Home Tags Francia

Tag: Francia

La sinistra francese si confronta nelle elezioni parziali, con un occhio...

Il 30 maggio e il 6 giugno si sono svolte in Francia delle elezioni suppletive per scegliere quattro deputati per l’Assemblea nazionale, in attesa...

Uno schiaffo a Macron

Non sappiamo, né ci interessa granché saperlo, chi sia precisamente il ragazzo che ieri ha dato un ceffone a Macron nel corso di una visita ufficiale, urlando: "Abbasso la Macronie" (espressione con cui in Francia si definisce il giro di interessi economici, opportunismi politici e carrierismi vari, ruotanti intorno a quello che è detto "il presidente dei ricchi"). Sarebbe, a quanto pare, un giovane monarchico (cosa strana, ma nel paese noto soprattutto per la sua destra bonapartista e gollista c'è da sempre una corrente monarchico-legittimista, rappresentata nel Novecento dall'Action française, un movimento che si schierò con Vichy). E potrebbe anche trattarsi di un militante del composito movimento dei "gilet gialli" che, nei mesi precedenti alla pandemia, mise in serie difficoltà la presidenza francese con una serie di manifestazioni a raffica. Certo è che il gesto ha mostrato, una volta di più, quale sia il clima politico in cui la Francia vive da tempo. Per trovare qualcosa di analogo – non solo in Francia, ma in Italia e altrove – bisognerebbe risalire al 1968: al congresso di Napoli del Psiup (un partito che riuniva una sinistra socialista insofferente all'accordo di governo con la Democrazia cristiana), quando un telecronista del telegiornale fu colpito con una torta in faccia proprio nel momento in cui appariva in video.

Chi ha vinto la “guerra dei vent’anni” 2001-2021?/2

La parola “guerra” esercita una perversa fascinazione sulle menti: di recente la si è sentita usare, in modo del tutto inappropriato, per il contenimento...

L’operazione “ombre rosse” trascolora nel grigio

Affiora un passato irrisolto, si risentono parole d’ordine e dichiarazioni di stile. E tornano antiche contraddizioni. “Ombre rosse”, spettacolo già nel nome, azione esemplare....

Chi ha vinto la “guerra dei vent’anni” 2001-2021?/1

Anzitutto, per quanto sia antipatico cominciare con un “l’avevamo detto”, è proprio il caso di sottolineare che non ci eravamo sbagliati: era fallimentare la...

Ancora su estradizione e “anni di piombo”

Nell’appello a favore degli italiani per cui è stata richiesta l’estradizione dalla Francia, apparso sul quotidiano “Libération” del 29 aprile, si legge: “Nell’Orestea di Eschilo, un omicida vaga nell’esilio braccato dalle divinità della vendetta (le erinni) che reclamano riparazione in nome della vittima. Ma Oreste dice questa cosa curiosa: ‘Non sono più un supplicante con mani impure: la mia macchia si è cancellata a contatto con gli uomini che mi hanno accolto nelle loro case o che ho incontrato per strada’”.

È un più profondo senso del diritto e della giustizia a spingere verso il superamento dello spirito di vendetta, caratteristico delle erinni o della legge del taglione. Ma anche i meccanismi legali possono essere ingiusti, specie a distanza di tanti anni dai reati, se usati in modo persecutorio. Spiace che la ministra della Giustizia Marta Cartabia si sia infilata in un ginepraio legale che difficilmente vedrà la giustizia francese cedere ai capricci (perché di questo si tratta) della politica italiana e di un governo che ha al suo interno la Lega. A dirla tutta, come mai le richieste di estradizione che hanno portato alla “retata” francese non sono state inoltrate al tempo del governo gialloverde? La risposta è semplice: la Francia e il suo presidente centrista, che deve la sua elezione al rifiuto dell’estrema destra lepenista, mai avrebbero accolto una richiesta proveniente da un governo che vedeva Salvini al ministero dell’Interno e un altro ministro, Luigi Di Maio, che flirtava con i “gilet gialli”. Dunque doveva arrivare l’immacolatissima Cartabia a farsi carico del tentativo, ultimo in ordine di tempo, di chiudere i conti con i cosiddetti anni di piombo italiani.

Arresti in Francia, non si parli di giustizia

“La storia è un incubo da cui cerco di destarmi”. A venire alla mente è la famosa citazione da Joyce, quando si è raggiunti dalla notizia della retata che in Francia ha portato in gattabuia sette ex terroristi italiani delle Brigate rosse e di gruppi minori della cosiddetta lotta armata. Ce n’eravamo quasi dimenticati, ci sembrava di avere dovuto scontare già abbastanza – come sinistra, come progressisti in genere – la scelleratezza di alcuni. Se infatti nobili parole come “comunismo” e “socialismo” sono divenute oggi quasi impronunciabili in Italia, ciò dipende certamente dalla fine ingloriosa dell’azzardato colpo di mano di una minoranza – quello che si ebbe in Russia, nell’ottobre 1917, all’interno però di un processo rivoluzionario –, ma anche da quegli anni nefasti più vicini a noi, in cui un’altra minoranza – ancor più piccola della precedente e senza che vi fosse alcuna rivoluzione in corso –, abbacinata dalla possibilità di un colpo di Stato (bombe stragiste, abortita messinscena di un golpe con Junio Valerio Borghese, eccetera), cadde nella trappola del potere democristiano di allora: stabilizzare al centro la situazione politica scossa da una lunga stagione di movimenti operai e studenteschi, provocando a sinistra un estremismo uguale e contrario a quello neofascista.

