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Il ritorno degli anarchici

“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”, direbbe il poeta leggendo le cronache di queste settimane. Il caso di Alfredo Cospito, l’anarchico recluso al 41/bis in sciopero della fame e quindi in precarie condizioni di salute, sta facendo affiorare una realtà probabilmente destinata a non esaurirsi rapidamente. La protesta innescata dall’anarchico si sta caricando di significati oscuri e ambigui, che vedono i gruppi malavitosi accodarsi a una spinta contro l’istituto del 41/bis, che ha stroncato quell’attività di collegamento che i criminali riuscirebbero a gestire attraverso la porosità delle carceri nazionali. Ma il caso personale di Cospito è diventato testimonial di una protesta più generale; ed è davvero singolare come proprio l’interessato, che avrebbe ragioni e anche convenienza a separare la propria vicenda da quella dei boss mafiosi, stia facendo di tutto per trasformare le legittime richieste di associazioni e intellettuali, perché sia assicurato un trattamento più umano e garantista a un detenuto quale l’anarchico, in una crociata contro l’idea stessa di carcerazione speciale.

Ma in questa spirale, in cui ovviamente le contorsioni di un governo di destra appaiono ancora più sospette e pelose, come lo sguaiato duo Delmastro-Donzelli ha dimostrato, alzando un polverone indecente contro la trasparente azione dei parlamentari del Pd che volevano sincerarsi direttamente delle condizioni di salute di Cospito, magari per coprire preventivamente collusioni e contiguità che componenti anche nazionali del partito della Meloni hanno mostrato rispetto alla malavita organizzata, emerge anche un dato più squisitamente politico, su cui sarebbe utile aprire una riflessione.

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I funerali di Ratzinger: una piazza con le scarpette rosse

Una piazza piena, quella raccolta a Roma attorno al feretro di Ratzinger, densa e commossa, ma anche rivendicativa: una comunità per nulla piangente e rassegnata, che non congeda il proprio papa ma vuole usarlo. Che piazza era quella? Con il cuore spezzato, come ha detto, non senza malizia, il segretario particolare del papa emerito, Georg Gänswein, commentando oggi la sua reazione nei confronti della decisione di Francesco di regolamentare e limitare l’uso della celebrazione della messa in latino. Più di un aneddoto, una vera e propria dichiarazione di guerra al corso del papa in carica. Dunque una piazza conservatrice se non proprio reazionaria?

Certamente una piazza non conciliarista, per nulla in sintonia, ancora dopo sessant’anni, con il messaggio di quella straordinaria apertura capace di sintonizzare la Chiesa con il mondo. Non poche erano le scarpette rosse che ecclesiastici o semplici fedeli hanno esibito per manifestare la propria adesione a quello che riconosce come univoco messaggio del papa tedesco, che usando quelle scarpette simboleggiava il sacrificio, fino al sangue, per la propria fede. È questo oggi il segnale che sale da San Pietro. E non si tratta più di una testimonianza muta o implicita, o indiretta, ma di una parola ad alta voce. Anche perché – ed è la novità che interroga tutti noi – dal Concilio Vaticano II, in cui la Chiesa inseguiva un mondo che si era messo a correre – e che di lì a qualche anno avrebbe vissuto l’esperienza di un Sessantotto anche ecclesiale, con le diverse pratiche di dottrine della liberazione – il mondo contemporaneo, con la stessa foga, marcia in una direzione del tutto opposta.

Cosa dice alla sinistra la scomparsa di papa Ratzinger?

Ma cosa pensano a sinistra dell’eredità di papa Benedetto XVI? Possibile che i candidati alla leadership del Pd non abbiano alcuna sollecitazione a riflettere su un’eredità per nulla scontata? Bonaccini, Schlein, De Micheli e Cuperlo, che si candidano a guidare una formazione in cui l’impronta cattolica non è certo marginale, non ritengono di farci sapere come leggono quel messaggio? Tanto più che la scomparsa del papa emerito genera un certo imbarazzo, sia in Vaticano, dove la convivenza fra due vicari di Cristo non è mai stata considerata un elemento granché sostenibile, sia nella società civile e politica italiana, che vede nei due pontefici simboli e riferimenti di un dualismo dottrinario e di messaggio sociale molto distanti se non contrapposti.

Nella fase finale del suo pontificato, Benedetto XVI fu addirittura destinatario di una lettera da parte di esponenti significativi della sinistra – Tronti, Vacca, Barcellona – che si appellavano al suo magistero etico per salvaguardare i tratti di una società civile occidentale. Immancabile il timbro di D’Alema che, all’elezione di Ratzinger, fece subito sapere il suo compiacimento a nome del partito delle persone intelligenti. Sia la spettacolarità della lettera sia l’opportunismo dei compiacimenti rimasero fugaci frammenti sul mantello di quella storia. Ma forse non sarebbe vano ritornare su quei passaggi con gli interessati, per condividere lo sforzo di confronto con un tale profilo in maniera meno sbrigativa.

