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Ora i conti con Trump (e con Musk)

I risultati delle elezioni americane di midterm sembrano rassicurare la Casa Bianca. L’avanzata repubblicana ha strappato la Camera dei rappresentanti, come avviene di prammatica a metà mandato di un presidente, ma il Senato pare che rimanga a seppur lieve maggioranza democratica. Anche sul fronte dei governatori, la spallata trumpiana non ha modificato la geografia dei poteri. Ovviamente, le ragioni di questo quadro sono molte, sia locali sia nazionali. Centrale è comunque la questione economica, con lo straordinario sforzo di Biden di contenere il disagio della congiuntura negativa mediante un’iniezione di denaro, che ha inevitabilmente riacceso l’inflazione. Il suo governo appare, nello scenario globale, forse quello più keynesiano dell’Occidente – una lezione che dovrebbero imparare in Europa.

Poi rimangono incombenti i nodi internazionali, sia con la guerra in Ucraina sia con il crescente contenzioso con Pechino. Su questi scacchieri, non dovrebbe mutare molto, se non un’intensificazione della pressione di Washington su Kiev per rendere più agevole una possibile intesa, magari solo sul cessate il fuoco invernale.

La guerra, la pace e la “non equidistanza”

C’è un ritornello che si sente ripetere spesso da quelli che pure si dichiarano per l’avvio di un processo di pace in Ucraina: non siamo equidistanti. Il che vorrebbe dire che siamo con l’Ucraina e contro l’aggressione russa. Peccato che ciò comporti un’implicazione, invece sottaciuta. E cioè che la “non equidistanza” ha come conseguenza logica che, se si vuole passare dagli attuali combattimenti alla cieca a una guerra che almeno si svolga con la contemporanea apertura di un negoziato – primo passo per giungere a una tregua e poi, forse, a una pace armata –, si debba anzitutto persuadere Zelensky che non è possibile proseguire così, e che l’aspirazione a riprendersi tutti i territori annessi dalla Russia, a partire dal 2014 con la Crimea, è irrealistica. Volere vincere – cosa impossibile, dati i rapporti di forza e la minaccia nucleare – significa eternizzare la guerra, o farla addirittura precipitare verso un conflitto mondiale.

Stare a fianco dell’Ucraina, da parte dell’Occidente, vorrebbe allora dire intervenire sul governo ucraino affinché comprenda (al di là della questione dell’invio di armi, che possono essere concesse o no, a seconda della situazione bellica) che deve rinunciare a una parte dei propri territori in cambio della pace: perché unicamente sulla base di questa consapevolezza si potrà aprire la porta a una trattativa. Diversamente, sarà guerra all’infinito – finché, secondo alcuni, la Russia (magari senza Putin) deciderà di ritirarsi completamente… Ma quando? E a quante uccisioni e distruzioni dovremo ancora assistere nel frattempo?

Israele, vittoria netta della destra estrema

Senza tema di smentita Bejamin Netanyahu può essere considerato il protagonista assoluto della politica israeliana degli ultimi decenni, il più longevo premier della storia...

Brasile spaccato, ma vince Lula

“È la vittoria di un immenso movimento democratico” – ha detto Lula poco dopo avere appreso che i suoi 60.345.999 voti avevano superato i 58.206.354 andati a Bolsonaro, consegnandogli così la presidenza di un Paese mai come ora diviso e il primato di essere il più anziano capo di Stato brasiliano mai eletto. Scontata la promessa che, dal primo gennaio 2023, sarà il presidente di tutti, e non solo di coloro che lo hanno votato, Lula ha promesso una via d’uscita che riporti la pace e ricostruisca un Brasile dilaniato dall’odio, al quale si sforzerà di restituire la possibilità di vivere democraticamente. E con buona probabilità dovrà caratterizzare il suo terzo mandato mediante un approccio più centrista rispetto al passato, dovendo mediare con l’ampio schieramento che l’ha sostenuto, pur di evitare i pericoli per la democrazia brasiliana rappresentati da Bolsonaro.

“Hanno cercato di seppellirmi vivo e io sono qui per governare questo Paese in una situazione molto difficile. È ora di abbassare le armi, che non avrebbero mai dovuto essere brandite. Le armi uccidono. E noi scegliamo la vita. Credo che i principali problemi del Brasile, del mondo, dell’essere umano, possano essere risolti con il dialogo, non con la forza bruta. La ruota dell’economia tornerà a girare, con la generazione di posti di lavoro, la valorizzazione dei salari e la rinegoziazione dei debiti delle famiglie”. Queste alcune delle dichiarazioni del neopresidente, mentre i suoi sostenitori invadevano la Avenida Paulista, a San Paolo, per festeggiare l’elezione di un leader che alla sua bella età sembra ancora insostituibile. Il quale, per di più, ha vinto senza avere anticipato nella campagna quasi nulla del suo piano di governo, premiato da un voto che, prima di tutto, è stato un voto contro l’attuale presidente, il primo nella storia della democrazia brasiliana a non essere rieletto per un secondo mandato.

Biden sulla droga: perdono e autocritica

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Un paio di schiaffi al “vecchio leone” Biden

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Mosca, la bomba che potrebbe produrre un’eco

Il richiamo al complotto in cui fu ucciso Rasputin, a San Pietroburgo nel 1916, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, è fin troppo facile. Ma certo la tentazione è forte. Alexandr Dugin – il guru del sovranismo del Cremlino, ufficiale di collegamento con i fascismi europei e teorico della rinascita di Mosca come “terza Roma”, bersaglio dell’attentato del 20 agosto, in cui è rimasta uccisa la figlia Darya – ha più di un tratto in comune con il magnetico monaco dei Romanov. Come sempre, la storia è prima tragedia e poi farsa. Dugin scimmiotta il suo modello della corte zarista nella foggia e negli atteggiamenti pacchianamente demoniaci. Il filo conduttore che lega i due eventi, comunque, ci porta alla crisi del regime russo.

