Pirelli, il “problema cinese” di Giorgia Meloni
I guai non vengono mai da soli. L’antico proverbio si applica perfettamente a quello che sta succedendo a Giorgia Meloni in questi giorni. Aveva sperato di diventare il “ponte” europeo verso Donald Trump, di ottenere posizioni di privilegio nello scontro globale e soprattutto di essere la rappresentante del Made in Italy nel mondo, la frontwoman del tricolore. E invece il castello si sta sbriciolando. Lo si vede in grande con le bacchettate di Trump, che si dice deluso dalla leader italiana, e con la risposta sempre più imbarazzata di palazzo Chigi. E lo si vede, in piccolo, anche nelle cronache economiche. Un fatto apparentemente secondario o di settore fa parlare addirittura di uno scontro tra l’Italia e la Cina a proposito di un importante e storico gruppo industriale italiano: la Pirelli.
Il governo italiano ha fatto infuriare i cinesi del conglomerato statale Sinochem, da anni presente nel consiglio di amministrazione della casa di pneumatici e che ora viene fortemente limitato dall’ultimo golden power. Il provvedimento impone restrizioni molto pesanti, indicando un tetto massimo al numero dei consiglieri di amministrazione che potranno essere nominati dai cinesi: non potranno essere più di tre su quindici e non potranno rivestire l’incarico di presidente, vicepresidente e amministratore delegato, né presiedere comitati. Inoltre, il governo ha vietato alla società controllata da Pechino di vendere le azioni Pirelli a soggetti collegati, controllati o controllanti, né tanto meno della State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council (Sasac) di Pechino. Oltre alla rilevanza economica (e politica) del nuovo intervento del governo (c’erano già stati in passato altri golden power, detti in precedenza golden share), si deve sottolineare il profilo delle motivazioni che hanno spinto palazzo Chigi ad agire. Il provvedimento è stato preso in seguito al pericolo che la società della Bicocca possa subire uno stop, da parte delle autorità statunitensi, a vendere sul loro territorio gli pneumatici “intelligenti” che si stanno producendo. Si tratta infatti di un’innovazione tecnologica rilevante.
Ex Ilva, il ministro Urso contro il sindaco di Taranto
Ha proprio la faccia tosta, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Che fa la voce grossa contro il sindaco di Taranto, Pietro Bitetti, accusandolo di voler far fallire la trattativa per la vendita dell’ex Ilva, solo perché il sindaco ha chiesto che, entro un mese, l’acciaieria presenti il piano di riduzione delle emissioni, come stabilito dalla Regione Puglia due anni fa. In assenza di questo piano, necessario dopo la pubblicazione del Rapporto di valutazione del danno sanitario (2024), verrà sospeso l’esercizio della centrale termoelettrica dell’ex Ilva. Con la conseguenza dello stop agli impianti (a oggi è attivo solo uno dei tre altiforni). E, dunque, cosa risponde il ministro (incompetente)? Magari che vuole qualche giorno di più, qualche settimana per recuperare il colpevole ritardo? Nulla di tutto questo: “L’ordinanza del sindaco è un pessimo segnale per chiunque voglia rilanciare lo stabilimento”.
Meloni, una frana che non si ferma
Siamo un piccolo giornale che parla di poche cose, e dobbiamo selezionare con attenzione gli argomenti. Forse però abbiamo sbagliato a non occuparci della frana di Niscemi, in Sicilia. Perché da lì, dal gennaio scorso, ha inizio un’altra frana, quella che coinvolge la presidente del Consiglio e non pare voglia fermarsi. Da qualche giorno ci sono i nomi degli indagati per disastro colposo: tra loro, l’ex presidente della Regione, ministro meloniano in carica – addirittura quello della Protezione civile –, e il presidente attuale: entrambi esponenti della maggioranza di governo, entrambi dovranno difendersi dall’accusa di non avere fatto nulla per mettere in sicurezza Niscemi, nonostante si fosse a conoscenza, da molti anni, del concreto rischio di frana, e nonostante ci fossero i soldi per realizzare le opere necessarie. Sarà stato un caso, allora, che al referendum, con una partecipazione al voto più bassa rispetto a quella di altre zone del Paese, in Sicilia ci sia stata una vittoria schiacciante del “no”? Non si sarà trattato di una manifestazione di dissenso anche da parte dei suoi stessi elettori, il segnale che le cose cominciavano a non girare per Giorgia Meloni?
La nuova centralità diplomatica del Pakistan
In attesa di capire se e come continuerà la trattativa tra Stati Uniti e Iran, che i negoziati si siano svolti all’hotel Serena di Islamabad rappresenta, intanto, un indubbio successo diplomatico e politico per il Pakistan, il cui governo ha intessuto relazioni per settimane, tanto con Washington quanto con Teheran, riuscendo a ospitare il primo incontro diretto tra i vertici dei due Paesi dopo ben quarantasei anni. Un risultato conseguito anche grazie ai frenetici colloqui con l’Arabia saudita, l’Egitto, la Turchia e la Malesia, per creare una sorta di fronte favorevole alla de-escalation, composto interamente da Paesi islamici.















