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Cosa potrebbe insegnare all’Europa la sconfitta americana in Afghanistan

La rovinosa fuga dall’Afghanistan è un avvenimento certamente destinato ad avere un peso rilevante in molti modi e su diversi fronti. Le analogie storiche si sprecano e l’enfasi non manca. Forse è prematuro, per non dire avventato, formulare un paragone così netto fra un’epoca storica e un’altra, come ha scritto Bernard Guetta, secondo cui come il Ventesimo secolo iniziò a Sarajevo, alla fine del giugno del 1914, così il Ventunesimo sarebbe nato a Kabul nel luglio di quest’anno. Ma certamente la fuga degli Usa e alleati dall’Afghanistan è destinata a cambiare gran parte degli assetti politico-economici mondiali.

In sostanza gli Stati Uniti sono ora fuori sia dall’Oceano indiano sia dall’Asia. Lo confermano, per contrasto, le aspre parole con cui la repubblicana Kelly Craft ha inaugurato l’Asia-Pacific Security Dialogue organizzato dal ministero degli Esteri di Taipei. La rappresentante statunitense ha ribadito la continuità tra Trump e Biden nella difesa di Taiwan dalle ambizioni cinesi, invitando però i taiwanesi a fare come Israele, cioè ad armarsi di tutto punto e a non affidare la loro salvezza solo all’aiuto altrui.

Il pacifismo e l’eterna guerra civile afghana

Attentatori suicidi nella folla che disperatamente si accalca all’ingresso dell’aeroporto di Kabul, un centinaio di morti e tra questi una dozzina di militari statunitensi, Biden in una crisi senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti. Sono i dati che nelle ultime ore hanno aggravato ulteriormente il tragico quadro afghano, ponendo lo stesso pacifismo cui ci ispiriamo dinanzi a un problema inedito: come uscire da una guerra sbagliata, da un’occupazione insensata durata vent’anni, senza sbagliare ancor più? La decisione di ritirarsi dall’Afghanistan non era un errore: lo è invece – catastrofe nella catastrofe – il modo in cui questo ritiro avviene.

I militari dell’alleanza occidentale (la Nato, guarda un po’, che in quella parte del mondo mai avrebbe dovuto intervenire), il cui contingente era già stato ridotto a partire dal 2014, avrebbero dovuto lasciare il Paese per ultimi, dopo aver messo al sicuro, se non altro, quel variegato mondo che campava soprattutto nella capitale intorno agli occupanti. Poi si sarebbe dovuto pensare alle persone a rischio di essere uccise: per questo – inutile girarci intorno – bisognava e bisogna trattare con i talebani i modi in cui assicurare loro che non sarebbero state toccate. Ma gli “studenti islamici”, che si sono visti consegnare Kabul senza resistenza, dovevano essere fermati alle porte della capitale al fine di impostare un negoziato. Mai e poi mai si sarebbe dovuto contare sul pressoché inesistente esercito afghano e sul governo fantoccio locale su cui Biden, incoscientemente, ha fatto affidamento.

Afghanistan, ipotesi sulla dottrina Biden

Per quanto riguarda noi, cittadini europei non coinvolti con la guerra ma soltanto testimoni dei fatti, la dura vicenda di chi tenta la fuga dall’Afghanistan tornato nelle mani dei talebani avrebbe dovuto ricordarci il nostro annoso disinteresse per i profughi afghani che sono stati rispediti dalle nostre cancellerie nel loro Paese, perché l’Afghanistan veniva definito “ormai sicuro”. Possibile? Per quanto riguarda i cittadini di tanti Paesi a maggioranza islamica non coinvolti con la guerra afghana, quanto accade in queste ore dovrebbe indicare loro il peso del silenzio su quanto, nel nome dell’islam, accade in Afghanistan. Possibile?

Sono due elementi citati in questi giorni e che dovremmo tenere insieme per evitare che ci guidino le emozioni, destinate a essere effimere. Cos’è infatti che ha spinto molti a definire Kabul la nuova Saigon? L’ultimo soldato americano morto in Afghanistan è lontano nella memoria di tutti, risale forse a un anno fa. Dov’è la similitudine?

