda e Renzi per potere venir fuori con il loro “ecco, l’avevamo detto noi!”. Del resto Renzi è un consumato playmaker di giochini parlamentari: nella legislatura appena trascorsa ha reso possibile il governo Conte 1 (quello dei grillini con la Lega) grazie al suo intransigente non possumus, salvo poi transigere l’anno seguente alleandosi proprio con i grillini (il Conte 2), provocando una scissione nel gruppo del Pd, e diventando così l’ago della bilancia al Senato. Il che gli ha permesso di affossare Conte tirando fuori dal cappello Draghi (diventato poi il beniamino anche di Letta), secondo i desiderata della Confindustria e di altri. Insomma Renzi, e Calenda con lui, sono i signori delle “larghe intese”. Peccato che con il loro 8% scarso alle elezioni, con una ventina di deputati e solo nove senatori, non siano determinanti da nessuna parte. Sarà per la prossima volta.

Il pallino di questa legislatura è nelle mani di Berlusconi (almeno finché si trascinerà in vita). Come avevamo scritto qui, d’altronde, Giorgia Meloni è postfascista non meno che postberlusconiana; anzi più la seconda cosa che la prima, a dire il vero. Nel prefisso “post-” sono impliciti alcuni dei tratti di quello che c’era in precedenza: se l’estrema destra europea ricicla alcuni degli elementi dei fascismi storici, ciò non vuol dire che non innovi anche un po’ (si pensi, per dirne una, al “femminismo” di Meloni, alla sua decisione nell’affermarsi, qualcosa di sconosciuto ai tempi di Mussolini). In modo analogo, il governo Meloni sarà differente dai governi Berlusconi del passato: ma ne sarà anche, sotto più di un profilo, la prosecuzione. Il berlusconismo può essere camaleontico – cioè una cosa e il suo contrario – almeno quanto seppe esserlo il fascismo: quel populismo mediatico, che sdoganò i vecchi arnesi del Movimento sociale per i propri interessi più aziendali che politici (nel 1994), può ergersi adesso a difensore di una moderazione “europeista”.

Perché Elena Ferrante spiega meglio dei classici la questione meridionale odierna

Un partito “geniale”: più di Gramsci, forse è la Ferrante, con i suoi romanzi dell’“amica geniale”, a spiegarci come si attraversi individualmente il tunnel dell’emancipazione dalla miseria. Dopo averla tanto reclamata o sollecitata, ecco che torna a esplodere la questione meridionale. In realtà né Gramsci, né Rocco Scotellaro, né Guido Dorso, o perfino lo stesso De Mita, la riconoscerebbero. I tratti delle dinamiche che hanno portato il Mezzogiorno ad affidarsi a un impasto di neocorporativismo dell’assistenza, con il voto di massa ai grillini, combinato con una richiesta di tutela anti-europea per quello alla Meloni, sfuggono alle categorie tradizionali. La distorsione del modello di sviluppo, la prevaricazione nordista, il fallimento delle classi dirigenti locali, sono sempre motivi di lamentazione – ma stanno sullo sfondo rispetto a una diretta ed esplicita negozialità di ogni singolo elettore, di ogni figura sociale che cerca l’interfaccia con le istituzioni per contrattare il proprio reddito.

Più che i sacri testi sociologici o ideologici, perciò, potrebbe aiutarci l’opera di Elena Ferrante. Oggi forse diventa più nitido e decifrabile il valore di quella narrazione asciutta, scevra da luoghi comuni, ma soprattutto intrisa di una visione socio-antropologica della vita vera nel Mezzogiorno, a Napoli, nei quartieri del trionfo grillino. Un’allegoria perfetta di quelle trasformazioni, in cui la miseria diventa riscatto individuale, contorsione e adattamento per trovare una via di fuga dal quartiere, dalla condizione subalterna, ma sempre soli, separati dal resto. Il tunnel, che nell’immaginaria urbanistica del racconto congiunge il quartiere dei poveri alle zone dei ricchi, viene attraversato uno alla volta, e spesso si torna indietro, per reinvestire nel quartiere il proprio momentaneo benessere.

5 Stelle, la rinascita del Movimento che non c’è

“Il Pd è ovunque”: così Wolfgang Munchau – influente analista politico conservatore, che scrive per il sito “Eurointelligence” – ha sintetizzato l’influenza che il...

Il superbonus, una storia alla “Rashomon” 

Tra un braccio di ferro su Peppa Pig in versione arcobaleno, e un’esibizione in favore di telecamere con gli atleti azzurri campioni del mondo...