L’attentato conferma che si sta sgretolando il muro di controllo e sicurezza che proteggeva i vertici di Mosca. Un logoramento che si avvicina sempre più al nuovo zar del Cremlino. Chiunque sia stato a volere e a realizzare quell’atto terrorista, certamente ha potuto contare su complicità e inerzie che hanno reso vulnerabile uno degli uomini più emblematici della nuova nomenklatura. A questo punto, a quasi sei mesi dall’avvio dell’operazione speciale, come Putin vuole che si definisca la guerra in campo aperto in corso in Ucraina, il quadro sembra davvero problematico per il suo regime. Fermi sul terreno di combattimento, esposti alle azioni di contrattacco che arrivano a colpire in pieno territorio russo, rimettendo in discussione persino il controllo sulla Crimea, i russi stanno misurando la profondità delle sanzioni che, dopo avere colpito direttamente i patrimoni degli oligarchi, ora stanno ridimensionando radicalmente il regime di vita della popolazione. L’inverno alle porte non aiuta certo.

Biden in Medio Oriente: per fare cosa?

I numerosi esercizi di presentazione dell’ormai imminente viaggio di Joe Biden in Medio Oriente raramente tengono conto dell’ultima notizia che riguarda quel mondo. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a tempo ormai scaduto, non è riuscito a tenere in vita i corridoi umanitari che, per via terrestre, portano nell’estremo nord-ovest della Siria gli aiuti indispensabili alla sopravvivenza di 2,4 milioni di siriani, lì deportati dall’esercito siriano che non gradiva quella popolazione nelle aree riconquistate. La Russia ha opposto il veto, sostenendo – in piena coerenza con quanto prevede la Carta delle Nazioni Unite – che gli aiuti alle popolazioni stremate e bombardate nel nord della Siria devono passare dalla capitale siriana, Damasco, e non devono giungere via terra dai Paesi con quelle zone confinanti (Turchia e Iraq). Siccome la cooperazione internazionale e l’aiuto umanitario in sede Onu avvengono tra Stati, le regole dell’Onu – come sostiene giustamente Mosca – prevedono che chi sia deportato da un governo debba essere aiutato da chi lo deporta. È uno dei più evidenti paradossi di un sistema che non contempla le persecuzioni interne. La deroga, sin qui imposta dal pudore, sembra dunque finita.

Le stesse cronache danno analogamente poco risalto alla situazione determinatasi nei territori del nord-est della Siria, dove la famosa “coalizione anti-Isis”, guidata dagli Stati Uniti (visto che i russi, a quell’epoca, non avevano tempo da dedicare alla lotta contro l’Isis), sembra avere scaricato i curdi che avevano assunto il controllo di quei territori, con il sostegno della coalizione, a tutto vantaggio di Erdogan e della sua “operazione militare speciale” – mai chiamarla guerra! – tesa a creare una fascia di trenta chilometri sotto controllo turco. Lì, sostenuto dalle opposizioni laiche che lo sfidano in vista delle imminenti elezioni presidenziali, Erdogan intende deportare quanti più rifugiati siriani gli sia possibile, per alleggerire il peso che esercitano, più che sull’agonizzante economia turca, sulla sua opinione pubblica, ormai divenuta xenofoba per via del disastro che i mercanti di paure attribuiscono ai rifugiati, e non alla folle politica economica dello stesso Erdogan.

Iran in crisi

Com’è noto da molto tempo, l’Iran è un Paese sottoposto a fortissime sanzioni economiche, dovute al suo programma nucleare. L’accordo raggiunto con la comunità internazionale sul nucleare iraniano, ai tempi della presidenza Obama, preludeva a un allentamento delle sanzioni. Ma poi l’amministrazione Trump ritenne quella scelta controproducente e pericolosa, e ritirò la firma degli Stati Uniti. Il governo che aveva raggiunto l’accordo, definito moderato nel senso di disponibile a rapporti non conflittuali con la comunità internazionale, e in particolare con Washington, perse le elezioni presidenziali del 2021; fu eletto l’attuale presidente Raisi, definito un falco, contrario a ogni miglioramento dei rapporti con la comunità internazionale, e in particolare con Washington.

Dopo una lunga riflessione, l’esecutivo di Raisi ha deciso di tornare a sedersi al tavolo dei negoziati per riportare in vita l’accordo firmato da Obama, e ritirato da Trump, comunemente definito come una rinuncia al nucleare in cambio della rinuncia alle sanzioni. Essendo l’Iran uno dei principali produttori mondiali di petrolio, il ritorno del suo greggio sul mercato petrolifero sarebbe molto rilevante. L’accordo con l’Iran è stato definito, dall’inizio della presidenza Biden, una delle priorità dell’amministrazione americana, che si è presentata con una scelta senza precedenti. Il presidente, infatti, ha negato colloqui di ogni tipo al principe della corona saudita Muhammad bin Salman, ritenuto responsabile dell’atroce delitto del giornalista e dissidente Khashoggi.

Amazzonia, lo sterminio dei suoi difensori

Sono passati quasi trentaquattro anni da quel 12 dicembre 1988 quando Chico Mendes, ambientalista e leader sindacale dei seringueiros dell’Amazzonia brasiliana, è stato ucciso....