“Bloody border”, storie di ordinaria frontiera

(Questo articolo è stato pubblicato il 12 aprile 2021) Nella notte, la telecamera ruba le immagini fantasmatiche di questa storia di ordinaria frontiera. I...

La trappola cubana

Fa più notizia un morto a Cuba che cento in Colombia, commentava all’indomani delle grandi proteste di domenica 11 luglio il generale Álvarez Casas, ministro degli Interni cubano, con l’intenzione di denunciare il pregiudizio che animerebbe l’informazione internazionale o gran parte di essa contro il regime dell’isola caraibica. L’altro giorno, a poche ore dalla riunione straordinaria di governo a cui ha partecipato anche il novantenne e ufficialmente a riposo Raúl Castro, sarebbe stato sul punto di dimettersi. Poi quest’intenzione è stata attribuita a un suo vice. Il presidente Díaz-Canel ha smentito tutto. Il ministro degli Esteri, Rodríguez Parrilla, nega perfino che le migliaia di persone in piazza, l’intervento della polizia e gli arresti, costituiscano un’esplosione sociale. È stata – dice – una congiura mediatica orchestrata da Miami, dove ancora comandano i repubblicani di Trump.

Però dalla Cia, che a Cuba forse è inoperosa ma non disinformata, lasciano intendere (“New York Times”, 13.07.21) che non è necessario vedere Díaz-Canel come un satrapo. Più probabilmente –spiegano dal Dipartimento di Stato – all’Avana prevale un problema d’inerzia comunista. Non ignorando che, per quanto ogni medico cubano sparso per il mondo venga sospettato di essere un agente castrista (ma perfino Bolsonaro in Brasile non ha potuto farne a meno), in realtà sono ex paramilitari ed ex guerriglieri colombiani ad affollare il mercato mercenario dei military contractors da Panama a Haiti. E lo stesso Joe Biden, preso com’è dalla recovery interna e atlantica per meglio fronteggiare la sfida cinese, spera che alla ribollente pentola latino-americana non salti proprio ora il coperchio (Washington ha osservato prudente distanza anche dal tormentoso processo elettorale peruviano, finalmente giunto al riconoscimento della vittoria di Pedro Castillo da parte del tribunale elettorale).

Erdogan in Afghanistan?

L’economia turca, a dir poco, traballa. Le banche turche, a dir poco, traballano. La lira turca, a dir poco, traballa. E il consenso politico? A dir poco, traballa. Eppure Erdogan appare sempre pronto a rilanciare. Si chiama Afghanistan la sua nuova opportunità.

Tra i mille interrogativi che in queste ore si pongono riguardo al ritiro degli Usa e degli alleati europei dall’Afghanistan, il più interessante riguarda quello turco. Infatti anche la Turchia, membro della Nato, è in Afghanistan. Vi è con seicento militari, di stanza all’aeroporto internazionale di Kabul. Ma, a differenza degli altri Paesi della Nato, la Turchia non ha annunciato alcun ritiro dall’Afghanistan, e questo ha innervosito i talebani: il 12 luglio fonti ufficiali talebane hanno definito sgradita l’idea turca di assumere il controllo della sicurezza all’aeroporto internazionale di Kabul, aggiungendo che ciò “avrebbe conseguenze”.

Voto dirompente dei vescovi americani contro Biden (e Bergoglio)

17 novembre 2020. Gli Stati Uniti erano ancora immersi in una inaudita guerra di cifre tra il presidente uscente, Donald Trump, e il presidente...

Global Health Summit di Roma: un’occasione mancata soprattutto per la sinistra

Alla fine non ricorderemo le accuse dei nemici quanto il silenzio degli amici, diceva Martin Luther King dinanzi all’ipocrisia dei progressisti americani. Una constatazione che torna di attualità, dopo la straordinaria occasione persa a Roma con il Global Health Summit della settimana scorsa. Un appuntamento della sanità mondiale che è arrivato dopo più di un anno dall’infuriare della pandemia, e che è sembrato rimuovere completamente il trauma sociale e sanitario che stiamo vivendo.

