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Sanità pubblica, cos’è?

Il mondo intero ha vissuto una pandemia lunga quasi tre anni, descritta come avvenimento epocale non solo per l’entità e la gravità dell’infezione, ma anche per le riflessioni che ha suscitato sugli stili di vita, sui modelli di crescita e di socialità – assieme a quelli complessivi circa libertà, autorità e democrazia. Ma, nell’Italia che si avvia alle elezioni, i temi del Covid-19 e della sanità sono scomparsi. Nessuno ne parla, dopo quasi centottantamila morti e la crisi terribile che le strutture sanitarie hanno dovuto subire fra il 2020 e il 2022. Tutto sembra essere alle spalle e, al limite, viene descritto come un brutto periodo dal quale si è usciti con la classica tenacia degli italiani, grazie alla loro voglia di tornare a vivere e divertirsi. Questo è il livello del nostro dibattito pubblico sul virus e sulla sanità.

La pandemia e la drammatica crisi della sanità nel nostro Paese potevano e dovevano essere l’occasione per riflettere sull’idea di pubblico per le sinistre, soprattutto in campagna elettorale. Nessuno lo sta facendo – e ciò è paradigmatico della povertà politico-culturale di una compagine politica. Eppure, in Italia, abbiamo vissuto, specialmente nei primi mesi della pandemia, momenti tragici. Da varie testimonianze, sappiamo come – soprattutto in Lombardia – vi siano state famiglie che hanno dovuto scegliere quale familiare ricoverare, perché la disponibilità di posti letto non era sufficiente a curare tutti. In quelle famiglie, i vecchi hanno scelto di morire a casa per far ricoverare in ospedale chi era più giovane.

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Benvenuti al Covid party

Mesi fa si sparse la notizia che alcuni buontemponi si divertissero a organizzare delle feste allo scopo di prendersi il virus. Sembravano matti, ma avevano solo anticipato i tempi. Siamo ora tutti immersi in un Covid party permanente e generalizzato, molto simile a quello che caratterizzò la “folle estate” del 2020 – per citare l’infettivologo Galli, che la definì così. Allora si ebbe uno spaventoso aumento dei contagi a partire dalla fine di agosto; adesso siamo invece nel pieno dell’ondata in luglio, e già da più di un mese, senza che si prenda alcun provvedimento. Ridicola la proposta – peraltro tardiva – di vaccinare gli ultrasessantenni con la quarta dose di un vaccino ormai quasi del tutto inefficace. Finché non saranno disponibili vaccini adeguati alle ultime varianti (che si vanno sviluppando secondo una pressione selettiva che avvantaggia le mutazioni in grado di permettere al virus di “farsi dimenticare” dagli anticorpi), l’unica decisione sensata da assumere è quella di reintrodurre le restrizioni: obbligo delle maschere di protezione ovunque, anche all’aperto, capienza dimezzata nei locali, distanziamento, divieto di assembramenti e di riunione tra più di sei persone – e soprattutto controlli con multe salate.

La faccenda non riguarda soltanto l’Italia, è vero: il virus sta devastando l’intero continente, e sarebbe tra i compiti dell’Europa emanare delle direttive univoche in materia. Ma l’Italia si distinse, all’epoca del governo Conte 2, per avere preso – dopo lo smarrimento iniziale – delle misure draconiane contro la pandemia, che furono poi seguite, non senza incertezze, dagli altri Paesi. Ora dovrebbe dare di nuovo l’esempio. La salute collettiva non può essere messa a repentaglio, e non è accettabile il numero di quasi un centinaio di morti al giorno, solo perché il circo delle vacanze deve continuare a girare indisturbato. Anche se oggi – un po’ per via di vaccini sia pure invecchiati, e un po’ perché l’ultima variante del virus colpisce più le prime vie respiratorie che i polmoni – la situazione è meno grave di allora, non si può dire che non abbia una sua gravità. Del resto, nessuno propone di ritornare a forme di confinamento puro e semplice, ma solo di reintrodurre quelle restrizioni in vigore fino a poco tempo fa, quando i vaccini erano ancora pienamente attivi. Perché questo è il paradosso: si sono eliminate tutte le precauzioni dopo diversi mesi dalla famosa “terza dose”, lasciando così i cittadini del tutto scoperti dinanzi all’infezione.