Votare per i grillini non è un tabù

Pochi ricordano, o forse pochi sanno, che le origini del Movimento 5 Stelle stanno nel partitino personale di Antonio Di Pietro, di per sé già parecchio qualunquista (nonostante le alleanze di centrosinistra di cui spesso faceva parte), con quel suo giustizialismo più da poliziotto che da magistrato. Uno scarto di lavorazione di Tangentopoli. Bene, Gianroberto Casaleggio, con la sua azienda di comunicazione, si occupava della propaganda del dipietrismo, il cui partito si chiamava Italia dei valori (uno dei nomi più strampalati, e ancora più brutto di 5 Stelle, che mai sia stato trovato). Anche Grillo aveva un occhio di riguardo per Di Pietro. Alla fine, però, su che cosa ruppero? Sulla “politica delle alleanze”. Casaleggio e Grillo sostenevano che non bisognasse mai fare alleanze – e in effetti, con il senno di poi, si deve ammettere che avevano visto giusto, perché per prendere voti indifferentemente da destra e da sinistra, bisognava fare come i 5 Stelle che, nelle elezioni del 2013 e in quelle del 2018, arrivarono a far saltare il banco con la loro “antipolitica”.

Adesso – dopo mille pasticci, giravolte e scissioni – i 5 Stelle sono ritornati, in un certo senso, alla casella di partenza (anche grazie a Letta che ha chiuso a una possibile coalizione con loro). Si presentano da soli, distinti sia dal cartello delle destre sia dal piccolo centrosinistra riunito intorno al Pd; ma lo fanno stavolta dicendosi “progressisti”, una parola che un tempo non avrebbero usato. Che cosa sono i grillini a guida Conte? Una formazione di centrosinistra sui generis – si potrebbe rispondere –, con venature socialdemocratiche (la difesa del cosiddetto reddito di cittadinanza, la proposta del salario minimo), che non intenderebbe certo porre in questione il capitalismo (ci mancherebbe!), e neppure imprimere alla società una decisa svolta ecologista, ma che cerca di recuperare voti a sinistra dopo averne perso per strada una grande quantità a destra.

Il “mistero” di un Pd votato alla sconfitta

È arcinoto, e su “terzogiornale” ci siamo ritornati più volte, che il Pd ha scelto di “passare” in queste elezioni (come nel gioco delle carte) e di dare partita vinta all’avversario, intenzionato soltanto a misurare l’entità della sconfitta che si profila, soprattutto mediante il giochino del “chi arriva primo” tra Letta e Meloni: risultato del tutto ininfluente ai fini della costruzione di una maggioranza parlamentare, ma che comunque – nel caso di un successo peraltro sempre più improbabile – potrebbe salvare il gruppo dirigente piddino, quando si tratterà di una resa dei conti intorno a una linea politica che, già da ora, appare fallimentare. Si poteva, infatti, perdonare l’avventurismo grillino che, timoroso di perdere ulteriormente voti, ha minato il fulgido percorso del governo Draghi, e proseguire nell’alleanza con i 5 Stelle. Oppure si poteva cercare di mettere insieme una coalizione centrista, con un programma di governo draghiano, e allora bisognava trattare, insieme, con i due improvvisatori Renzi e Calenda. Scartata senza troppe spiegazioni la prima ipotesi e mai risolutamente praticata la seconda (avendo per giunta subìto il rapido voltafaccia di Calenda), la segreteria di Letta vacilla.

Tutto ciò è chiaro. Quello che è più difficile da comprendere è il totale silenzio all’interno del Pd. Lasciamo stare i 5 Stelle, con le loro complicate procedure di consultazione, ancora in parte viziate dall’originario morbo “antipolitico” – ma il Pd? Questo partito ultra-composito, formato da una quantità di componenti e potentati, come mai si è mostrato così passivamente compatto nell’accettare la perdente tattica elettorale del suo segretario? Rispondere a questa domanda sarebbe un’impresa non da poco per dei sociologi della politica, o forse per degli psicologi della politica. Come mai un partito, che si vuole democratico e di centrosinistra, offre così palesemente il fianco alla concreta possibilità di orbanizzazione del Paese?

A sinistra l’accordo tormentato col Pd

Accordo sì, accordo no. Come avvenuto negli ultimi trent’anni, anche in questo caso si è riproposto il dilemma che agita i sonni della sinistra,...

Perché votare è importante, nonostante tutto

La selezione delle candidature è sempre stata, nella storia dei partiti, un momento molto controverso e delicato: The Secret Garden of Politics è il...