A parte qualche retorico riferimento nel cerimoniale, i lavori del Summit sono scivolati come acqua sul vetro rispetto alla tragedia che ancora miete vittime in gran parte del mondo. Le mattanze in corso in Brasile e in India, il silenzio che avvolge gran parte dell’Africa, la spietata realtà che vede il 15% del mondo – la parte più ricca, ovviamente – assorbire l’85% dei vaccini, non ha scosso né le istituzioni né tanto meno gli osservatori. A colpire è stata proprio l’indifferenza da parte del mondo scientifico, culturale, politico, rispetto a questa scadenza, che invece avrebbe dovuto imprimere un’accelerazione verso una nuova visione dell’epidemia, legata agli squilibri sociali, come aveva spiegato qualche mese fa il direttore di Lancet, Richard Horton, che parlava non di pandemia ma di “sindemia”, ossia di un fenomeno prettamente indotto dalle sperequazioni dell’ecosistema planetario.

La questione fiscale diventa globale

Luglio non è lontano e potrebbe essere un mese importante non solo per l’Europa, ma per il mondo intero. Nella prima decade di quel mese, infatti, si terrà a Venezia un’importante riunione del G20 sotto la presidenza italiana, dove dovrebbero approdare le riforme fiscali di cui si sta parlando con insistenza in questi giorni. Il quadro internazionale è stato smosso dai propositi della nuova amministrazione americana di proporre una minimum tax globale sulle multinazionali del 21%, con l’esplicito obiettivo di sottrarre alle grandi corporations la carta dei paradisi fiscali. È di questi giorni però la notizia che la proposta subirà probabilmente un sensibile ridimensionamento: dal 21% la tassazione dovrebbe scendere al 15%. Una riduzione certamente di non poco conto, che viene incontro al coro di proteste subito sollevato da parte delle multinazionali e dei vari paesi, fra cui diversi europei, che praticano paradisiaci dumpingfiscali. Tuttavia, anche in questa dimensione ridotta, l’innovazione non sarebbe da poco.

Attualmente sono almeno trentacinque i paesi che applicano aliquote fiscali tra lo zero assoluto e il 12,5%. Il rapporto dello scorso dicembre della Tax Foundation –un think tank fondato a Washington nel 1937 da influenti manager americani – ci dice che sono ben quindici i paesi che non prevedono imposte sugli utili societari (tra cui le Bahamas, il Bahrain, le Bermuda, gli Emirati arabi uniti). Mentre altri Stati applicano un’aliquota inferiore al 12,5%, fra cui l’Irlanda e l’Ungheria che l’ha recentemente ridotta dal 10% al 9%. Ma a questo dato dobbiamo aggiungere che vi è notevole differenza tra l’aliquota ufficiale e quella realmente praticata, a causa di deduzioni, detrazioni e gli accordi contro la doppia imposizione fiscale, in sé giusti, ma che spesso finiscono per evitare qualsiasi tassazione, come ha documentato uno studio del maggio del 2020 dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università cattolica di Milano, diretto da Carlo Cottarelli. Rimanendo in Europa, fanno scuola il caso dell’Irlanda, ove in luogo dell’aliquota del 12,5%, si è scesi persino allo 0,005%, o quello del Lussemburgo, dove dal 25% ufficiale si è scesi anche del 99% raggiungendo un irrisorio 0,3%; oppure quello dell’Olanda che dal nominale 25% giunge al concreto 2,44%; o il Belgio dove si può arrivare a scendere dal 29% al 2,9%. I “paesi frugali”, appunto.

Erdogan e il tabù del genocidio

Si potrebbe dire che alla Casa Bianca hanno avuto bisogno dei famosi “tempi biblici” per rendersi conto che quello degli armeni fu genocidio, visto...