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Due democratici contro Biden

I nomi di Joe Manchin e Kyrsten Sinema non diranno granché a chi segue prevalentemente la politica italiana, eppure le loro posizioni politiche sono...

Al-Sisi: siamo tutti per il modello cinese

"Approccio dittatoriale". Sono le accurate parole che il presidente egiziano al-Sisi ha scelto per definire la visione di quei Paesi che gli chiedono di...

Australia, Regno Unito, Stati Uniti: l’azzardo dei sottomarini

A prima vista potrebbe sembrare soltanto un accordo commerciale andato a male. Nel 2016 l’Australia aveva stipulato un contratto con la Francia per la...

Cosa potrebbe insegnare all’Europa la sconfitta americana in Afghanistan

La rovinosa fuga dall’Afghanistan è un avvenimento certamente destinato ad avere un peso rilevante in molti modi e su diversi fronti. Le analogie storiche si sprecano e l’enfasi non manca. Forse è prematuro, per non dire avventato, formulare un paragone così netto fra un’epoca storica e un’altra, come ha scritto Bernard Guetta, secondo cui come il Ventesimo secolo iniziò a Sarajevo, alla fine del giugno del 1914, così il Ventunesimo sarebbe nato a Kabul nel luglio di quest’anno. Ma certamente la fuga degli Usa e alleati dall’Afghanistan è destinata a cambiare gran parte degli assetti politico-economici mondiali.

In sostanza gli Stati Uniti sono ora fuori sia dall’Oceano indiano sia dall’Asia. Lo confermano, per contrasto, le aspre parole con cui la repubblicana Kelly Craft ha inaugurato l’Asia-Pacific Security Dialogue organizzato dal ministero degli Esteri di Taipei. La rappresentante statunitense ha ribadito la continuità tra Trump e Biden nella difesa di Taiwan dalle ambizioni cinesi, invitando però i taiwanesi a fare come Israele, cioè ad armarsi di tutto punto e a non affidare la loro salvezza solo all’aiuto altrui.

Il pacifismo e l’eterna guerra civile afghana

Attentatori suicidi nella folla che disperatamente si accalca all’ingresso dell’aeroporto di Kabul, un centinaio di morti e tra questi una dozzina di militari statunitensi, Biden in una crisi senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti. Sono i dati che nelle ultime ore hanno aggravato ulteriormente il tragico quadro afghano, ponendo lo stesso pacifismo cui ci ispiriamo dinanzi a un problema inedito: come uscire da una guerra sbagliata, da un’occupazione insensata durata vent’anni, senza sbagliare ancor più? La decisione di ritirarsi dall’Afghanistan non era un errore: lo è invece – catastrofe nella catastrofe – il modo in cui questo ritiro avviene.

I militari dell’alleanza occidentale (la Nato, guarda un po’, che in quella parte del mondo mai avrebbe dovuto intervenire), il cui contingente era già stato ridotto a partire dal 2014, avrebbero dovuto lasciare il Paese per ultimi, dopo aver messo al sicuro, se non altro, quel variegato mondo che campava soprattutto nella capitale intorno agli occupanti. Poi si sarebbe dovuto pensare alle persone a rischio di essere uccise: per questo – inutile girarci intorno – bisognava e bisogna trattare con i talebani i modi in cui assicurare loro che non sarebbero state toccate. Ma gli “studenti islamici”, che si sono visti consegnare Kabul senza resistenza, dovevano essere fermati alle porte della capitale al fine di impostare un negoziato. Mai e poi mai si sarebbe dovuto contare sul pressoché inesistente esercito afghano e sul governo fantoccio locale su cui Biden, incoscientemente, ha fatto affidamento.

Afghanistan, ipotesi sulla dottrina Biden

Per quanto riguarda noi, cittadini europei non coinvolti con la guerra ma soltanto testimoni dei fatti, la dura vicenda di chi tenta la fuga dall’Afghanistan tornato nelle mani dei talebani avrebbe dovuto ricordarci il nostro annoso disinteresse per i profughi afghani che sono stati rispediti dalle nostre cancellerie nel loro Paese, perché l’Afghanistan veniva definito “ormai sicuro”. Possibile? Per quanto riguarda i cittadini di tanti Paesi a maggioranza islamica non coinvolti con la guerra afghana, quanto accade in queste ore dovrebbe indicare loro il peso del silenzio su quanto, nel nome dell’islam, accade in Afghanistan. Possibile?

