Diventerà caldo l’autunno tiepido?
La grande impoverita si è mossa. La manifestazione di venerdì 30 ottobre contro il carovita, la guerra e per il disarmo dei porti, è stata di portata enorme se si considera la dimensione delle forze che l’avevano convocata: Unione sindacale di base, altre piccole realtà dell’autorganizzazione, centri sociali, strutture dell’area antagonista. Il successo della mobilitazione e la sua composta potenza parlano chiaro: il Paese non ce la fa più. In un’Italia ormai spietatamente classista e socialmente frammentata comincia a delinearsi un nuovo fronte rivendicativo. Enorme la partecipazione giovanile. I giovani tornano nelle piazze, e pare archiviata, se non conclusa, l’epoca delle “piazze vuote” di cui parlò un paio d’anni fa il sociologo Filippo Barbera. E si presentano con motivazioni politiche, mostrando evidente consapevolezza di temi più generali di quelli che investono direttamente la loro condizione, come testimoniano le bandiere palestinesi che sventolano ovunque.
La presenza degli studenti a fianco di lavoratori e pensionati attesta il crescere di un malcontento generalizzato, che non riguarda unicamente la scuola, o i salari e le pensioni da fame, ma anche il futuro di una società bloccata, di un Paese in mano a un pugno di famiglie di redditieri, più interessati a mantenere le loro posizioni di privilegio che a promuovere sviluppo, ricerca e innovazione. Certo, i giovani hanno tutte le ragioni di lamentarsi. Da tempo è chiaro che l’istruzione non è più un ascensore sociale, e i manifestanti hanno criticato aspramente anche l’aumento del costo della vita, degli affitti e dei prezzi del carburante, nonché la politica in materia di armamenti. Gli studenti delle scuole superiori e dell’università hanno chiesto maggiori fondi per le scuole e le università. E questa presenza imponente, in piazza, parla di un movimento cui non fa paura il succedersi dei pacchetti sicurezza e le norme relative alle manifestazioni da poco introdotte, che inaspriscono le misure repressive e facilitano l’arresto dei minorenni.
La Polonia tra un liberalismo autoritario e l’autoritarismo vero e proprio
Da tempo, in Europa, quella che dovrebbe essere la normale e democratica contrapposizione tra due o tre parti politiche si è trasformata in uno “scontro di civiltà”. Da un lato, antichi partiti novecenteschi – come i popolari e i socialisti –, con il tempo divenuti scialbi, quando non neoliberisti e perfino bellicisti, ma comunque rispettosi dello Stato di diritto e, dall’altra, forze di estrema destra, illiberali, xenofobe, molto spesso vicine a Mosca. Di questa dura contrapposizione abbiamo avuto una plastica dimostrazione osservando quello che è successo e sta succedendo in Polonia, dove ormai è battaglia, senza esclusione di colpi, tra i liberali europeisti della Coalizione civica del presidente del Consiglio, Donald Tusk, e il presidente della Repubblica, Karol Nawrocki, indipendente ma vicino al Pis (Diritto e giustizia) di Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello di Lech, presidente della Polonia dal 23 dicembre 2005 al 10 aprile del 2010, quando perse la vita in un incidente aereo.
Una storia che ha molto da dire
Tratto denso e materico, in questo graphic novel con ambientazione operaia e periferica. Alessandro Ripane, con Non ho niente da dire (Eris, 2026), afferra chi legge e non molla la presa: la cattura dell’attenzione, brusca e spigolosa, può ricordare certi film espressionisti, anche per il taglio originale delle inquadrature. Ben definiti gli oggetti, efficaci le campiture geometriche, forti e scabre le situazioni. Serrato il ritmo, con una sicurezza che non scivola mai nell’estetismo.
Una manovra con le stellette
Il profilo della legge di Bilancio per il 2027, l’ultima della legislatura prima delle elezioni, è chiaro e non è stato neppure troppo camuffato dalla propaganda di governo. In questa occasione, Giorgia Meloni e i suoi ministri non si sono sforzati nel raccontare una “manovra espansiva”, che verrebbe incontro ai bisogni dei cittadini. I rappresentanti di governo si sono limitati a rispondere alla valanga di critiche arrivate dai partiti di opposizione, dalla Cgil, dagli industriali, dai magistrati, dai medici, e perfino da una Cisl che prima urla allo scandalo, poi tenta di trattare un qualche aggiustamento. Il governo non è in grado di gestire una comunicazione positiva, perché i soldi non ci sono e perché la maggioranza (nonostante i numeri in parlamento) non è in grado di tenere la barra e deve fare i conti con pesanti divisioni interne. Il risultato è una manovra economica che non risponde alle tante emergenze del momento (il lavoro, i costi dell’energia, il dissesto idrogeologico e la transizione ecologica, per esempio) e, al contrario, interviene pesantemente sulla riduzione del peso del welfare sul Pil.















