Legge elettorale, la destra litiga ma va avanti
Giorgia Meloni, che ha direttamente nelle proprie mani il dossier elettorale, ha messo in azione all’interno della destra forze tra loro contrarie che si scontrano nella elaborazione di una legge che, comunque la si rigiri, resta inemendabile e anticostituzionale. Prima la scomparsa dei collegi uninominali tanto cari alla Lega, sostituiti da quelli plurinominali con un massimo di cinque candidature per la stessa persona; poi le preferenze, bocciate alla Camera con il voto segreto e reintrodotte al Senato: surrettizie perché non riguardano i capilista, ma sufficienti per creare malessere tra gli alleati e anche dentro Fratelli d’Italia, dove gli attuali parlamentari si vedono già schiantati dai voti dei colleghi consiglieri regionali o comunali, più legati di loro al territorio, e pure artefatte con l’alternanza di genere che, non riguardando i capilista, non tutela la parità della rappresentanza; poi i ballottaggi, già usciti di scena dopo le proteste leghiste e la freddezza forzista, pensati per far fuori Vannacci che, alla fine, è l’unico della compagnia nera a dirla tutta: “La legge elettorale non è pensata per la stabilità ma per neutralizzare un avversario che democraticamente si sta consolidando nel panorama italiano”, cioè lui.
Al momento c’è solo l’emendamento del senatore Marcello Pera, presentato a titolo individuale, che prevede il ballottaggio nel caso in cui nessuna coalizione abbia raggiunto il 48% in entrambe le Camere (una soglia così alta renderebbe certo il doppio turno), purché entrambe siano al di sopra del 38%. La Lega è spaventatissima da questa ipotesi perché le sue liste sarebbero “spianate” dai vannacciani; pare difficile, quindi, che l’emendamento Pera possa tornare a essere oggetto di valutazione. Il testo, com’è noto, prevede un sistema di voto proporzionale, con un premio di maggioranza che attribuisce settanta seggi alla camera e trentacinque al Senato alla coalizione che prende almeno il 42% dei voti, liste bloccate e l’indicazione del candidato premier quando si deposita il simbolo: tutte le coalizioni sono obbligate a mettere un nome nella scheda, anche se la scelta di un “capo” è fuori dalla propria cultura politica, pena l’esclusione dalla corsa elettorale.
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
La Germania impara dagli altri Paesi, dove l’estrema destra, negli ultimi anni, festeggia i propri successi contro la democrazia liberale. E ora potrebbe anche fare l’esperienza del trasformismo. Ne sarebbe protagonista un piccolo partito, fondato l’anno scorso, da Sahra Wagenknecht, un tempo figura di spicco dell’ala autoritaria della Linke; si presenta come di sinistra sul piano della politica sociale ed economica, ma è conservatore per quanto riguarda la Weltanschauung e gli orientamenti ideologici sul piano della convivenza. Questi orientamenti, tuttavia, costituiscono condizioni favorevoli per il successo soprattutto nell’Est della Germania. Per uscire dalla impasse post-elettorale, il gruppo di Wagenknecht propone che un premier o una premier indipendente dai partiti possa governare con maggioranze mutevoli. Sembra affascinante. Il concetto di un governo costretto a cercare maggioranze nel parlamento che vadano oltre il vincolo di partito rafforzerebbe l’istituzione parlamentare.
Sul declino industriale dell’Occidente (1)
Appare indubbio che, negli ultimi decenni, abbiamo assistito nei Paesi occidentali a un grande processo di deindustrializzazione. Ma quanto rilevante? Esaminiamo, prima di tutto, qualche cifra di base. “Il Sole 24 ore”, con un articolo di Carmine Fotina (“Manifattura e target Ue, l’Italia dovrà crescere di cinque punti”, 17 marzo 2026), ci fornisce una prima valutazione. Secondo l’articolo, tra il 2000 e il 2025, il peso del settore industriale sul totale del Pil è sceso dal 20,3% al 17,6% in Germania, dal 17,7% al 15,0% in Italia, dal 14,4% al 9,5% in Francia, dal 16,3% al 10,5% in Spagna, dal 16,0% al 10% negli Stati Uniti. E in Gran Bretagna, nel solo periodo tra il 1997 e il 2005, si è perso più di un milione di posti di lavoro nel settore industriale.
Niger: il fallito golpe riguarda anche l’Italia
Il fallito colpo di Stato militare, nella notte tra il 28 e il 29 agosto, contro la giunta di Abdourahamane Tiani, andata al potere in Niger con un altro golpe tre anni fa, rivela una situazione molto più complessa nella quasi dimenticata regione del Sahel, e ci riguarda direttamente. Malgrado i comunicati ufficiali rassicuranti circa il controllo della situazione, per almeno ventiquattr’ore le sorti della giunta sono apparse seriamente in bilico. I militari ribelli hanno tentato di impadronirsi del palazzo presidenziale, dell’aeroporto internazionale di Niamey, della confinante base della guardia nazionale e della sede della televisione nazionale. Quest’ultima ha cessato di trasmettere per diverse ore, ma la guardia nazionale è riuscita a difenderla.















