Imperterriti i fascisti grigi
“Faccetta nera” è di nuovo di moda. Chissà se la Siae paga ancora i diritti alla famiglia del fu Carlo Buti, il cantante che la rese popolare. Il ritorno della celebre canzoncina di propaganda coloniale fascista pare inarrestabile. Già qualche anno fa, era possibile sentirla squillare come suoneria telefonica di apparentemente irreprensibili giovani manager, e la diffusione via TikTok, Instagram e YouTube è capillare. Per questo il piccolo scandalo scoppiato qualche giorno fa a Genova, quando la canzone è stata trasmessa dall’altoparlante di un Winterpark, è uno scandalo che si ripete ormai da tempo, e scandalizza sempre meno. Ha fatto bene la sindaca di Genova, Silvia Salis, a denunciare vigorosamente il fatto, subito supportata dall’Anpi, e a ribadire che la città è radicalmente antifascista; ma l’impressione è che si cerchi di chiudere la stalla dopo che i buoi sono da tempo scappati.
E infatti regolarmente, non solo nei periodi festivi, si riaccende la polemica ultradecennale su “Faccetta nera”. O perché qualcuno la canta, o perché qualche insegnante la fa addirittura ascoltare ai bambini a scuola. E così, dalle riunioni degli alpini ai giovani di Fratelli d’Italia, fino alle suonerie sui Frecciarossa e ai lunapark, invernali ed estivi, l’orecchiabile motivetto circola con sempre maggiore frequenza. Inutilmente, scorrono al riguardo fiumi di inchiostro, che vanno dalla condanna aperta alle spallucce o addirittura alla strizzatina d’occhio. I video della canzone si trovano online in varie versioni, e basta farsi un giretto tra i commenti per rendersi conto che chi l’ascolta spesso non ne conosce la storia. Quanto alla caratterizzazione politica, molti scrivono, con le stesse parole del giostraio che l’ha fatta risuonare a Genova, che in fondo “è solo una canzone”.
Sicurezza, la bozza del nuovo testo
Due giorni fa, la riunione dei dipartimenti della Lega alla Camera è stata l’occasione per far trapelare i contenuti del nuovo pacchetto sicurezza, di cui Giorgia Meloni si era già vantata nella pseudo-conferenza stampa di inizio anno (senza contraddittorio), annunciando misure contro la vendita dei coltelli ai minorenni (bontà loro). Il ministro dell’Interno Piantedosi, dal canto suo, mercoledì 14 gennaio a Montecitorio, ha celebrato le misure elaborate per contrastare baby gang e “maranza”, per rafforzare il sistema delle espulsioni e dei rimpatri, per la stretta sui ricongiungimenti familiari e quant’altro.
Indonesia, tra povertà e nostalgia del passato
L’Indonesia, il più grande Paese islamico del mondo, cerca faticosamente di rafforzare la sua economia in un contesto politico-sociale incerto; intanto, però, con il governo del presidente Prabowo Subianto (vedi qui), per nulla esente da tentazioni autoritarie, non riesce a liberarsi dal passato (nel novembre scorso, l’ex dittatore Suharto è diventato un “eroe nazionale”, malgrado le proteste della popolazione, come vedremo meglio più avanti). Del resto l’ottimismo manifestato l’estate scorsa dal capo dello Stato sui risultati raggiunti – riduzione della povertà e della disoccupazione – è stato subito minato dalle proteste per l’introduzione di un vero e proprio privilegio destinato ai parlamentari, tremila dollari per un alloggio, quando il salario minimo del Paese è dieci volte più basso.
Considerazioni sulla rivolta iraniana
Dal buio della rete imposto dal regime, emergono le immagini di donne, rigorosamente senza hijab, che si accendono sigarette con le foto incendiate dell’ayatollah Khamenei, combinando il sacrilegio del rogo dell’icona con quello del fumo, inaccettabile per una donna. Non è una scelta semplice, considerando che, nel novembre scorso, il corpo di Omid Sarlak, un giovane dell’Iran occidentale, è stato trovato senza vita nella sua auto, ucciso da un colpo di pistola poche ore dopo avere postato un video sui social media in cui bruciava l’immagine di Khamenei.















