Ex Ilva, il gioco dell’oca
È lui il colpevole, il mandante e il becchino di una stagione di speranze, sogni, cambiamenti. Si chiama Adolfo Urso. È il ministro delle Imprese e del Made in Italy. E non ha attenuanti. Non può dire “sono appena arrivato e ho ereditato un disastro dai precedenti governi”. Per l’inerzia e gli errori dei governi e degli amministratori, il mostro di acciaio arrugginito, con le sue lingue di fuoco, sta colando a picco, come in un film catastrofico una piattaforma petrolifera in una tempesta oceanica. Destino, fatalità, errore umano? Di certo la tragedia che si sta consumando con la ex Ilva di Taranto, adesso è figlia dell’irresponsabilità del governo.
La “retata” giudiziaria del 2012, per disastro ambientale, poteva essere l’occasione per cambiare, per sanare l’ambiente e rendere green la produzione. Invece, solo per parlare degli ultimi anni, l’allora ministro Carlo Calenda (giugno 2017) spinse l’ex Ilva verso il baratro, consegnando l’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa nelle mani del colosso franco-indiano ArcelorMittal. Oggi il governo Meloni è in causa con Arcelor-Mittal, per i danni provocati da una gestione che mirava solo a neutralizzare un concorrente straniero, cioè la stessa ex Ilva. Non immaginando che i “segreti” commerciali e di mercato dell’ex Ilva (“la rete di fornitori di materie prime”, soprattutto) erano la “ricchezza” che i franco-indiani volevano acquisire. E il gruppo siderurgico pubblico, diventato Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, oggi è in vendita al maggior offerente. Il paradosso è che la gara aperta dal ministro Urso si è trasformata in una strada senza uscita. Ma è mai possibile che i cultori del libero mercato infrangano loro stessi, e sempre di più, le regole del mercato? Se si fa una gara, si devono rispettare le condizioni e i termini di scadenza. Invece, nel caso di Taranto, si allungano i tempi delle gare, e gli stessi termini, le condizioni per garantirsi l’acquisto. La prima gara di vendita fu bandita nel luglio 2024. Nel luglio 2025, con la nuova Aia (Autorizzazione integrata ambientale), furono cambiati i termini (otto milioni di produzione di tonnellate di acciaio all’anno, con tre forni elettrici a Taranto e uno a Genova. E gli impianti (3/4) di “preridotto” (il materiale metallico che nel forno elettrico si trasforma in acciaio).
In India si rafforza la destra di Modi
I risultati delle elezioni, per il rinnovo dei parlamenti di quattro importanti Stati dell’Unione indiana – quelli dell’Assam, del Bengala occidentale, del Kerala e del Tamil Nadu – e del territorio di Puducherry, avranno importanti ripercussioni non solo a livello locale, ma anche sugli equilibri politici generali. In generale, è evidente che il voto di aprile – ma lo spoglio delle schede si è svolto nei giorni scorsi – segna un ulteriore rafforzamento dell’Alleanza democratica nazionale, la coalizione guidata dal Bharatiya Janata Party (Bjp) del primo ministro indiano, Narendra Modi, al potere ormai dal 2014. Fondato nel 1980, il Partito del popolo indiano è una formazione di destra, nazionalista e religiosa, che difende l’affermazione dell’identità induista a scapito delle altre componenti etniche, religiose e linguistiche della popolazione. Il partito e i suoi alleati crescono soprattutto nei due Stati settentrionali, permettendo ora a Modi di controllare ventidue dei ventotto Stati dell’Unione, e due dei tre “territori”, anche grazie a un piglio autoritario, allo strapotere sui media e alle politiche populiste e clientelari.
Il governo ancora all’assalto degli spazi autogestiti
La scorsa settimana abbiamo assistito alla fine, ancora una volta, di un laboratorio sociale nato dalle macerie di un’utopia urbanistica fallita, e sacrificato sull’altare di una gestione dello spazio urbano che predilige la speculazione edilizia alla funzione sociale. L’alba del 28 aprile ha portato l’ennesimo esempio di attacco ai presidi di autogestione da parte del governo. Un processo che, con blindati e tenute antisommossa, ha chiuso l’esperienza di Askatasuna a Torino, come di ZK (di cui abbiamo parlato qui), e che ora, dopo trentacinque anni, smantella L38 Squat, lo spazio sociale occupato all’interno del Laurentino 38, nel quadrante sud di Roma.
In Romania c’è vita a sinistra
Tutti, o quasi, contro il vecchio continente, le sue istituzioni, la sua politica economica. È successo martedì scorso in Romania, quando i socialdemocratici europeisti (Psd) – i cui ministri erano già usciti dall’esecutivo qualche giorno prima –, e l’estrema destra filorussa dell’Alleanza dell’unione dei Romeni (Aur), hanno unito le proprie forze, sfiduciando con una mozione approvata con 281 sì, su 431 deputati presenti (il totale è di 464 scranni), il primo ministro europeista, Ilie Bolojan del Partito nazional-liberale (Pnl). Un’operazione politica senza precedenti nella storia del Paese. È l’ennesima puntata di un’instabilità già plasticamente evidente quando nel 2025 vennero annullate le elezioni presidenziali (vedi qui, qui, qui e qui) e, nel giro di poco tempo, nacquero due differenti governi.















