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La guerra contro i poveri di Liz Truss

Sembra proprio che Liz Truss intenda a tutti i costi passare alla storia. Da poco insediata, la neoeletta premier sta introducendo una serie di...

Linke e non più Linke: il discorso di Sahra Wagenknecht

In Germania la Linke da tempo non navigava in buone acque. Segnali estremamente preoccupanti erano già venuti l’anno scorso da una tornata elettorale, che...

Truss, la nuova “dama di ferro” per un Regno Unito in...

Liz Truss pare non amare le mezze misure. Già qualche mese fa, prima della sua contrastata elezione a primo ministro, avevano destato scalpore e perplessità le foto in cui si era fatta ritrarre, in tenuta mimetica, mentre si sbracciava da un tank in Ucraina. Così non devono sorprendere le sue recenti, roboanti dichiarazioni sulla disponibilità a scatenare una guerra nucleare, “premendo il bottone, se necessario”. Se le sue posizioni sul conflitto russo-ucraino erano da tempo note, viene certo da chiedersi il perché questa ambiziosa ex dirigente aziendale, laureata in filosofia e scienze politiche a Oxford, mostri un volto così arcigno e abbia pensato di inaugurare il suo mandato con minacce urbi et orbi.

Al di là dei limiti caratteriali del personaggio, sulla cui vita privata si sono sbizzarriti i tabloid inglesi (e la cui ascesa ha suscitato non poche preoccupazioni nei tory, che tutto sommato continuavano a pensare che fosse meglio Johnson), l’impressione è che Truss voglia trasmettere una immagine di forza e di determinazione. Immagine importante nel momento in cui gli inglesi si trovano a fare i conti con una crisi sociale senza precedenti, e per molte famiglie si prospetta un autunno in cui dovranno scegliere tra fare la spesa o scaldarsi. In fondo, anche dallo scontro con l’altro competitor alla massima carica dello Stato, Rishi Sunak, Liz Truss è uscita vittoriosa perché è riuscita a conquistare i membri del Partito conservatore in virtù di un messaggio semplice e diretto: ha promesso di ridurre le tasse, di liberarsi dalle leggi e dai vincoli della Unione europea, di cancellare la quota, presente nelle bollette, destinata all’energia verde e a finanziare progetti di tipo ambientale.

A che punto è il conflitto? I limiti dell’informazione di guerra

Bellum dulce inexpertis, diceva Erasmo da Rotterdam: la guerra piace a chi non la conosce. Nulla di più attuale, nel momento in cui le conseguenze del conflitto russo-ucraino cominciano a farsi sentire nell’Unione europea. Conseguenze economiche e sociali, che si profilano in tutta la loro pesantezza. La questione del gas impazza nei media vecchi e nuovi, mentre pare scendere il sipario sull’andamento reale del conflitto. Certo, la comunicazione di guerra è parte della guerra (come avevamo sottolineato con Michele Mezza già all’inizio delle ostilità: vedi qui). Era quindi ampiamente preventivato che si sarebbe subito messa in moto, da ambo le parti, la “fabbrica delle notizie”, come la chiamava il più grande tra gli studiosi della opinione pubblica, Walter Lippmann. E sapevamo, inoltre, che la prima vittima della guerra è la verità, perché, parafrasando von Clausewitz, l’informazione è la prosecuzione della guerra con altri mezzi.

Raramente, però, le notizie che circolano sono sembrate così nebulose, se non distorte, come negli ultimi tempi: i media pullulano di omissioni, esagerazioni e di dati non verificabili. Su quello che avviene in quelli che sembrano essere, al momento, i punti cruciali del conflitto – la centrale nucleare di Zaporižžja e l’offensiva ucraina a Kherson –, giungono informazioni contraddittorie e lacunose. La centrale atomica viene bombardata prima dai russi e poi dagli ucraini… in essa sono collocate infrastrutture militari, che però i tecnici inviati per controllare la sicurezza della centrale non vedono. L’offensiva ucraina a Kherson è un grande successo… però forse no… e così via in una ridda di smentite e controsmentite.

Germania, un appello: “Le armi devono tacere”

L’appello sottoscritto da quaranta deputati ed europarlamentari della Spd è dello scorso 26 agosto. La cosa era nell’aria da tempo. I malumori di una...

Germania, Olaf Scholz in difficoltà

Settimana nera per Olaf Scholz, quella che si è conclusa domenica scorsa. Prima tegola sul capo del cancelliere le conseguenze dell’interminabile vicenda della turbina...