Sono due elementi citati in questi giorni e che dovremmo tenere insieme per evitare che ci guidino le emozioni, destinate a essere effimere. Cos’è infatti che ha spinto molti a definire Kabul la nuova Saigon? L’ultimo soldato americano morto in Afghanistan è lontano nella memoria di tutti, risale forse a un anno fa. Dov’è la similitudine?

“Bloody border”, storie di ordinaria frontiera

(Questo articolo è stato pubblicato il 12 aprile 2021) Nella notte, la telecamera ruba le immagini fantasmatiche di questa storia di ordinaria frontiera. I...

La trappola cubana

Fa più notizia un morto a Cuba che cento in Colombia, commentava all’indomani delle grandi proteste di domenica 11 luglio il generale Álvarez Casas, ministro degli Interni cubano, con l’intenzione di denunciare il pregiudizio che animerebbe l’informazione internazionale o gran parte di essa contro il regime dell’isola caraibica. L’altro giorno, a poche ore dalla riunione straordinaria di governo a cui ha partecipato anche il novantenne e ufficialmente a riposo Raúl Castro, sarebbe stato sul punto di dimettersi. Poi quest’intenzione è stata attribuita a un suo vice. Il presidente Díaz-Canel ha smentito tutto. Il ministro degli Esteri, Rodríguez Parrilla, nega perfino che le migliaia di persone in piazza, l’intervento della polizia e gli arresti, costituiscano un’esplosione sociale. È stata – dice – una congiura mediatica orchestrata da Miami, dove ancora comandano i repubblicani di Trump.

Però dalla Cia, che a Cuba forse è inoperosa ma non disinformata, lasciano intendere (“New York Times”, 13.07.21) che non è necessario vedere Díaz-Canel come un satrapo. Più probabilmente –spiegano dal Dipartimento di Stato – all’Avana prevale un problema d’inerzia comunista. Non ignorando che, per quanto ogni medico cubano sparso per il mondo venga sospettato di essere un agente castrista (ma perfino Bolsonaro in Brasile non ha potuto farne a meno), in realtà sono ex paramilitari ed ex guerriglieri colombiani ad affollare il mercato mercenario dei military contractors da Panama a Haiti. E lo stesso Joe Biden, preso com’è dalla recovery interna e atlantica per meglio fronteggiare la sfida cinese, spera che alla ribollente pentola latino-americana non salti proprio ora il coperchio (Washington ha osservato prudente distanza anche dal tormentoso processo elettorale peruviano, finalmente giunto al riconoscimento della vittoria di Pedro Castillo da parte del tribunale elettorale).

Erdogan in Afghanistan?

L’economia turca, a dir poco, traballa. Le banche turche, a dir poco, traballano. La lira turca, a dir poco, traballa. E il consenso politico? A dir poco, traballa. Eppure Erdogan appare sempre pronto a rilanciare. Si chiama Afghanistan la sua nuova opportunità.

Tra i mille interrogativi che in queste ore si pongono riguardo al ritiro degli Usa e degli alleati europei dall’Afghanistan, il più interessante riguarda quello turco. Infatti anche la Turchia, membro della Nato, è in Afghanistan. Vi è con seicento militari, di stanza all’aeroporto internazionale di Kabul. Ma, a differenza degli altri Paesi della Nato, la Turchia non ha annunciato alcun ritiro dall’Afghanistan, e questo ha innervosito i talebani: il 12 luglio fonti ufficiali talebane hanno definito sgradita l’idea turca di assumere il controllo della sicurezza all’aeroporto internazionale di Kabul, aggiungendo che ciò “avrebbe conseguenze”.

Voto dirompente dei vescovi americani contro Biden (e Bergoglio)

17 novembre 2020. Gli Stati Uniti erano ancora immersi in una inaudita guerra di cifre tra il presidente uscente, Donald Trump, e il presidente...