Meloni nel suo brodo
L’avevamo scritto fin dall’aprile scorso che la frana di Meloni non si fermava (vedi qui), e la vicenda dell’emendamento bocciato alla Camera, sia pure per un solo voto, ne è una dimostrazione ulteriore. La presidente del Consiglio non ha solo il problema Vannacci (con cui riteniamo, però, che arriverà a stringere un qualche patto), ha ormai anche quello di una maggioranza riottosa sull’approvazione della legge elettorale da lei voluta. Non si tratta, infatti, unicamente della questione delle preferenze: questa è la punta dell’iceberg di un dissenso che riguarda la riforma in quanto tale. Se al Senato sarà (o sarebbe) possibile riprendersi dallo scivolone – reintroducendo la presa in giro sulle “preferenze”, risultato di un compromesso al ribasso che non ha retto alla prova dell’aula –, bisogna poi vedere se non ci sarà una sollevazione contro la legge in sé. Le probabilità non sono moltissime, ma neppure del tutto assenti: perché per la Lega, quella più radicata nei territori, rinunciare ai collegi uninominali (non più previsti dall’impianto proporzionale con premio di maggioranza) significa perdere non pochi seggi – e magari, se si va a vedere, tutti a favore di Fratelli d’Italia che è il partito più grosso. Il meccanismo del collegio uninominale permette al candidato più noto in una zona di raccogliere intorno a sé i voti dell’intero cartello delle destre; rinunciarvi, per la Lega di Zaia, sarebbe un regalo troppo grosso, benché alla leadership del periclitante Salvini potrebbe perfino convenire: “perdo qualche seggio ma resto in sella, e con i capilista bloccati faccio passare chi dico io”.
Altro discorso quello circa il partito berlusconiano: qua l’opposizione è soprattutto contro le preferenze, perché, per un partito padronale come Forza Italia, con Berlusconi che era abituato a nominare deputato anche il proprio cavallo, non è tollerabile che qualcuno, forte del proprio rapporto con gli elettori, possa scavalcare un candidato voluto dal centro. Come farebbe a passare una Stefania Craxi, invisa ai più, se non catapultata, e bloccata, in un collegio sicuro? La legge elettorale con premio di maggioranza (sarebbero ben settanta deputati in più alla Camera!) ha tuttavia per i berlusconiani anche un altro handicap: quello di rendere impossibile le “larghe intese”. In fondo, questa componente dello schieramento delle destre ha come obiettivo quello di stare sempre e comunque nella maggioranza (altrimenti come si difenderebbero gli interessi di Mediaset?). Dunque a loro, come per altri versi a molti del Pd anti-Schlein, non andrebbe male un pareggio, con il presidente della Repubblica che sceglie un “tecnico” alla Draghi per formare un governo.
Cattolici, il moderatismo non serve
Si va avanti a suon di firme, nell’area indefinita che si colloca a destra del trio Pd, 5 Stelle e Alleanza verdi-sinistra. Matteo Renzi ha agitato la bandierina per ricordare a tutti gli altri galli del pollaio “riformista” che quelle sono indispensabili per essere certi di partecipare alla competizione elettorale (come successe con Carlo Calenda alle scorse elezioni, a cui seguì la successiva quanto patetica separazione tra i due leaderini). Stavolta è stato invece un esponente storico del cattolicesimo democratico a ricordare, a chi di dovere, di avere questa importante carta da giocare, appunto le firme, per facilitare la partecipazione al voto di qualche possibile alleato. Si tratta di Bruno Tabacci, che ha lasciato il Partito democratico per entrare nel gruppo misto.
Negli Usa ritorna il socialismo?
Alessandro Portelli ha insegnato per anni, all’Università “La Sapienza” di Roma, Storia della letteratura angloamericana, e ha scritto saggi sulla cultura musicale e sull’antifascismo; è un attento osservatore delle trasformazioni che attraversano la società americana nell’epoca Trump. Gli abbiamo chiesto un parere su quello che si dice a proposito di una crisi dell’immagine vincente del presidente. È vero che il vento sta cambiando o si tratta semplicemente di un’altra moda? Qualche commentatore politico azzarda perfino la possibilità che tornino alla ribalta idee socialiste.
Una settimana nella vita di Nigel Farage
Di tutte le settimane folli nella vita politica di Nigel Farage, che certo non sono state rare, sicuramente quella appena trascorsa è stata, con ogni probabilità, la più inquietante. Farage, leader del partito di destra populista Reform UK, dato dai sondaggi ormai come il primo partito del Regno Unito, ha detto che si dimetterà da parlamentare per il collegio di Clacton-on-Sea e che si ricandiderà alle elezioni suppletive per lo stesso seggio, che si terranno come conseguenza delle sue stesse dimissioni. Lo ha fatto dopo che la commissione etica del parlamento britannico aveva aperto una seconda indagine sui finanziamenti del suo partito, accusato di avere ricevuto donazioni illecite per milioni di sterline. Le dimissioni giungono quindi per consentire agli elettori di “giudicare le sue azioni”.















