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“Soldi per le armi? No grazie”

La politica e la finanza spingono i risparmiatori a comprare titoli legati alle società quotate che producono sistemi d’armamento. Ma c’è chi resiste e invita i cittadini che vogliono la pace a scegliere fondi responsabili e socialmente sostenibili. Parla Alessandro Messina, candidato alla presidenza di Banca Etica

11 Aprile 2025 Paolo Andruccioli  1669

Alessandro Messina è un economista con una lunga esperienza nel settore finanziario, e in particolare in quello della “finanza etica”, intesa come l’insieme delle attività creditizie legate alla sostenibilità sociale e ambientale. Collaboratore storico della campagna “Sbilanciamoci per un’economia diversa”, è stato direttore di Banca Etica e ora si candida alla presidenza nella prossima assemblea del 17 maggio, con il comitato Re:Start. Dovrà vedersela con il candidato della banca, Aldo Soldi, storico manager del mondo delle cooperative. A Messina abbiamo chiesto di fare il punto sugli effetti devastanti delle guerre sulle scelte dei risparmiatori e sulle ripercussioni della guerra dei dazi di Trump.

Messina, che cosa sta succedendo nel mondo della finanza etica? L’aria di guerra e la battaglia mondiale dei dazi stanno influenzando anche il mondo del non profit e di coloro che si battono per un’economia diversa? Gli investimenti sostenibili sono accantonati come il Green Deal europeo?

Questi venti di guerra soffiano in Italia su una crisi precedente nel mondo del credito. Uno degli elementi che vengono poco considerati riguarda in generale la trasformazione del ruolo delle banche. La crisi non riguarda solo la finanza etica, ma la finanza in generale. In questi anni, anche alla luce della dinamica dei tassi di interessi le grandi banche hanno accumulato enormi profitti, ma nello stesso tempo continua, inesorabile, la discesa del credito bancario. Secondo Banca d’Italia, nel corso del 2024 sono venuti meno trentasei miliardi di euro di finanziamenti rispetto all’anno precedente, pari al 2% del totale. Il comparto più colpito risulta essere quello delle istituzioni senza scopo di lucro, con un calo in valore assoluto di 612 milioni di euro, corrispondente al 6% delle consistenze totali. Seguono le famiglie produttrici, assimilabili a un sottoinsieme delle microimprese, con un calo vicino al 5%, e le altre imprese, con un decremento creditizio superiore al 2%.

Quindi il problema, prima della questione degli investimenti in armi, riguarda in generale il credito delle banche che non finanzierebbero più le attività produttive, tanto meno quelle “sostenibili”?

Il fenomeno, purtroppo, non è recente. In Italia, a partire dal 2012, anno di primo impatto della grande crisi finanziaria, si sono registrati 240 miliardi di credito in meno all’economia reale. Questo valore è il risultato netto di un decremento ancora maggiore per le imprese (-266 miliardi), per le amministrazioni pubbliche (-35), per le famiglie produttrici (-31) e per le istituzioni senza scopo di lucro, colpite con una riduzione del credito pari a 3,5 miliardi di euro.

Ma questa crisi del credito, per il vasto mondo del Terzo settore, non è in contraddizione con le campagne che sono state fatte in questi anni proprio per far crescere l’economia non profit?

Certamente. Siamo di fronte a una contraddizione politica oltre che economica. Fra i tratti che hanno accomunato tutti i governi, negli ultimi trent’anni, vi è stata la spinta alla privatizzazione dei servizi di welfare (sanità, assistenza sociale, istruzione), con immancabile enfasi sul ruolo del Terzo settore. L’immagine positiva del volontariato, del privato sociale, delle energie civiche da valorizzare, ha legittimato un processo – a volte brutale – di esternalizzazioni dal settore pubblico al non profit, oggi chiaramente fotografato dai dati Istat: +503%, la crescita delle entrate delle cooperative sociali dal 1999 al 2021, passate da circa tre a diciotto miliardi di euro, fortemente concentrate sull’assistenza sociale; +136%, quella delle entrate delle fondazioni nello stesso periodo, passate da cinque a dodici miliardi di euro e concentrate su sanità e istruzione. Una grande trasformazione del sistema di welfare del Paese, che nel frattempo ha ridotto la spesa pubblica sugli stessi comparti (e aumentato quella per la difesa, +20% tra 2012 e 2022). Quindi da una parte si è dato spazio al Terzo settore, ma, dall’altra, non si è intervenuti sui meccanismi di finanziamento. Così, mentre cresceva il Terzo settore, si registrava un aumento della fragilità della componente associativa, proprio quella che più dovrebbe rappresentare l’aspetto positivo di dinamismo civico del non profit: quasi un milione in meno di volontari tra 2015 e 2021 (-15,69%), mentre tra 1999 e 2021 gli addetti nelle associazioni sono calati del 24% e per quelle attive nell’ambito della tutela dei diritti il calo è stato addirittura del 69%.

