Referendum, il “sì” con il fiato corto (e i “quindici” stappano una bottiglia)
“Questo referendum s’ha da fare subito”, dissero i bravi. È il sunto della nuova puntata nella battaglia referendaria sulla manomissione della Costituzione. “Terzogiornale” la segue marcando stretto (per esempio qui). Diciamo subito che nel “sì” è evidente una certa agitazione. Come si prevedeva, visto che una raccolta lampo partita da pochi cittadini ha messo insieme più di mezzo milione di firme in tre settimane, la Cassazione ha dichiarato l’ammissibilità della nuova richiesta referendaria. Non solo. Si è dovuto prendere atto che il quesito dei cittadini ha un perimetro diverso e più completo, rispetto a prima. E poi, in un certo senso, quello che è successo è anche un raddrizzamento delle cose, una rimessa in carreggiata.
Sulle modifiche costituzionali, quando il parlamento le approva senza il voto dei due terzi, si può chiedere il referendum per impedirle. Stavolta la maggioranza, sentendosi forte, ha voluto esagerare e ha fatto una sua richiesta, sul testo che aveva scritto e imposto. Così la destra ha stravolto il referendum usandolo come un plebiscito, una clava. A ruota, anche l’opposizione ha fatto la stessa richiesta, ma a buon diritto e per inserirsi nel gioco. Invece un gruppo di cittadini determinati, il piccolo grande comitato dei quindici – “Quindici uomini sulla cassa del morto…”, era il ritornello della canzone dei pirati nella vecchia serie televisiva tratta dall’Isola del tesoro di Stevenson – ha posto mano al referendum rispettando la sua natura, senza clava e porgendo la matita. Cioè ha usato la richiesta di referendum in senso oppositivo contro la modifica, e l’ha anche strutturata meglio. L’ammissione ha comportato l’ovvia necessità di dare tempo alla discussione e alla partecipazione: se il quesito cambia, rispetto a prima, ci vuole più tempo per ragionare, per discutere e soprattutto per permettere davvero che il popolo partecipi alla scelta.
Pioggia di soldi per la corsa agli armamenti (2)
Tutti i governi europei hanno un problema. Giustificare la nuova corsa al riarmo (nei sondaggi ancora impopolare) utilizzando lo spettro di una guerra sempre più vicina. Viene indicata anche una data: il 2030. Che cosa dovrebbe succedere tra quattro anni? Siamo davvero sull’orlo del conflitto mondiale non più “a pezzi”? Leggendo le dichiarazioni dei leader e dei politici in prima linea nel campo della propaganda, non è dato saperlo: si parla solo dell’incombente pericolo russo e di un imperialista come Putin che starebbe mettendo a punto l’aggressione definitiva all’Europa. Sembra il clima del Deserto dei tartari di Dino Buzzati, ma ormai c’è poco da scherzare perché l’argomento è forte, e l’obiettivo del momento è proprio quello di convincere un’opinione pubblica disorientata e spaventata: spendere in armi è giusto e doveroso, si dice, e dobbiamo essere pronti a una nuova stretta delle spese sociali e a un’ulteriore riduzione del perimetro del welfare. Vediamo dunque di cosa si tratta, dopo aver spiegato nella prima puntata di questa nostra analisi (vedi qui) la necessità, da parte dei fautori della guerra, di mettere in campo tutte le risorse finanziare a disposizione: dall’aumento della quota di Pil destinata all’industria bellica al ricorso alla grande cassaforte del risparmio privato.
Fascisti col vento in poppa nella penisola iberica
Il Portogallo come la Francia? Un confronto che si può azzardare. Nel 2002, al ballottaggio per le presidenziali tra il gollista Jacques Chirac e il nazifascista Jean-Marie Le Pen, i francesi non ebbero dubbi su chi votare, premiando il presidente uscente Chirac. Ancora, nelle ultime legislative del 2024, sinistra e macroniani sono riusciti a mettere in un angolo, almeno per il momento, il Rassemblement national di Marine Le Pen. Domenica scorsa, qualcosa di simile si è ripetuto nel Paese iberico in occasione delle elezioni presidenziali. L’unità, tra il Partito socialista di José Luís Carneiro e i conservatori socialdemocratici del premier Luís Montenegro, ha condotto il socialista António José Seguro alla vittoria, con il 66,8%, contro quello che continua a essere lo spauracchio della democrazia lusitana, Chega! (vedi qui), che significa “Basta!”, guidato da André Ventura, che ha conseguito il 33,2% dei consensi, diventando così – se questa percentuale venisse confermata alle legislative – il leader del primo tra i partiti portoghesi.
Libia, il giallo dell’assassinio dell’ultimo dei Gheddafi
A Bani Walid, in Tripolitania, migliaia di persone hanno partecipato al funerale dell’ultimo dei Gheddafi, Saif al-Islam (“la spada dell’Islam”), ucciso il 3 febbraio scorso nella sua casa di Zintan. Non si conosce ancora la dinamica dell’omicidio. Facevano parte del commando probabilmente quattro uomini, due di guardia e due operativi. Sarebbero stati esplosi diciotto colpi di arma da fuoco che avrebbero crivellato la vittima designata. Omicidio politico preventivo? O vendetta? Saif era diventato ingombrante per qualcuno? E quale ruolo hanno avuto le potenze straniere in questo omicidio? Sono tutte domande che ancora non hanno trovato risposte.















