Se il referendum diventa un tiro al magistrato
La strepitosa raccolta di firme per il “no”, cominciata poco prima di Natale e arrivata a mezzo milione in tre settimane, deve aver dato molto fastidio. “Terzogiornale” ha dato il suo appoggio, direttamente col link per contribuire. C’è da sperare che la giustizia amministrativa dia ascolto all’iniziativa legale del comitato, quello di dicembre, che adesso ha una veste ufficiale più forte e spendibile. Già a fine mese, il Tar può impedire la fissazione del referendum a marzo: il governo ha una fretta assurda, contraria alle migliori interpretazioni della normativa, al buon senso e al rispetto della volontà popolare. E chissà che non ci sia da aspettarsi qualche altra carta bollata spesa bene, qualche mossa del cavallo, dal gruppetto dei “nessuno” che – imparata da Ulisse la lezione – ha già messo un dito nell’occhio a chi vuole accelerare i tempi della consultazione.
Piace, al governo, l’idea di fare approvare la pugnalata alla Costituzione senza discutere. Ma chi ha messo in difficoltà il ciclope mangiatutto ha ancora altre dita e l’altra mano. Così sono, i giuristi e le giuriste: troppo spesso insopportabili ripetitori di giaculatorie, noiosi collezionisti di distinguo, e poi invece preziosi sassolini nell’ingranaggio, eroi imprevisti e indispensabili, “piccoli maestri”. Si può solo dire bravi e incoraggiare questa battaglia sacrosanta, che vede in prima fila forze politiche, sindacati, comitati e associazioni.
Ex Ilva, l’attesa e la morte
L’attesa è ormai snervante. Migliaia di lavoratori, di famiglie, aspettano di capire quale sarà il loro destino, dovendo fare i conti solo con le promesse, le dichiarazioni fugaci sui giornali, consapevoli di assistere a una lenta e inesorabile eutanasia dell’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa. Al di là di promesse e sussurri sulla scelta del governo di puntare a vendere i gioielli e gli impianti arrugginiti del gruppo al fondo speculativo americano Flacks (ma formalmente non siamo ancora nella fase delle trattative esclusive e privilegiate per l’affondo finale e l’effettiva cessione del gruppo siderurgico pubblico italiano), Taranto celebra i funerali dei suoi figli morti sul lavoro nei reparti dell’acciaieria.
Quali argomenti per il “no” al referendum?
Il “referendum sulla giustizia”, o “sulla separazione delle carriere” (più esattamente, referendum confermativo della legge costituzionale intitolata “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”) è già stato fissato, con un decreto governativo promulgato dal presidente della Repubblica, per il 22 e 23 marzo prossimi. Il governo si è sentito autorizzato a stabilire tale data anche prima del termine (30 gennaio) per la raccolta di firme promossa da alcuni sostenitori del “no”, con la motivazione che il referendum era già stato richiesto da un altro dei soggetti abilitati a farlo, a norma dell’art. 138 della Costituzione, cioè da un quinto dei membri di una Camera. Alcuni costituzionalisti hanno sostenuto che il comportamento del governo è perfettamente legittimo, altri no. A quanto ci risulta, nessuna voce si è levata, contro il provvedimento governativo, da parte di quei tanti radicali o ex radicali che, quando si trattava di referendum promossi da loro, sostenevano sempre la prevalenza della “volontà popolare” su quella “della casta dei politici”.
Ah, vecchie care espulsioni!
Era scontato che il referendum sulla controriforma della giustizia sarebbe stata un’altra occasione di conflitto tra il vertice del Pd e i cosiddetti “riformisti” inclini a votare “sì” contro il “no” dell’intera sinistra. Non era necessario avere una sfera di cristallo per prevedere uno scenario del genere, dove una minoranza del partito preferisce sposare le posizioni della destra, come già accaduto su altri temi. E un assist per gridare alla persecuzione e al ritorno del “comunismo”, evidentemente vero e proprio incubo non solo per le forze di governo, è venuto da Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena, che ha invitato Elly Schlein a espellere la vicepresidente del parlamento europeo, Pina Picierno, e altri – Graziano Delrio, Stefano Ceccanti, tanto per fare alcuni nomi – appartenenti a quell’area da sempre avversa alla segretaria, e che oggi ha trovato anche il sostegno di nomi importanti sebbene stagionati – Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Enzo Bianco – incontratisi a Firenze lo scorso 15 gennaio.