Alla luce di questi dati potremmo dire che oggi Banca Etica ha una funzione ancora più importante, anche se continua a occupare solo una “nicchia” nel panorama bancario?

Di fronte a questo quadro economico, e a questi scenari di guerra che stanno caratterizzando il nostro tempo, sembrerebbe un paradosso, ma sono sempre più ampie le potenzialità di sviluppo di una proposta di finanza etica. Perché si tratta di una proposta specializzata, su misura, non condizionata dai vantaggi relativi che gli altri intermediari trovano nel finanziare gli altri settori (più grandi, più redditizi, più facili da conoscere e gestire). Lo dimostra il fatto che Banca Etica, unico operatore nazionale dedicato al Terzo settore, da sola, nel corso del 2023, ha erogato al non profit – inteso qui come insieme di associazioni, fondazioni e cooperative sociali – 106 milioni di euro un valore di poco inferiore alla ben più grande Intesa San Paolo, con i suoi 144 milioni. Dobbiamo dire però, con onestà, che anche Banca Etica mostra difficoltà e oggi non può non porsi il tema di come recuperare il ritmo degli anni passati. Oggi essere una piccola banca è difficilissimo, in un mercato in cui tutti gli operatori affollano ogni spazio di mercato. Quella del Terzo settore può essere una nicchia che promette di restare tale a lungo. Occupandola, Banca Etica può così, da un lato, garantire il rispetto della missione sociale che, da sempre, si è data e, dall’altro, accompagnare lo sviluppo delle proprie attività di impiego del denaro che, in modo crescente, i risparmiatori continuano ad affidarle. Insomma, il presidio del mercato del Terzo settore, nelle sue diverse componenti, può tornare a rappresentare per la finanza etica una chiave di volta per la doppia sfida dell’impatto sociale e della sostenibilità d’impresa.

In un mondo in guerra si devono considerare però anche le difficoltà dei cittadini, oltre che delle imprese. Praticamente tutte le banche stanno cercando di convincere i loro clienti a investire nei titoli di società legate all’industria della difesa. Che ruolo può giocare Banca Etica?

Banca Etica già svolge e può svolgere sempre meglio un ruolo doppio: di promozione culturale sull’importanza di un uso responsabile del denaro, da un lato, e di offerta di una valida alternativa per chi deve risparmiare e investire, dall’altro. La promessa della finanza etica è che il denaro affidato dai risparmiatori viene dedicato a progetti in grado di produrre valore sociale e ambientale. Per questo occorre aumentare la capacità di impiego del denaro raccolto (oggi scesa sotto il 50%) e utilizzare in modo innovativo le masse dei fondi gestiti da Etica Sgr; affiancando all’investimento in titoli quotati (che sono pochi, più o meno gli stessi che si trovano nei portafogli di tutti gli intermediari, i cosiddetti fondi ESG), quelli in capitale di rischio o di debito delle piccole imprese non quotate, delle imprese sociali, del Terzo settore che svolge attività economica significativa.

Ma quali rischi ci sono per i risparmiatori?

Tutto questo si può fare con rigore, senza aumentare i rischi per i risparmiatori, e anzi cogliendo possibilità di rendimento meno soggette alle fluttuazioni dei mercati finanziari (che oggi vediamo ballare tra il -15% e il +15% in pochi giorni). Investire nelle imprese non quotate è anche un modo per far restare in Italia una buona parte del denaro raccolto (oggi circa nove miliardi, tra Banca e Sgr), che altrimenti rischia di finire solo nei mercati globali. Infine, ma non meno importante, va tenuta la barra dritta sul principio del rifiuto di ogni finanziamento di armi o spese per armamenti. Ma dobbiamo aggiungere anche un’ultima considerazione. Dopo vent’anni di faticosa convivenza, è giunto il tempo di accompagnare fuori dal Gruppo Banca Etica quelle banche partner o socie che, anziché avere imparato la lezione della finanza etica, hanno accresciuto la loro esposizione verso i produttori di armi. Si tratta di una contraddizione non più sostenibile che tante persone socie della banca chiedono di risolvere. Per questo, come per gli altri temi citati, si sta battendo il nostro comitato Re:Start Banca Etica 2025 che ha proposte molto chiare, descritte in un programma che chiunque può leggere online (vedi qui) e che confidiamo sarà apprezzato dall’assemblea dei soci del prossimo 17 maggio, eleggendoci alla guida del Consiglio di amministrazione.

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TagsAlessandro Messina armi Banca Etica banche crisi del credito finanza etica guerra investimenti sostenibili Paolo Andruccioli

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