Ma quanto più ci si addentra a ritroso nei meandri dell’incubo italiano, tanto più si scopre che la “trama nera” fu anche in larga misura “trama rossa”: il caso Moro insegna (c’è su questo da consultare ormai un’intera biblioteca, fornita da storici e giornalisti, tra cui la nostra Stefania Limiti). Rivisitare quella tragedia di quaranta o cinquant’anni fa – anche mediante nuovi processi – ha un senso quando si tratti di fare luce su aspetti che all’epoca si potevano soltanto oscuramente intuire; ne ha molto meno quando si tratti di dare esecuzione a sentenze contro coloro che oggi non appaiono più né terroristi né ex terroristi, ma poveri diavoli finiti in una trappola.

La Francia in alto mare nella lotta contro il Covid

Gabriel Attal vede nero: “La terza ondata è tutt’altro che superata”, così ha dichiarato il 14 aprile il portavoce del governo francese, constatando mestamente...

Per una politica internazionale dei diritti umani

L’Italia non si distingue certo per la sua politica dei diritti umani. È il decimo esportatore di armi nel mondo; fa accordi con le bande armate che in Libia catturano e torturano i migranti (e Draghi di recente, con involontario sarcasmo, è arrivato a elogiare i “salvataggi in mare” della guardia costiera libica); all’Onu vota contro una risoluzione che intendeva denunciare il concetto di “embargo”, un modo per fingere di sanzionare i potenti colpendo gravemente le popolazioni… Però, a essere sinceri, non un solo paese al mondo può dirsi del tutto esente da critiche sotto il profilo dei diritti umani; mentre una politica incentrata su questi non potrebbe che avere un carattere internazionale.

Se il mondo fosse diverso, di diritti umani non ci sarebbe neppure il bisogno di parlare: sarebbe semplicemente scontato che le controversie non si risolvono con le guerre, che la vita e la dignità delle persone vanno sempre rispettate, che i migranti sono nel loro pieno diritto quando si spostano da una zona del globo a un’altra, e così via. Tutto ciò rientra nel progetto illuministico di una “pace perpetua”. Un obiettivo perseguibile – come ben sapeva Kant – solo all’interno di una confederazione mondiale di Stati basata sul diritto internazionale: oggi, in sostanza, rendendo operante nella realtà ciò che l’Onu esprime unicamente in linea di principio. Negli anni passati, invece, si è assistito perfino a una strumentalizzazione, da parte dei paesi occidentali, del diritto internazionale: con la dubbia nozione di “ingerenza umanitaria”, si è data una verniciatura ideologica a vere e proprie guerre di aggressione.

Postfascisti, per meglio dire neopoujadisti

Pierre Poujade, chi era costui? Un cartolaio di un piccolo borgo nella Francia centrale, che negli anni Cinquanta del secolo scorso diede vita a un sindacato dei commercianti dal forte accento antifiscale. Si presentò alle elezioni, ottenendo un certo successo, con un movimento denominato Unione e fraternità francese. Tra le sue file, fu eletto per la prima volta il padre di Marine Le Pen, quel Jean-Marie che successivamente fondò il Fronte nazionale con la benedizione di Giorgio Almirante, riprendendo dal Movimento sociale italiano il simbolo della fiamma tricolore, finito poi nell’emblema di Fratelli d’Italia.

“Tutto si tiene”, come dicono i francesi. La storia talvolta va a ritroso: essere “postfascisti” può significare essere “prelepenisti” o “neopoujadisti”. La proposta venuta da Meloni e dai suoi (ma respinta in Senato) di destinare i soldi del cashback, cioè il parziale rimborso delle spese effettuate con carta di credito, anziché agli utenti, ai ristori per le aziende in difficoltà, va collocata infatti all’interno di una prospettiva prettamente poujadista. La misura voluta dal governo Conte 2, disincentivando l’uso del denaro contante, è stata una mossa concreta contro l’evasione fiscale, nella quale si distinguevano, ben prima della crisi sanitaria, molti negozianti. Proporre di assegnare i soldi, invece che agli acquirenti, al sostegno per i venditori, è la stessa cosa che dire a questi ultimi: “Tranquilli, evadete pure, anzi vi giriamo anche quel piccolo premio che si pensava di dare a chi utilizza la moneta elettronica per i pagamenti”.