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I dati non lasciano dubbi: siamo dinanzi a una nuova ondata, la prima dall’inizio della pandemia che colpisce in piena estate, con esiti e dinamiche ancora imprevisti. Un anno fa avevamo un quarto dei contagiati di oggi, e le stime ci dicono che l’abbandono di ogni cautela, e soprattutto il crollo dei tamponi, non permettono di avere una visione realistica del fenomeno. Per Andrea Crisanti non ci sono dubbi: siamo all’inizio di una spirale che non potrà che peggiorare. L’estate, con la sua inevitabile promiscuità e il messaggio di un “liberi tutti” che ormai sta dilagando – dice il direttore della clinica di microbiologia dell’Università di Padova –, moltiplicherà geometricamente l’area del contagio.

La domanda che torna implacabile è la seguente: cosa abbiamo oggi, dopo più di due anni di vicissitudini con il virus, più del febbraio del 2020, quando iniziò l’epidemia? Al netto dei vaccini, peraltro ormai palesemente inadeguati e superati, dobbiamo rispondere niente. Non abbiamo una rete territoriale più robusta ed efficiente, non abbiamo una strategia ospedaliera più adeguata alle ondate dei ricoveri, non abbiamo una dotazione di letti di terapia intensiva che ci rassicuri. Ma soprattutto non abbiamo, e questa è la colpa imperdonabile, sistemi di controllo e misurazione del fenomeno che ci facciano reagire almeno con il minimo ritardo, se non proprio con quella capacità predittiva che ci siamo sempre detti essere indispensabile per ridurre l’area delle vittime.

Autunno caldo ma senza termometro

Stupiscono le assonanze di clima e frenesia che collegano questa vigilia di estate a quella dei primi anni Sessanta, diciamo ’62 e ’63, per come ce l’ha ricordata il film Il Sorpasso che abbiamo rivisto in questi giorni per ricordare la scomparsa dell’attore Jean-Louis Trintignant. La corsa al mare, l’ansia di mondanità, la competizione nei consumi. Allora eravamo nel pieno del miracolo economico, con alle spalle la lunga stagione di ristrettezze della guerra. Oggi siamo nel terzo millennio, dopo aver attraversato crisi finanziarie, quale quella del 2008, agganciato riprese momentanee, per trovarci nel limbo di una pandemia che ha disorientato paralizzandolo il mondo, e per condurci poi all’inimmaginabile, fino a qualche mese fa, scenario di guerra, con missili e bombardieri nei cieli d’Europa. Un quadro distopico, che non riesce a frenare il sold out che da maggio campeggia in ogni località del Bel Paese. Da nord a sud, tutti in fila fra mare, montagna e città d’arte – invasi da turisti stranieri come non mai, e con battaglioni di italiani che prenotano fino a settembre.

Ovviamente, dopo i due anni di confinamenti e restrizioni non era imprevedibile questo scatto alla riapertura delle gabbie. Cosa che invece dovrebbe interrogarci è come mai questo “edonismo reaganiano” di massa – come avrebbe detto ai suoi tempi Renzo Arbore – non sia minimamente scalfito, se non diluito, dalle previsioni per il prossimo autunno. Il combinato disposto della guerra con un ancora tenace e minaccioso Covid non lascia spazio a molte illusioni. Già oggi, siamo alle soglie di un’emergenza energetica, con il taglio del 50% delle forniture di gas russo, mitigato solo parzialmente da una provvidenziale diversificazione nei rifornimenti grazie ad Algeria e Azerbaijan, mentre contemporaneamente si profila la massima approssimazione alla carestia cerealicola mai profilatasi in Europa negli ultimi due secoli. Il blocco dei porti ucraini, con l’azione di boicottaggio che i russi stanno conducendo nei confronti dei raccolti di grano e mais, fanno pensare che l’intera catena alimentare subirà un’impennata micidiale dei prezzi, che spingerà alla fame i Paesi più vulnerabili del Mediterraneo (e più in generale del continente africano), e nel vecchio continente permetterà esplosioni speculative sui prodotti più determinanti, come i mangimi per l’intera filiera degli allevamenti, e le farine per tutto il ciclo di pani e paste.

