La questione delle “città intelligenti”
I robot asimoviani corrono lieti attraverso una metropoli che è fatta a loro misura. Tapis roulants, vertiginose scale mobili alla Escher, cunicoli aspiranti li conducono attraverso una città pianeta, in cui l’unica natura rimasta è quella del cemento e dell’acciaio. In Il Sole nudo il robot-detective R. Daneel Olivaw supporta un collega umano in un’indagine per omicidio, ma evidentemente è più a suo agio dell’umano nella metropoli futuristica in cui è ambientato il romanzo, e sarà dovuta principalmente a lui la soluzione del caso. Immagini di città future, per molti versi ingenue e divenute rapidamente retrò, ma in cui affiora, per la prima volta, l’idea di città non pensate per l’uomo, o cresciute a dispetto della presenza umana. Anticipazione di una situazione inedita, che vede rovesciarsi il rapporto tra tecnologie e città com’era stato lungamente concepito. Tutta una tradizione progressista, fin dall’Ottocento, aveva infatti visto nell’applicazione delle tecnologie un fattore decisivo di miglioramento delle condizioni di vita urbane, persino un’opportunità di attenuazione delle disuguaglianze sociali. Un progressismo tecnologizzante che ha le sue origini in epoca vittoriana, quando si ritenne che i national evils che affliggevano il Paese, e in particolare Londra, potessero essere risolti con l’introduzione di saperi tecnico-scientifici nuovi.
Oggi, in un presente in cui l’avvento del “millennio urbano” porta con sé una serie di problematiche che lo rendono, per molti abitanti delle Mega-Città, molto poco “urbano” – basti pensare alla mancanza di infrastrutture di trasporto adeguate, alla inadeguatezza dei servizi igienico-sanitari e dell’approvvigionamento di acqua potabile, alla mancanza di alloggi a prezzi accessibili, alla scarsa o nulla disponibilità di spazi verdi che flagellano molte delle metropoli – la questione delle tecnologie avanzate torna a essere centrale. I pianificatori e gli amministratori cercano, da tempo, soluzioni “intelligenti” per affrontare le sfide che si propongono e per attuare una gestione più efficace delle città. Così, negli ultimi decenni, un insieme di discorsi e di retoriche si è intrecciato intorno al termine di smart city, che ha finito per concentrare in sé aspettative e speranze, fondendo l’interesse spesso superficiale per le ultime scoperte scientifiche con la richiesta di efficientamento e di maggiore funzionalità che emerge dal basso, e ha spesso incrociato le tematiche della sostenibilità e della transizione energetica.
Stragi del 1993: archiviazione per Dell’Utri (e Silvio)
Nel giubilo della famiglia di Arcore, con toni da stadio – tra i quali spicca “giustizia è fatta amore mio!”, affidato a Instagram da Marta Fascina, ufficialmente ex fidanzata di Silvio –, il gip del tribunale di Firenze, Patrizia Martucci, ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri, indagato nell’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi di mafia del 1993 (via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano, San Giovanni in Laterano e San Giorgio a Velabro nella capitale), e dunque, per estensione ultraterrena, del fu Silvio Berlusconi. Secondo la giudice, “mancano elementi concreti su contatti-rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi, e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”: perciò lo scorso 15 gennaio ha firmato il decreto di chiusura dell’indagine partita trent’anni fa.
Israele verso il voto
Israele entra nel vivo della campagna elettorale, con l’esercito che fa stragi a Gaza e in Libano – nonostante il cessate il fuoco su carta –, e il governo che spinge Washington verso una rinnovata guerra con l’Iran. Più il voto si avvicina, più si estremizzano le posizioni dei contendenti, mentre i principali protagonisti fanno a gara a professarsi uno più sionista dell’altro. Ma le elezioni politiche israeliane, previste al momento per l’ottobre 2026, rappresentano un momento importante anche per gli equilibri internazionali.
Accordo di cooperazione militare tra la Russia e i talebani
Lo scorso 27 maggio, ad appena un anno dalla rimozione dei talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche da parte di Mosca, il Cremlino ha firmato un accordo di cooperazione militare con Kabul. Secondo quanto riportato dall’agenzia russa Interfax, l’intesa è stata raggiunta nel corso di un incontro tra il ministro della Difesa dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, mullah Mohammad Yaqoob, e il segretario del Consiglio di sicurezza russo Sergei Shoigu. Durante i colloqui, Yaqoob ha sottolineato l’importanza delle relazioni con Mosca, affermando che Afghanistan e Russia condividono legami storici, e che il governo talebano intende rafforzare ulteriormente la cooperazione bilaterale. Da parte sua, Shoigu ha chiesto ai Paesi occidentali di sbloccare gli asset finanziari afghani, congelati dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, e di contribuire così alla ricostruzione del Paese, riconoscendo “pienamente la loro responsabilità per i danni inflitti all’Afghanistan in vent’anni di presenza”.















