Il referendum e la “famiglia nel bosco”: una farsa la propaganda per il “sì”
A questo punto, una propaganda “mari e monti” non ci fa mancare nulla. È stato notato che, mentre per il “no” c’è un allargamento dell’attenzione, dalla “separazione delle carriere” a una visione più ampia e strutturata (vedi qui), per il “sì”, invece, continuano le campagne aggressive con messaggi ansiogeni. Facciamo una prova.
Città piacevole, Chieti, nel verde Abruzzo. Peccato che per due volte, a distanza di un secolo, si presti contro la sua volontà come scenario di manipolazione. Nel 1920 Giacomo Matteotti, di passaggio a Chieti per attività politiche, scrive alla moglie Velia: “Bella cittadina, specialmente per la posizione, ma gente un po’ primitiva e… tanto pecorino”. Il grande socialista non sa che, pochi anni dopo, il suo nome sarà legato a Chieti per sempre. Nel 1924 è brutalmente assassinato; due anni dopo il mandante, Benito Mussolini, si procura l’impunità facendo celebrare a Chieti un processo solo ai sicari: un dibattimento pilotato, che alla fine garantisce un trattamento morbido anche a loro. I magistrati del luogo sono fascisti o allineati, i giurati popolari sono di sicura ubbidienza perché vengono scelti con sotterfugi – attenzione, a chi promette un “sorteggio”! –, la presenza del pubblico è controllata, la città è presidiata, il difensore degli imputati è uno squadrista che, in quel momento, fa il segretario del partito fascista. Con queste premesse, la vedova Matteotti revoca la costituzione di parte civile.
La nuova egemonia sunnita targata Erdoğan
Dal 7 ottobre 2023, la geografia politica del Medio Oriente sta attraversando una fase di ridefinizione profonda, caratterizzata nell’ultimo anno almeno, dal riposizionamento strategico della Turchia sotto la guida di Recep Tayyip Erdoğan. Ankara è passata dall’uso della diplomazia del soft power a una proiezione di forza militare e revisionismo, che punta a fare della Turchia, come dichiarato dallo stesso Erdoğan, il pilastro centrale della ummah, ovvero della comunità dei fedeli musulmani sunniti. Il presidente turco ha saputo orientare l’approccio verso la regione, presentandosi come l’avanguardia della nazione musulmana sunnita oppressa. Un’ambizione neo-ottomana, che non si è limitata alla retorica, ma si è manifestata concretamente attraverso interventi militari in Libia per salvare il governo di accordo nazionale, la disputa sulle Zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale, contro Grecia e Cipro, e il sostegno decisivo alle forze che hanno portato al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria.
“No alla guerra, sì a una difesa comune europea”
Nessuno è in grado di fare una previsione credibile sugli sviluppi e la fine della guerra in Iran. I costi, sia in termini di vite umane sia di distruzione, di armi impiegate e di perdite finanziare, sono però già altissimi. Il “Washington Post” ha calcolato che gli Stati Uniti hanno bruciato 5,6 miliardi di dollari di munizioni solo nei primi due giorni di attacco. E siamo solo all’inizio di un processo a catena, che sconvolgerà gli equilibri economici mondiali. La spia rossa si è accesa nello stretto di Hormuz. Anche se il presidente americano minimizza, annunciando una pace a portata di mano, tutti gli osservatori mondiali sono in allarme, con il petrolio arrivato a sfondare i cento dollari a barile. Siamo alla vigilia di un conflitto che potrebbe diventare mondiale? In quale modo sarà coinvolta l’Italia? Quanto deve farci paura il ritorno alla minaccia nucleare? Perché il riarmo di Ursula von der Leyen non c’entra nulla con la costruzione di una vera difesa comune europea? E che cosa può fare oggi il movimento pacifista? Abbiamo girato queste domande a Fabrizio Battistelli, sociologo, fondatore e presidente dell’Archivio Disarmo, attivo dal 1982.
Essere donne iraniane
“Finalmente qualcuno è intervenuto”, sostiene una donna in piazza San Giovanni a Roma, durante un raduno spontaneo di centinaia di cittadine e cittadini iraniani per festeggiare la morte della “guida suprema” della Repubblica islamica, Ali Khamenei. Da quando la crisi economica ha riacceso le proteste, alla fine del dicembre 2025, si è allungata la lista delle vittime civili, i cui numeri sono però impossibili da confermare per via dell’isolamento della rete voluto dal governo iraniano. Non c’è da stupirsi, perciò, che oggi molte donne iraniane abbiano accolto con favore la morte del leader.















