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La guerra fredda con la Cina è iniziata

Non è di poco momento ciò che si profila con l’accordo racchiuso nell’acronimo Aukus (Australia, United Kingdom, United States). Mediante la fornitura all’Australia di sottomarini a propulsione nucleare, una nuova Nato va schierandosi tra l’Oceano pacifico e indiano, a un tiro di schioppo dalla Cina. Si può nutrire la più spiccata antipatia per il regime cinese – questo strano pasticcio storico capitalistico-comunista – e riconoscere, tuttavia, che in politica internazionale esso non ha manifestato la minima intenzione bellicosa, nonostante non abbia rinunciato alle rivendicazioni su Taiwan e alcune isolette minori controllate dal Giappone.

È quindi solo una mossa da paesi che cercano scompostamente di sottrarsi al loro declino, quella messa in campo da quest’Occidente ristrettamente anglosassone formato dagli Stati Uniti, da un Regno Unito ripreso, dopo la Brexit, dalla tradizionale subalternità filoamericana e dal suo avamposto nell’indopacifico facente parte del Commonwealth (gli australiani sono tuttora sudditi di sua maestà britannica). Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si potrebbe dire: appena chiusa una bestialità – con l’ammissione ufficiale dell’assassinio di dieci civili, tra cui sette bambini, scambiati per terroristi in Afghanistan e colpiti con un drone il 29 agosto scorso –, se ne intraprende un’altra.

“Prosperità comune”, la nuova parola d’ordine cinese

È ben noto che i partiti comunisti vanno avanti per slogan e campagne propagandistiche di massa. Mao ne lanciò una quantità inverosimile, che sarebbe superfluo ricordare, perché la Cina attuale è quella del famoso "arricchitevi!" proclamato una quarantina di anni fa da Deng Xiaoping. Oggi i miliardari cinesi sono 992, mentre negli Stati Uniti soltanto 696. Più dei due terzi del capitale, in Cina, è detenuto da privati. Il fondatore del motore di ricerca Alibaba, Jack Ma, possiede una fortuna di 56 miliardi di dollari, ed è superato, accidenti, dal re dell'acqua minerale, che ne ha 85, così come da altri imprenditori in vari campi. Tutti sono più o meno legati alla cricca dei dirigenti di partito, e tutti pagano delle tasse risibili: in Cina, infatti, non c'è un'imposta patrimoniale e nemmeno una tassa sulle successioni ereditarie. Il prelievo fiscale avviene prevalentemente mediante tasse indirette, che colpiscono soprattutto i redditi modesti.

Ecco allora che, con una sterzata, il segretario generale Xi Jinping lancia una campagna di rettifica sotto lo slogan "prosperità comune". Ridistribuire il reddito dovrebbe diventare l'imperativo cinese da qui al prossimo congresso comunista, previsto per l'autunno 2022. Che cosa si faranno venire in mente i dirigenti di Pechino per metterlo in pratica? Non sarà che per caso si metterà mano a una patrimoniale, magari astutamente congegnata per non far finire nelle sue maglie i tanti burocrati dai patrimoni non confessati e non confessabili?

La “lunga marcia” del Partito comunista cinese

Fa una certa impressione vedere Xi Jinping indossare la vecchia giacca di Mao. Non che si possa dire che non vi sia una qualche continuità, in questi cento anni di storia cinese all'insegna del Partito comunista (fondato come all'incirca tutti i partiti comunisti nel 1921), ma la celebrazione in pompa magna suona un po' come se si volesse far ruggire una tigre (per prodursi in una metafora, genere di cui era specialista il "grande timoniere") dopo averla operata all'ugola. La Cina non è più quella – sebbene il segretario del Partito e presidente della Repubblica popolare abbia polemizzato contro il "nichilismo storico" di chi non vuole riconoscere i grandi passi avanti compiuti.

D'accordo, il gigantesco paese ha raggiunto un grado di benessere (abbastanza) diffuso; si è formata quella che si dice una "classe media"; la formula del dopo-Mao – "arricchitevi!", lanciata a suo tempo da Deng Xiaoping – ha trasformato la vita di milioni di persone, più di quanto avessero fatto tutte le campagne maoiste messe insieme. Ma c'è un tarlo che rode la vita sociale e politica cinese dall'interno. Ed è la mancanza di libertà, il dominio del partito unico, la lotta sorda tra le cricche, al momento sedata sotto la salda leadership di Xi, ma pronta a riesplodere prima o poi.

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