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Il ritorno del “generale virus”

Non ci siamo proprio: “riaprire l’economia”, come ha dichiarato il presidente del Consiglio Draghi, – in fondo per ricevere un po’ più di turisti a Pasqua –, è una scempiaggine bella e buona, che ci costerà più caro delle residue restrizioni che stiamo per togliere. È in atto una nuova ondata pandemica, dalla Cina all’Europa (in Germania trecentomila contagi al giorno, ottantamila in Italia); ed è sconfortante dover constatare come sia risultata vincente, alla fine, la linea di darwinismo sociale di Boris Johnson. Contro di essa, a quanto pare, nulla può il pur prudentissimo ministro della Salute, Roberto Speranza. È il difetto di fondo di una compagine governativa con la destra al suo interno, diretta da un campione dell’economia come Draghi. Gli affari sono affari; i contagi e le morti contano fino a un certo punto, l’importante è che gli ammalati non intasino il sistema sanitario.

Si può osservare oggi, al tempo stesso, come fosse fuorviante il paragone, stabilito da alcuni, tra il contrasto al virus e una guerra. Ora che in Europa abbiamo e la pandemia e la guerra, possiamo vedere bene in cosa consista la differenza: un missile, una bomba ti uccidono di sorpresa, nei confronti del diffondersi dei contagi, invece, si può mettere in campo una serie di misure preventive – dal confinamento alla campagna vaccinale, passando per l’uso dei dispositivi di protezione – che costituiscono una difesa. Contro la guerra non c’è che altra guerra – o la ricerca di una via diplomatica, che però, stando a quanto al momento si può vedere, in mancanza di un “cessate il fuoco”, non è affatto un’alternativa ma solo un’opzione subordinata alle distruzioni e alle stragi. La politica come continuazione della guerra, dunque. Una regressione all’epoca in cui il diritto internazionale era carta straccia: c’è un che di ottocentesco nel modo in cui la Russia di Putin concepisce i rapporti internazionali. Con la differenza che, nell’Ottocento, non c’erano i bombardamenti sui civili.

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Violenza poliziesca al tempo della pandemia

Le teste rotte degli studenti, che manifestavano per la morte atroce di uno di loro durante uno “stage lavorativo” parascolastico, hanno riportato all’ordine del giorno una certa disinvoltura nell’utilizzare la maniera forte, che è stata una costante dell’azione della polizia nel biennio pandemico. La ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, se l’è cavata sommariamente, parlando del verificarsi di un “cortocircuito” e della violazione della norma, motivata dal Covid, che proibisce “manifestazioni non statiche”. In realtà, le botte somministrate senza parsimonia e senza criterio a ragazzini che avevano tutte le ragioni per protestare pongono un problema non risolvibile con argomentazioni tecniche e cianciando di “infiltrati”, cercando così di giustificare un operato evidentemente ingiustificabile.

Nemmeno pare risolutiva l’introduzione di codici identificativi sui caschi dei poliziotti, di cui si parla da anni, e che è stata spesso invocata quale panacea a questo male, dato che le violenze cui stiamo assistendo non rappresentano una questione riconducibile unicamente all’azione “anomala” e all’iniziativa di singoli agenti, quanto piuttosto sono da considerare nell’ambito dell’operato delle forze dell’ordine nel loro complesso. E d’altro canto non sono stati solo i ragazzini dei licei a sperimentare sulla loro pelle il corso poliziesco che pare delinearsi nel mondo inedito che si sta schiudendo, tra “emergenza” e “ripresa”. Già abbiamo visto, negli ultimi due anni, caricare senza farsi tanti problemi i picchetti degli operai in sciopero, già abbiamo visto le mattanze in carcere.