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Mentre gli Stati Uniti si predisponevano a una nuova guerra fredda con la Cina (vedi il nostro articolo del 20 settembre scorso), ne è...

Il discorso di Putin: la montagna ha partorito il topolino

Il 9 maggio si era caricato di attese messianiche: eravamo alla vigilia dell’Armageddon. Si attendevano le parole del capo del Cremlino come un giudizio divino. Ci si chiedeva: come reagirà ai colpi subiti e come uscirà dall’angolo? Putin ha risposto che rimane nell’angolo in cui si è cacciato, prolungando il suo nuovo posizionamento antioccidentale, di aspirante leader di un fronte orientale che dovrebbe, prima o poi, contendere allo schieramento della Nato l’egemonia sul mondo. Ma nel frattempo vola basso.

Il presidente russo, con uno stringato e scialbo discorso, dinanzi a una piazza muta e circondato dalle cariatidi del suo regime in grande spolvero di divise e medaglie, non ha risposto agli interrogativi che angosciavano le cancellerie europee. Ha tentato di giustificare la sua mossa, la sua “operazione militare speciale” – formula che sembra archiviata, dato che lui stesso non l’ha mai citata –, con la strampalata minaccia di un’invasione della Russia minacciata dalle forze occidentali. Una specie di replica di Operazione Barbarossa, con cui Hitler aggredì l’Urss nel giugno del 1941. Pur senza richiamare minimamente la memoria sovietica, Putin ha giocato continuamente sul parallelismo, facendo intendere che l’attacco all’Ucraina sia stata una mossa difensiva; anzi, come l’ha definita, un’azione preventiva, accreditando, forse per la prima volta nel gergo strategico, il diritto ad attaccare con tutti i mezzi qualora si percepisca il rischio di essere bersaglio di un’operazione aggressiva imminente.

Il chiacchiericcio sulle armi e il vincolo della deterrenza

Guerra in atto e pandemia niente affatto conclusa rendono le polemiche italiane sull’aumento delle spese militari un chiacchiericcio. Ci sarà l’ennesimo voto di fiducia chiesto da Draghi, o altra soluzione parlamentare, a fare testo e a dare il via libera all’aumento del budget militare auspicando una politica di difesa su scala europea. Intanto, Giuseppe Conte vede legittimata la sua leadership su ciò che rimane dei 5 Stelle, con il 94% nel referendum interno e con il suo alzare la voce cercando di recuperare la radicalità delle origini. Come risponderà il ministro Lugi Di Maio, che su guerra e armi marcia come un soldatino, è un dettaglio che interessa solo chi è ancora grillino.

Il problema non è perciò la precarietà degli equilibri di governo – destinati a restare tali fino alle elezioni politiche del 2023 –, quanto piuttosto l’atteggiamento politico nei confronti della guerra Russia-Ucraina. Forse l’Italia tornerà in gioco se si dovesse scegliere la linea della soluzione di Paesi garanti della neutralità e della sicurezza dell’Ucraina (il negoziato in corso in Turchia); non c’è dubbio, però, che finora il governo Draghi (come il Pd) non abbia brillato per iniziativa in campo europeo. Il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno avuto maggiore protagonismo e visibilità, provando a convincere Putin alla trattativa e parlando con le parti in conflitto (grazie al ruolo avuto da Macron nell’ultimo mese, quasi sicuramente sarà lui l’inquilino riconfermato all’Eliseo nelle prossime elezioni di aprile in Francia).

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