Ex Ilva, vince la Costituzione
Chiude l’area a caldo di Taranto. E se un futuro potrà esserci per l’ex Ilva, “questo non dovrà mai più mettere a rischio la salute e l’ambiente”. Hanno sfidato la collera dei cittadini, la disperazione dei lavoratori, il tentativo di trovare una via d’uscita dei sindacati, e la strafottenza di questo governo che passerà alla storia come il governo del disastro industriale. Alla fine, le Sezioni unite della Cassazione hanno preso la decisione giusta, confermando quelle già prese da ben dodici giudici milanesi e una ventina della Corte di giustizia europea che, nel corso di questi ultimi anni, hanno dato ragione ai cittadini di Taranto che si erano rivolti a loro.
Non potevano i giudici supremi, nella valutazione del bilanciamento degli interessi prevalenti, darla vinta all’ex Ilva e al governo che l’ha sostenuta in questi quattro anni. Prevale, per la Cassazione, il rispetto del diritto e del bene supremo della vita e dell’ambiente. “A ben vedere diritto alla vita e alla salute, oltre che all’ambiente sano, non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto, perché non sarebbe nemmeno meritevole di tutela un lavoro svolto in condizioni degradanti e pericolose”. Sembrano scandirlo lentamente, per ricordarlo a se stessi e agli altri: “Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro, non già sottoposto a condizioni inaccettabili per salvaguardarne il mantenimento, che va tuttavia sostenuto e perseguito con appropriate politiche economiche e sociali”. La destra di governo griderà al complotto dei giudici comunisti?
Un buon senso molto Acerbo
Quando Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista e già deputato dal 2006 al 2008, ha detto di ritenere legittimo sostenere o giustificare l’operato di Hamas, siamo saltati sulla sedia. Ma come – ci siamo detti – pochi giorni fa la segretaria del Pd, Elly Schlein, ti ha dato una bella mano spostando il virologo Andrea Crisanti (in gioventù militante di Potere operaio) dal gruppo del partito a quello misto di Avs, facendo nascere la componente del Prc per evitare l’abnorme raccolta di seimila firme, ridotte così a 1500, necessarie per presentarsi alle elezioni in ciascun collegio plurinominale (49 alla Camera e 26 al Senato), e tu la contraccambi con un’uscita del genere, inevitabilmente per lei foriera di attacchi provenienti dai filoisraeliani di ogni colore?
Rebus post-elettorale in Israele
Gli scenari presentati dai sondaggi pre-elettorali sono stati stravolti nel giro di poche ore dalla chiusura dei seggi. I primi exit poll, nonostante differenze consistenti tra le varie reti televisive che li avevano commissionati, davano il blocco di opposizione in vantaggio di misura, con la sorpresa però del Likud primo partito. La formazione del premier uscente, Benyamin Netanyahu, era stata preannunciata, per settimane, alle spalle di Yashar del suo sfidante Gadi Eisenkot. E questo è stato solo il primo di una serie di ribaltamenti rispetto alle previsioni della vigilia. Nel giro di tre ore il blocco della maggioranza ha recuperato voti, arrivando in breve a superare quello dell’opposizione, che intanto aveva già cantato vittoria e spiegato quanto il popolo israeliano fosse “stanco” di Netanyahu e del suo governo di estremisti religiosi. A scrutinio concluso, il blocco di Netanyahu conta 53 seggi (Likud 27, Potere ebraico 7, Giudaismo unito della Torah 7, Shas 6 e Sionismo religioso 6) contro i 48 dell’opposizione (con Yashar a 21, B’Yachad di Bennett a 12, Democratici a 8 e Yisrael Beiteinu a 7); Lista congiunta e Ra’am conquistano rispettivamente 11 e 8 seggi, portando così il blocco arabo a 19 seggi.
L’insostenibile pesantezza dell’intelligenza artificiale*
La proposta di Giorgio Parisi e di altri di creare qualcosa di simile a un Cern (l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare) dell’AI va nella direzione giusta. Si può spiegare il perché in tre passaggi: quanto e perché il potere economico sull’AI sia concentrato e con quali rischi; come ha risposto l’Unione europea e quali critiche si possono fare alla strategia della Commissione; perché servirebbe un’infrastruttura di ricerca europea, premessa di un’impresa pubblica sovranazionale per la transizione digitale, governata da ciò che possiamo chiamare intelligenza sociale.















