Legge elettorale, la destra compatta nel voto segreto
La suspense creata dal voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità alla legge elettorale, giovedì primo ottobre alla Camera, è stata solo di maniera: magari ci si sperava, si sognava un po’, ma nessuno credeva davvero che la maggioranza sarebbe “andata sotto”. Alla fine, anche Futuro nazionale di Vannacci ha contribuito a bocciare il tentativo delle opposizioni di fermare la legge, mettendo in discussione a monte la sua aderenza alla Costituzione – di argomenti ce ne sono, dal riferimento al capo dell’alleanza allo sbarramento occulto posto alle formazioni che vorrebbero candidarsi e non sono già in parlamento, dal listino per il premio, che rende irriconoscibile per l’elettore chi andrà a eleggere, alla parità di genere buttata alle ortiche e molto altro. Ma la prova di compattezza è stata addirittura notevole, con 229 no contro i 178 sì delle opposizioni. Dopo che la presidente del Consiglio aveva fatto sapere che, se si inciampa sulla legge elettorale, si va alle elezioni, Montecitorio ha registrato un pienone di deputati da grandi occasioni: solo sette assenti nella destra su 233, e solo tre in missione, tra cui la premier e il ministro Gilberto Pichetto Fratin; pieno anche nei banchi delle opposizioni.
La settimana che inizia oggi è dunque decisiva, in vista dell’8 ottobre, giorno del voto finale e segreto: questa mattina l’Aula di Montecitorio si è aperta per consentire al governo di chiedere il voto di fiducia sui primi tre articoli del provvedimento modificati al Senato: i primi due riguardano preferenze e firme, il terzo, che verrà votato mercoledì, riguarda una revisione territoriale dei collegi di Merano, Bolzano e Bressanone, punto non centrale ma pur sempre soggetto a voto segreto, quindi possibile terreno di battaglia di potenziali franchi tiratori, che sono sempre dietro l’angolo. La legge scontenta molto a destra: Lega e Forza Italia ne escono a pezzi, essendo stata costruita su misura del partito di maggioranza relativa, al cui interno, però, nemmeno sono tutti felici: alcune donne verranno fatte fuori dalle liste con poca grazia, quanto ai canditati/e non capilista, li attende la sfida delle preferenze di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Si voterà, invece, senza fiducia ma a scrutinio palese, la modifica all’articolo 8 riguardante l’estensione del voto dei fuorisede ai caregiver, materia su cui c’è unanimità, e che comunque non è direttamente legata alla trasformazione dei voti in seggi, dunque non può essere votata in segreto.
Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo
Il governo si è perso per strada. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Aldolfo Urso, aveva sussurrato flebilmente prima di chiudersi in un assordante silenzio: “Siamo finiti in un labirinto creato dai giudici. Ho fiducia che prevalga la ragione su ogni ideologia”. Tavoli negoziali sospesi, congelata la gara di vendita del gruppo ex Ilva in attesa di capire se e cosa si venderà. Sindacati sull’orlo di una crisi di nervi, che invocano ammortizzatori sociali, piani straordinari con blocco dei licenziamenti, rilancio di una siderurgia green, con forni elettrici e impianti di “preridotto”. E naturalmente invocano un ruolo dello Stato nel futuro dell’assetto della ex Ilva.
In Brasile ballottaggio in salita per Lula
Flávio Bolsonaro, smentendo i sondaggi, ottiene un piccolo vantaggio di due punti percentuali scarsi (47,03%) su Lula (45,16%), per il quale ora la strada è ancor più in salita. Il figlio dell’ex presidente vince nel Sud-est del Paese, a San Paolo e Minas Gerais. Lula si conferma nel Nord-est, ma il suo risultato è un passo indietro rispetto al primo turno delle elezioni del 2022, quando aveva ottenuto il 48,4%, equivalenti a circa 57,2 milioni di voti, mentre ora ne ha ottenuti solo poco più di 53,8 milioni. Borsa e valuta nazionale hanno iniziato la settimana al rialzo. Nel mondo dell’economia ci si aspetta una minore spesa pubblica, privatizzazioni e tagli alle tasse.
La Spagna verso le elezioni anticipate
La marea umana che scende ordinatamente per le strade di Madrid, occupando completamente il centro, risponde in maniera potente al voto contrario ai due decreti sulla casa proposti dal governo Sánchez. Hanno bocciato i decreti Pp, Vox e Junts: decisiva la scelta di questi ultimi, gli indipendentisti catalani, alleati del governo. Dalle destre c’era da attendersi un atteggiamento di completa chiusura, anche se si erano mostrate inizialmente possibiliste, ma il piccolo partito catalano è stato determinante. Il passaggio è di importanza enorme. Sánchez lo ha detto chiaro: “La storia li giudicherà”, e ha rincarato la dose il ministro per i Diritti sociali, Pablo Bustinduy, che ha accusato chi ha votato “no” di volere solo difendere i ricchi: “Non avete né bandiera né vergogna”.















