Bergoglio a Cipro e in Grecia

Il viaggio di papa Francesco a Cipro e in Grecia ha un significato evidente e diverse implicazioni che lo sono meno. Il significato evidente sta nel confronto con il patriarca cipriota che, dopo l’annuncio della decisione del papa di accogliere in Vaticano cinquanta migranti bloccati a Cipro, ha detto, con riferimento al trafugamento di beni archeologi da parte dei turchi: “In passato abbiamo avuto modo di esprimere la stessa richiesta a papa Benedetto, che, di fatto, ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare cinquecento frammenti della nostra cultura bizantina (trafugati dai turchi, ndr). Attendiamo con impazienza anche il suo aiuto, santità, per la protezione e il rispetto del nostro patrimonio culturale e per la supremazia dei valori incalcolabili della nostra cultura cristiana, che oggi vengono brutalmente violati dalla Turchia”.

Ma se le rivendicazioni perdono la capacità di comprensione delle altre rivendicazioni, nessuna di esse avrà più senso. Perciò Francesco, in questo momento di centralità delle più varie pretese, incapaci di riconoscere un valore primario a loro superiore (da quelle dei “no vax” a quelle di chi, pur affermando la decisiva funzione del vaccino, lo ha negato a coloro che non possono pagarlo, creando così le condizioni per la diffusione globale del virus mutato) è andato in Grecia – culla dell’Occidente, della polis e della democrazia – e a Cipro, punto di diffusione verso l’Oriente del cristianesimo, per dire che il metro che consente di dare un valore a ogni rivendicazione è quello dei profughi: negare il diritto all’asilo a chi fugge dall’Afghanistan dei talebani, dalle milizie di persecuzione confessionale che ancora tormentano yazidi, curdi, oltre a molti arabi e africani, può segnare il naufragio della nostra civiltà.

La solidarietà dei benestanti

Lo spirito decisionista che siamo abituati a vedere nello stile di governo di Mario Draghi, e del suo fidato ministro dell’Economia Daniele Franco, era evidentemente nel suo giorno di riposo venerdì 3 dicembre, quando è stata stoppata, prima in “cabina di regia” e poi in Consiglio dei ministri, l’ipotesi di un rinvio biennale del taglio delle tasse per i redditi più alti. Eppure si tratta di un esecutivo che è olimpionico in specialità come il decreto legge, il maxiemendamento, la questione di fiducia. La formula usata per descrivere la timida proposta avanzata e poi ritirata dal tandem Draghi-Franco è...

L’ombra di un Nosferatu sulla Francia e il suicidio della sinistra

La candidata designata dalla destra tradizionale alla presidenza della Francia è Valerie Pecresse, attualmente a capo della regione di Parigi. Tra lei e Macron non è lei la peggiore. Si tratta di due centristi liberali; ma se il presidente uscente è un mediocre opportunista – prodotto dal fallimentare quinquennato di François Hollande, dalla sua incapacità perfino di tenere unito il Partito socialista che, da quella fase, sconta ancora una deliquescente voluttà di morte –, Pecresse è un’onesta conservatrice, cui va almeno il merito di non essersi del tutto allineata, come invece ha fatto una parte consistente del raggruppamento da...

In Bosnia-Erzegovina il nazionalismo serbo verso la secessione?

Ex Jugoslavia, ritorna l’incubo della guerra? Sembrerebbe di sì. E questi presagi nefasti hanno un nome e un cognome: Milorad Dodik, sessantadue anni, serbo ultranazionalista, membro della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina (insieme con il bosniaco musulmano Šefik Džaferović e con il croato Željko Komšić). Malgrado trent’anni fa fosse vicino al riformista Ante Marković, ultimo primo ministro della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, il leader serbo ha fatto una giravolta di 360 gradi, manifestando chiaramente l’intenzione di ricostituire un proprio esercito serbo-bosniaco, e quella di trasferire le competenze esclusive della capitale Sarajevo in favore della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina. A Banja...

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