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La Cina tra proteste interne e iperattivismo geopolitico

Paranoia anti-Covid. Dietro quello che sta succedendo in questi giorni in Cina –confinamenti durissimi e proteste massicce della popolazione in tutto il Paese –,...

A Est della Ostpolitik, Scholz sulla via di Pechino

La gitarella di Olaf Scholz a Pechino non ha mancato di suscitare una serie di reazioni, tanto a livello internazionale quanto nel dibattito politico...

Taiwan legata a doppio filo a Cina e Stati Uniti

Uniti nel 1937 contro l’invasore giapponese e divisi definitivamente nel 1946, i due grandi protagonisti della lotta cinese contro il Giappone, il Guomindang dell’allora...

Il Congresso del Pcc apre la competizione sui microchip

Cinque anni fa Xi Jinping, in occasione della sua precedente elezione a segretario, insieme con la costellazione di cariche e titoli aggiuntivi a quella centrale di segretario del partito, pretese di essere indicato anche come timoniere della strategia Internet del Paese. Apparentemente, solo un orpello ulteriore: in realtà si sanciva che la Repubblica popolare si identifica con il concetto di algoritmo-nazione. Ossia che il potere e la sovranità del Paese sono strettamente connessi alla capacità di governare e sviluppare la potenza tecnologica, sia nella versione relazionale –controllare la rete interna – sia in quella incrementale, che consiste nell’innovare l’innovazione, come ricorda nel suo saggio sul tema, L’arco dell’impero (edito da Leg), il generale cinese Quiao Liang, che appunto sostiene che, se è Internet a fare la storia, è proprio la capacità di creare nuova innovazione a determinare una gerarchia nella storia.

Nella sua relazione di apertura al ventesimo Congresso, iniziato domenica 16 ottobre, il leader cinese, che si avvia a essere riconosciuto come capo in eterno, ha confermato questa priorità. Tanto più dopo la sonora lezione a cui ha assistito in Ucraina, dove il suo – sempre in maniera più fredda e distaccata – alleato Putin ha patito la superiorità sociale, prima ancora che tecnica, dell’uso delle intelligenze e delle memorie artificiali da parte dell’Occidente.

Musk e l’Ucraina, tra globalismo e nazionalismo

Come per l’acquisizione di Twitter, per cui è ora sotto inchiesta della magistratura americana, anche per il suo sostegno all’Ucraina, Elon Musk prova ad...

Mosca, la bomba che potrebbe produrre un’eco

Il richiamo al complotto in cui fu ucciso Rasputin, a San Pietroburgo nel 1916, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, è fin troppo facile. Ma certo la tentazione è forte. Alexandr Dugin – il guru del sovranismo del Cremlino, ufficiale di collegamento con i fascismi europei e teorico della rinascita di Mosca come “terza Roma”, bersaglio dell’attentato del 20 agosto, in cui è rimasta uccisa la figlia Darya – ha più di un tratto in comune con il magnetico monaco dei Romanov. Come sempre, la storia è prima tragedia e poi farsa. Dugin scimmiotta il suo modello della corte zarista nella foggia e negli atteggiamenti pacchianamente demoniaci. Il filo conduttore che lega i due eventi, comunque, ci porta alla crisi del regime russo.

L’attentato conferma che si sta sgretolando il muro di controllo e sicurezza che proteggeva i vertici di Mosca. Un logoramento che si avvicina sempre più al nuovo zar del Cremlino. Chiunque sia stato a volere e a realizzare quell’atto terrorista, certamente ha potuto contare su complicità e inerzie che hanno reso vulnerabile uno degli uomini più emblematici della nuova nomenklatura. A questo punto, a quasi sei mesi dall’avvio dell’operazione speciale, come Putin vuole che si definisca la guerra in campo aperto in corso in Ucraina, il quadro sembra davvero problematico per il suo regime. Fermi sul terreno di combattimento, esposti alle azioni di contrattacco che arrivano a colpire in pieno territorio russo, rimettendo in discussione persino il controllo sulla Crimea, i russi stanno misurando la profondità delle sanzioni che, dopo avere colpito direttamente i patrimoni degli oligarchi, ora stanno ridimensionando radicalmente il regime di vita della popolazione. L’inverno alle porte non aiuta certo.

Se la guerra diventa convivenza

Circa sessanta funzionari dei servizi di sicurezza ucraini sono rimasti nelle zone occupate dai russi. Solo la punta dell’iceberg di una realtà più complessa, in cui almeno seicento o settecento dipendenti di medio e alto livello dell’amministrazione di Kiev hanno deciso di non seguire le forze ucraine in ritirata. Più che di un tradimento, si tratta in molti casi di una semplice scelta di vita, da parte di famiglie che continuano ad abitare territori nei quali la convivenza con i russi non è certo un’eccezione. Ovviamente, dopo questi mesi di guerra, l’opzione di rimanere nelle aree occupate non può essere considerata, soprattutto da parte di dirigenti dei servizi di sicurezza, come una semplice decisione logistica. E infatti la conseguenza di queste scelte è che il presidente Zelensky ha fatto arrestare Ivan Bakanov, il capo dei servizi segreti ucraini, insieme con la procuratrice generale Iryna Venediktova, che paga anche per molti dei suoi collaboratori dell’amministrazione giudiziaria ancora residenti nelle regioni invase dalle truppe di Mosca.

Più che una guerra, quella in Ucraina sta diventando una convivenza combattuta. Da mesi, ormai, le due comunità – ucraina e russa – si trovano spalla a spalla nell’organizzare forme di condivisione del territorio. E questa promiscuità fra parenti – perché tali sono russi e ucraini – sta imbarazzando i vertici dei due Stati. Sono infatti davvero centinaia e centinaia i casi di cambio di fronte, o di semplice adattamento a una convivenza forzata.

Sudan, l’impossibile dialogo tra militari e civili

Da tempo la violenza e l’instabilità politica in Africa la fanno da padrone. Il Sudan, tre anni dopo la deposizione dello storico presidente Omar...