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Kémi Séba non sarà più francese

In virtù di una norma in disuso dagli anni Sessanta, tolta la nazionalità al controverso militante del panafricanismo, contraddistintosi per la contrarietà alla cosiddetta Françafrique. I rischi di un anticolonialismo “razzista”

17 Luglio 2024 Luciano Ardesi  879

Il Consiglio di Stato francese, la settimana scorsa, con un decreto pubblicato sull’equivalente della nostra “Gazzetta ufficiale”, ha privato Kémi Séba della cittadinanza. Nato nel 1981 a Strasburgo, da una coppia del Benin, Kémi Séba aveva la doppia nazionalità: per togliergli quella francese, il Consiglio di Stato ha fatto ricorso a una norma del Codice civile in disuso dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso. Essa prevede che, se un francese si comporta come cittadino di un Paese straniero di cui ha la nazionalità, può essere privato della cittadinanza francese. Kémi, il cui vero nome è Stellio Robert Capo Chichi, si è distinto, in tutti questi anni, per un panafricanismo militante e per una dura campagna contro la politica francese in Africa, e contro il franco Cfa, diffuso nell’Africa francofona, di cui la Francia è garante. Nel marzo scorso, dopo che la procedura era iniziata, aveva bruciato il suo passaporto francese e postato il video sui social, su cui è molto presente.

Alla pubblicazione del decreto, e al ritiro della nazionalità, la sua reazione è stata: “Grazie a Dio sono liberato da questo fardello”. Dopo avere rivendicato di avere lasciato da adolescente la Francia, a causa della sua politica neocoloniale e “nerofobica”, ha dichiarato: “Ritirarmi la nazionalità perché critico il vostro neocolonialismo è, care autorità francesi, un riconoscimento da parte vostra, dell’efficacia del mio lavoro politico contro voialtri, sostenitori di questa Françafrique”. Kémi ha rivelato che aveva già pronta la lettera in cui chiedeva lui stesso di rinunciare alla nazionalità francese.

Pochi giorni prima, aveva salutato la nascita della Confederazione degli Stati del Sahel, che riunisce le giunte militari al potere con colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger, che hanno cacciato dai rispettivi Paesi le truppe francesi. Queste sono state presto sostituite dalla presenza militare russa (vedi qui); e infatti Kémi è accusato di essere filorusso, una quinta colonna dell’influenza di Putin in Africa, e di avere ricevuto sostegno e finanziamento dai mercenari del gruppo Wagner (vedi qui) fin dai tempi di Prigožin. I suoi giudizi sullo scenario internazionale sono guidati dalle prese di posizione nei confronti della Francia e dell’Occidente in generale: da qui l’appoggio non solo alla Russia, ma anche all’Iran, alla Palestina, al Venezuela.

La sua è una biografia complessa e attraversa numerosi schieramenti, associazioni, religioni, culture politiche. La sua storia militante inizia, dopo un viaggio negli Stati Uniti, nella sezione francese della Nation of Islam, di cui fa propria la rivalorizzazione della “razza nera” e la separazione tra bianchi e neri. L’avvicinamento alla cultura dell’antico Egitto (secondo una concezione che vuole che quella egizia sia stata una civiltà nera), da cui prenderà il nome di battaglia – Kémi Séba significa “Stella Nera” in egiziano antico –, e l’adesione alla religione kemita, lo allontanano dalla Nation of Islam. Fonda il Partito kemita, e poi la Tribù Ka, una sua scissione più radicalmente schierata per la separazione dei neri, una sorta di segregazione razziale all’incontrario. Questa ideologia lo porta a scontrarsi anche con esponenti di religione ebraica, con le conseguenti accuse di antisemitismo.

Nel luglio 2006, Tribù Ka viene sciolta per decreto ministeriale con l’accusa di incitamento all’odio razziale. Due anni dopo, Kémi è condannato per avere ricostituito l’organizzazione, sciolta ancora nel 2009. Moltiplica allora le aggregazioni, milita apertamente per un nuovo panafricanismo, e gli osservatori lo accusano di essere vicino ad analoghi movimenti nazionalisti della destra razzista. Nel 2011 lascia la Francia per installarsi in Senegal, e cerca di allargare la sua influenza nella parte francofona del continente. Fonda una Ong, Urgences panafricanistes, con cui sostiene anche progetti per iniziative sociali in Africa. Nel 2017 viene espulso dal Senegal, e si installa in Benin. Durante gli anni della pandemia, è decisamente “no vax” e complottista. Nel dicembre del 2019 è condannato, da un tribunale del Benin, per ingiurie contro il presidente e altri leader africani, nel momento della sua campagna contro il franco Cfa. Sono gli anni in cui ispirerà al Movimento 5 Stelle un’analoga politica in chiave antifrancese. Nel settembre dello scorso anno, in Benin, è arrestato e liberato il giorno successivo, con l’accusa di avere fatto appello all’insurrezione. Alla sua popolarità si contrappongono dure etichettature di varia natura: suprematista nero, filorusso, antisemita. La sua opposizione a certi movimenti neri, come il Black Lives Matter perché guidato dalle élite globaliste, cui si contrappongono personaggi come Donald Trump, fa capire come la sua “africanità”, la sua “negritudine” – si potrebbe dire –, si rifaccia a modelli già presenti nel pensiero anticolonialista africano. Proprio in riferimento a questi modelli un altro militante nero, Frantz Fanon, metteva a suo tempo in guardia contro il “razzismo antirazzista”, o la “razzializzazione del pensiero”, e contro i rischi del ritorno alla “tradizione” senza una vera liberazione capace di forgiare una nuova cultura.

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Tagsanticolonialismo razzista Francia Kemi Seba Luciano Ardesi panafricanismo

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