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Conte amico di Trump e di Putin?

“‘Come mai erano più i militari che i medici inviati dalla Russia a Bergamo nell'inverno 2020?’, chiedeva ieri sera il direttore della ‘Stampa’ Giannini...

Il ritorno del “generale virus”

Non ci siamo proprio: “riaprire l’economia”, come ha dichiarato il presidente del Consiglio Draghi, – in fondo per ricevere un po’ più di turisti a Pasqua –, è una scempiaggine bella e buona, che ci costerà più caro delle residue restrizioni che stiamo per togliere. È in atto una nuova ondata pandemica, dalla Cina all’Europa (in Germania trecentomila contagi al giorno, ottantamila in Italia); ed è sconfortante dover constatare come sia risultata vincente, alla fine, la linea di darwinismo sociale di Boris Johnson. Contro di essa, a quanto pare, nulla può il pur prudentissimo ministro della Salute, Roberto Speranza. È il difetto di fondo di una compagine governativa con la destra al suo interno, diretta da un campione dell’economia come Draghi. Gli affari sono affari; i contagi e le morti contano fino a un certo punto, l’importante è che gli ammalati non intasino il sistema sanitario.

Si può osservare oggi, al tempo stesso, come fosse fuorviante il paragone, stabilito da alcuni, tra il contrasto al virus e una guerra. Ora che in Europa abbiamo e la pandemia e la guerra, possiamo vedere bene in cosa consista la differenza: un missile, una bomba ti uccidono di sorpresa, nei confronti del diffondersi dei contagi, invece, si può mettere in campo una serie di misure preventive – dal confinamento alla campagna vaccinale, passando per l’uso dei dispositivi di protezione – che costituiscono una difesa. Contro la guerra non c’è che altra guerra – o la ricerca di una via diplomatica, che però, stando a quanto al momento si può vedere, in mancanza di un “cessate il fuoco”, non è affatto un’alternativa ma solo un’opzione subordinata alle distruzioni e alle stragi. La politica come continuazione della guerra, dunque. Una regressione all’epoca in cui il diritto internazionale era carta straccia: c’è un che di ottocentesco nel modo in cui la Russia di Putin concepisce i rapporti internazionali. Con la differenza che, nell’Ottocento, non c’erano i bombardamenti sui civili.

Il malaffare nella gestione della pandemia: il caso Puglia

In silenzio, senza protagonismo né giudiziario né investigativo, un piccolo grande terremoto sta squassando la Protezione civile pugliese. Il suo capo, ex economo della...

Violenza poliziesca al tempo della pandemia

Le teste rotte degli studenti, che manifestavano per la morte atroce di uno di loro durante uno “stage lavorativo” parascolastico, hanno riportato all’ordine del giorno una certa disinvoltura nell’utilizzare la maniera forte, che è stata una costante dell’azione della polizia nel biennio pandemico. La ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, se l’è cavata sommariamente, parlando del verificarsi di un “cortocircuito” e della violazione della norma, motivata dal Covid, che proibisce “manifestazioni non statiche”. In realtà, le botte somministrate senza parsimonia e senza criterio a ragazzini che avevano tutte le ragioni per protestare pongono un problema non risolvibile con argomentazioni tecniche e cianciando di “infiltrati”, cercando così di giustificare un operato evidentemente ingiustificabile.

Nemmeno pare risolutiva l’introduzione di codici identificativi sui caschi dei poliziotti, di cui si parla da anni, e che è stata spesso invocata quale panacea a questo male, dato che le violenze cui stiamo assistendo non rappresentano una questione riconducibile unicamente all’azione “anomala” e all’iniziativa di singoli agenti, quanto piuttosto sono da considerare nell’ambito dell’operato delle forze dell’ordine nel loro complesso. E d’altro canto non sono stati solo i ragazzini dei licei a sperimentare sulla loro pelle il corso poliziesco che pare delinearsi nel mondo inedito che si sta schiudendo, tra “emergenza” e “ripresa”. Già abbiamo visto, negli ultimi due anni, caricare senza farsi tanti problemi i picchetti degli operai in sciopero, già abbiamo visto le mattanze in carcere.

La pandemia e i suoi interrogativi

Nella virologia, come in politica, sono considerate indispensabili due capacità: il riconoscimento dell’avversario e la memorizzazione dei comportamenti reciproci. La partita dei vaccini si...

Estate argentina tra pandemia e inflazione

Possenti acquazzoni hanno ridato finalmente respiro a Buenos Aires, semiasfissiata dai quarantacinque gradi all’ombra di quest’estate australe, la cui sovrabbondanza di ozono si avverte...

L’interesse capitalistico e il contrasto alla pandemia

Dispiace che sia stato proprio il premier spagnolo Sánchez a dichiarare che sarebbero maturi i tempi per iniziare a considerare la pandemia, in cui...

In balia della pandemia

Il 2 aprile del 2020, in piena e travolgente spallata della pandemia, a qualche giorno dalla truce sfilata di camion carichi di bare a...

Un Draghi a due teste

Dopo la conferenza stampa di fine anno, sappiamo con certezza che Draghi è disponibile a farsi eleggere alla presidenza della Repubblica. Peraltro non ne dubitavamo: come presidente ha una lunga carriera alle spalle, gli manca soltanto l’ultimo gradino per poter fare il “nonno”, come lui stesso si è definito, coronando probabilmente l’ambizione di una vita. Ma la questione non è il carrierismo di Draghi (del resto sostenuto anche dal “Financial Times”, secondo il cui autorevole parere meglio sette anni in un bel posto sicuro, anziché ancora un anno, o poco più, al governo). È piuttosto l’inghippo istituzionale che ciò comporta. Abbiamo infatti un presidente del Consiglio che, nelle prossime settimane, sarà tutto preso da una trattativa più o meno sottobanco per trovare un accordo tra i partiti sul governo che dovrà succedergli, mentre lui rassegnerà le dimissioni nelle mani del capo dello Stato uscente – per ripresentarsi subito dopo come il capo dello Stato entrante, olé!

Il virus ha mutato i termini del conflitto sociale e politico

Il virus si è ormai insediato nelle maglie della nostra società, aderendo non solo al nostro bagaglio genetico, ma sfruttando esattamente le caratteristiche socio-antropologiche dell’attuale stile di vita, basato sulla mobilità frenetica e sulla convivialità diffusa. Mentre istituzioni e società civile provano a divincolarsi dalla morsa dell’emergenza – resettando la problematica, derubricando l’evento a crisi momentanea –, si continua a discutere di altro: di Quirinale, di elezioni, e si misurano i provvedimenti sul green pass solo nella chiave delle possibili conseguenze sulle basi di consenso delle diverse forze politiche. Ma si ignora la talpa che scava sotto i nostri piedi, rendendo friabili le fondamenta della democrazia e stressando un gioco di poteri che offusca la trasparenza del conflitto politico.

Perfino “Limes”, una delle sedi più accreditate di “pensiero lungo” sulle strategie geopolitiche celebra, con un numero speciale e un forum a Genova, “la riscoperta del futuro”, ignorando completamente, nelle sue dotte argomentazioni, la variabile Covid-19. Sembra di essere all’imbrunire del 14 luglio del 1789, quando un sereno Luigi XVI annotava nel suo diario: “Niente da segnalare oggi”.