Asor Rosa, ovvero la sinistra palindroma

La scomparsa di Asor Rosa ci priva del mito di un lucidissimo e appassionato intellettuale politico – forse il più completo studioso non storicista di una sinistra occidentale di questo Paese – e della legittima aspettativa di attenderci da lui il terzo tomo di un’opera ancora da terminare. In cinquant’anni, dal 1965, data di pubblicazione di Scrittori e popolo, al 2015, quando arriva in libreria Scrittori e massa, il professore di letteratura della Sapienza (che da operaista diventa poi parlamentare comunista e aedo culturale nel contrasto alla svolta di Occhetto, come direttore di “Rinascita”) scandisce, con un percorso denso e spietato, la crisi della sinistra e l’esaurimento di quella potente macchina politica che fu il sistema di egemonia che il movimento del lavoro era riuscito a estendere alla società nel suo complesso, mostrando come, nel tornante del nuovo secolo, il popolo della fabbrica delle città fordiste sia diventato populista, dissolvendosi nel gorgo consumista della massa.

Un percorso fondamentale, che Asor Rosa intercetta leggendo i codici letterari di generazioni di scrittori che accompagnano prima, e si sostituiscono poi ai protagonisti del conflitto sociale manifatturiero. Il conflitto è la vera chiave di volta di tutto il ragionamento di Asor Rosa. Lo spiega lui stesso in una intervista rilasciata nel 2015 a “Repubblica”, all’uscita del suo secondo saggio, Scrittori e massa. Spiega l’autore a Simonetta Fiori: “Lingua e stile nascono dal ripensamento di una lingua e di uno stile di qualcuno che c’era prima. Se non c’è conoscenza, non può esserci conflitto. E se non c’è conflitto, non c’è pensiero nuovo. E se non c’è pensiero nuovo non c’è nuova rappresentazione”. Riemerge qui il militante di “Quaderni rossi” dei primi anni Sessanta, e poi il promotore di “Classe operaia”, che si stacca da Mario Tronti per ribadire la potenza operaia come classe generale.

Jekyll e Hyde: lo spettro è stato scomposto

Nei giorni scorsi, nella solita indifferenza generale, è arrivata una notizia che meriterebbe ben altra attenzione, soprattutto a sinistra. L’agente esperto di intelligenza artificiale – denominato ChatGPT, che da pochi mesi sta irrompendo in aziende e pubbliche amministrazioni, sostituendosi all’attività di elaborazione di testi e video, sulla base di semplici tracce o appunti, un meccanismo che dimostra come ormai l’intelligenza artificiale possa sovrapporsi alla produzione umana in un flusso di informazioni – è stato analizzato e scomposto nelle sue componenti tecnologiche ed etiche. L’operazione è stata condotta da una società italiana di cybersecurity, Swascan, diretta da Pierguido Iezzi (vedi qui), autore con il sottoscritto di Net-war. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra (Donzelli editore).

In poco tempo, meno di un semestre, il dispositivo, di proprietà di una società finanziata da Elon Musk, ha già trovato più di cinque milioni di clienti. Significa che oggi nell’infosfera – cioè nel nostro sistema sociale delle relazioni e dei rapporti di produzione – molto probabilmente abbiamo già incontrato testi, video e contenuti di comunicazione realizzati da questo software. La sua attività viene oggi ingegnerizzata nel circuito editoriale per ridimensionare le redazioni, ma anche nei sistemi di contatto degli apparati sanitari, o di imprese che, mediante questa soluzione, automatizzano tutte le fasi di comunicazione con l’esterno e l’interno. Ma ChatGPT fa molto di più. Intanto si autogenera, producendo autonomamente le sue evoluzioni, con una produzione di software che si riproduce esponenzialmente. Poi l’agente intelligente è in grado di lavorare sull’assetto cognitivo, e non solo sulla verbalizzazione di risposte in base a link. In sostanza, non è un Google che parla, ma un ricercatore che dà delle risposte a ogni tipo di domanda: come si ottiene alcol dalle patate? dove investire oggi? come penetrare in quel recinto? Un vero genio della lampada che soccorre e sostiene il suo padrone del momento.

Giornalismo in trasformazione. Dov’è la sinistra?

Di cosa dovrebbe discutere la sinistra, nella congiuntura peggiore della sua storia nel nostro Paese, se non del destino del giornalismo e del prossimo congresso dei giornalisti? Esistono davvero interessi sociali, ceti professionali, figure produttive, culture tecnologiche più centrali e significative per il futuro della democrazia del mestiere di gestore degli apparati dell’informazione? (Uso il termine “centrali” proprio con chiaro riferimento al vecchio slogan sulla “centralità operaia” che tenne banco per due decenni nella sinistra italiana). Sembra che oggi, giunti proprio sull’orlo del burrone, su cui stiamo danzando come componenti del variegato e ormai anche eccentrico mondo della sinistra, sia venuto il momento di interrogarsi, prima ancora che sul nome del prossimo leader, sui ceti sociali che possono caratterizzare una nuova fase politica propulsiva delle forze progressiste.

In questa nuova base sociale, le figure del ciclo produttivo dell’informazione non possono non avere un ruolo centrale. Siamo nel pieno dell’espansione dell’economia dell’informazione. Si calcola che almeno il 75% del Pil si basi su uno scambio permanente di dati e comunicazione. Di più, la transizione dalle esperienze e pratiche di giornalismo tradizionale a quello digitale mettono in gioco sia l’idea di sicurezza nazionale, nell’epoca della guerra ibrida – in cui, come spiega il generale russo Gerasimov, “si combatte interferendo nel senso comune dell’avversario” –, sia la struttura e natura della democrazia attaccata dai monopoli degli algoritmi che scompongono, isolano e subornano moltitudini di individui attraverso flussi di informazioni altamente personalizzate.