Liguria: la lotta per i collegi sicuri

“Tutti in alto per la battaglia finale!” gridava il giostraio, e i dischi volanti salivano per mitragliarsi a vicenda. Chi rimaneva su, mentre gli...
Liguria

Il Pd nel maelstrom. Il caso Liguria

Mentre l’orologio elettorale corre sempre più veloce, la Liguria fa i conti con un quadro politico che rischia di mostrarsi radicalmente mutato dopo il 25 settembre, e certo non in meglio. Con il taglio dei parlamentari, infatti, si ha una notevole riduzione della rappresentanza della regione, che complessivamente perde nove parlamentari, passando da 24 a 15. I senatori da 8 saranno tagliati a 5; i deputati da 16 a 10. L’ampliamento territoriale dei collegi, tra l’altro, ha conseguenze politiche rilevanti, dato che mina la compattezza di alcune zone storicamente “rosse”, allargandole verso l’estremo Ponente, da sempre appannaggio di Forza Italia e un tempo feudo della Dc.

Al Senato i collegi uninominali sono solo due: Genova rappresenta lo spartiacque, dato che il primo collegio abbraccia un territorio che va da Ventimiglia al municipio genovese di medio Ponente; il secondo va da Sampierdarena a Sarzana. Alla Liguria, inoltre, in considerazione della popolazione ridottasi a 1.570.000 abitanti, è stato assegnato un unico collegio plurinominale, con tre seggi. Per la Camera, invece, i collegi uninominali sono quattro: il primo comprende la provincia di Imperia e gran parte di quella di Savona; il secondo va da Albisola a Genova Ponente, includendo la Valpolcevera, la valle Scrivia, Montoggio e Casella; il terzo è quello di Genova Levante, che arriva sino a Sori e ingloba la val Trebbia; il quarto si estende da Recco a tutta la provincia di La Spezia. Anche per la Camera il collegio plurinominale è soltanto uno e assegna sei seggi. Una situazione, quindi, in cui alla rarefazione della rappresentanza corrisponde anche un venir meno di molti collegi “sicuri”. Ne ha dato conto in maniera drammatica l’Istituto Cattaneo che, nelle sue previsioni di fine luglio, ha visto una Liguria quasi completamente “azzurra”. Il centrodestra sembra avere nettamente più chance degli avversari in almeno tre collegi, mentre due vengono dati per “contendibili” e ne rimane solo uno – quello di Genova 3 – in cui il centrosinistra potrebbe sperare di piazzare un parlamentare.

Elezioni… e dopo? Il “destracentro”

Il tempo è qualcosa di insolitamente lungo, diceva un poeta. In esso le cose a volte tornano in forme apparentemente simili, ma che non sono mai esattamente le stesse. È questo il caso del “centrodestra” in Italia, che ricompare proprio mentre si profila una delle più concitate e brevi tornate elettorali della storia della Repubblica. Una tornata in cui sembra che i giochi siano in buona parte già fatti: secondo le stime dell’Istituto Cattaneo, certo indicative e discutibili, con il sistema elettorale in vigore l’alleanza tra berlusconiani, leghisti e postfascisti vincerà e forse stravincerà. Per la sinistra potrebbe essere il capolinea, cui poco vale l’inserimento nelle liste di fuoriusciti ambigui, non graditi alla base, reclutati sul campo in extremis, in una estenuante quanto impossibile rincorsa al centro.

Il gioco delle alleanze è obbligato, perché il sistema impone coalizioni il più possibile ampie, vista la riduzione del numero dei parlamentari e il conseguente ampliamento territoriale delle circoscrizioni; ma di fronte allo spettacolo offerto da “partiti agglutinanti” (come li ha efficacemente definiti il giornalista Simone Spetia), risulta difficile sottrarsi alla sensazione di una sorta di finale di partita, di un’atmosfera da fine di un’epoca. Quella che in ogni caso sembra destinata a concludersi è la parabola del berlusconismo, di cui le prossime elezioni potrebbero rappresentare l’ultimo atto. La scelta operata dall’ottantacinquenne Silvio di schierarsi con le destre estreme appare un coup de theatre per tornare sulla scena. L’accordo elettorale pare preveda che in caso di vittoria sarebbe lui a diventare presidente del Senato. Berlusconi ufficialmente smentisce, ma la prospettiva di poter giocare un ruolo nuovamente di primo piano ha probabilmente determinato la sua scelta di imbarcarsi sulla nave delle elezioni anticipate.

Calma piatta a Genova

A Genova le giornate afose si chiamano, con termine di incerta origine, “macaia”. È quando spira lo scirocco, il cielo è coperto e il...