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Mettere a punto nuovi vaccini: una svolta politica prima che sanitaria

Si annuncia non una nuova ondata, ma una pandemia diversa per quantità e qualità, che impone una nuova generazione di vaccini, e soprattutto una strategia pressante territorialmente ed efficace tecnologicamente. Siamo al nuovo tornante di un cammino che si allunga a ogni piè sospinto. L’estate, moltiplicando i contatti interpersonali e ampliando le occasioni di promiscuità ovunque, ha mostrato con sufficiente chiarezza quale sia la natura del fenomeno che abbiamo dinanzi.

Il Covid-19 non è un virus che segue le cadenze e il destino di tutti quelli che lo hanno preceduto, per il semplice fatto che agisce in un contesto e con un ospite – l’essere umano – che all’alba del secondo decennio del secondo millennio non assomiglia minimamente a quelli che lo hanno preceduto. Sono anzitutto radicalmente mutate le caratteristiche socio-ambientali, dato che la comunità umana attuale è caratterizzata da comportamenti, mobilità, ambizioni e desideri assolutamente diversi anche da quanto contrassegnava il pianeta nel corso della spagnola, solo un secolo fa. Poi dobbiamo constatare che l’ecosistema è del tutto diverso, con un quadro di presidi naturali sguarniti e di vulnerabilità, come i contatti con animali selvatici, che ci rendono più vulnerabili.

L’Afghanistan e la trasformazione delle guerre asimmetriche

Con malcelato compiacimento, intere schiere di componenti di ogni versione di una sinistra malconcia e marginale contemplano la rovinosa ritirata americana dall’Afghanistan, scaricando le frustrazioni accumulate fin dal fatidico 1989. La scena, del resto, si presta ai più amari e spietati sarcasmi, quando si vede la superpotenza ripiegare addirittura ventiquattr’ore ore prima dell’ultimatum fissato con perfida determinazione dai talebani.

La domanda, ovviamente, è cosa comporti realmente questo smacco strategico per l’equilibrio del mondo e chi potrà mai avvantaggiarsene; infine, per i superstiti della discussione, la sinistra potrà mai utilizzare una ripresa della dinamica politica per riproporsi come soggetto e non solo come tifoso?

Strategia vaccinale, un dibattito nella Cgil che interessa tutta la sinistra

“Dobbiamo essere noi a chiedere al governo di procedere a un intervento legislativo chiaro che sancisca l’obbligo vaccinale per tutti e tutte”: così Alessandro...

Da Minniti a Zingaretti: la “rivoluzione aristotelica” dei più forti

(Questo articolo è stato pubblicato l'8 marzo 2021) Forse il passaggio di Marco Minniti dal parlamento al vertice della fondazione di politica e relazioni...

Pegasus, l’ombra di una P2 globale

Da Rahul Gandhi, in India, ai figli di Paul Rusesabagina, l’attivista ruandese protagonista del film Hotel Ruanda, al presidente messicano López Obrador, fino agli oppositori del premier ungherese Orbán: una vera internazionale dello spionaggio che, a ben vedere, probabilmente ha il suo motore in un buco nero in cui criminalità organizzata, servizi segreti internazionali e gruppi di interesse para-massonici hanno creato da anni una sorta di P2 globale. Lo scandalo Pegasus, il malaware che ha infettato negli ultimi anni migliaia di telefonini eccellenti in tutto il mondo, si annuncia come qualcosa di inedito – o forse di molto antico. Siamo dinanzi a una tecnologia messa a punto da una società israeliana che difficilmente può essere considerata una start up tecnologica, la Nso, strettamente legata agli apparati del governo di Tel Aviv.

Da Israele lo spyware è passato in varie mani, tra governi e centri di potere, attraverso reti di collusione della mafia internazionale. Tipico il caso del Messico, dove i confini fra politica e criminalità appaiono talmente labili da essere indefinibili. Come infatti hanno raccontato il “New York Times” e il “Washington Post” – due fra i quotidiani di un network investigativo guidato da associazioni legate a Amnesty International e al gruppo Forbidden Stories –, le prime avvisaglie di queste infiltrazioni si rintracciano sui telefonini di reporter che indagavano sulla scomparsa di quarantatré ragazzi in una delle regioni messicane appaltate al narcotraffico. Da lì, il software israeliano ha cominciato a camminare nel mondo, passando di mano in mano, fra gruppi criminali, congreghe finanziarie, centri di spionaggio e, soprattutto, vertici di regimi, come appunto quelli del Messico, dell’Ungheria, dell’India e del Ruanda.

Governo, contro il Covid senza bussola

Scriveva Pietro Nenni, il grande leader del socialismo italiano del secolo scorso, che la politica sarebbe la cosa più semplice del mondo se non...

Contro il virus anzitutto la verità, poi una rifondazione del welfare

La morte di Camilla Canepa, la ragazza ligure deceduta dopo la vaccinazione con AstraZeneca, ha riproposto con ferocia il tema della strategia, e non...

Global Health Summit di Roma: un’occasione mancata soprattutto per la sinistra

Alla fine non ricorderemo le accuse dei nemici quanto il silenzio degli amici, diceva Martin Luther King dinanzi all’ipocrisia dei progressisti americani. Una constatazione che torna di attualità, dopo la straordinaria occasione persa a Roma con il Global Health Summit della settimana scorsa. Un appuntamento della sanità mondiale che è arrivato dopo più di un anno dall’infuriare della pandemia, e che è sembrato rimuovere completamente il trauma sociale e sanitario che stiamo vivendo.

A parte qualche retorico riferimento nel cerimoniale, i lavori del Summit sono scivolati come acqua sul vetro rispetto alla tragedia che ancora miete vittime in gran parte del mondo. Le mattanze in corso in Brasile e in India, il silenzio che avvolge gran parte dell’Africa, la spietata realtà che vede il 15% del mondo – la parte più ricca, ovviamente – assorbire l’85% dei vaccini, non ha scosso né le istituzioni né tanto meno gli osservatori. A colpire è stata proprio l’indifferenza da parte del mondo scientifico, culturale, politico, rispetto a questa scadenza, che invece avrebbe dovuto imprimere un’accelerazione verso una nuova visione dell’epidemia, legata agli squilibri sociali, come aveva spiegato qualche mese fa il direttore di Lancet, Richard Horton, che parlava non di pandemia ma di “sindemia”, ossia di un fenomeno prettamente indotto dalle sperequazioni dell’ecosistema planetario.

Andrea Crisanti, l’eretico di Padova

“Non ci voglio credere e mi sembra assurdo. È dai tempi di Galileo che una procura non si occupa di giudicare un articolo scientifico”. È stato questo il commento di Andrea Crisanti alla notizia che l’azienda sanitaria della Regione Veneto lo aveva querelato per diffamazione, a causa delle sue riserve sull’uso disinvolto dei tamponi rapidi da parte di quell’amministrazione locale.

In effetti è davvero singolare che lo scienziato sia messo sotto accusa per una valutazione tecnica proprio dalla regione Veneto, dopo la prova straordinaria che aveva dato, nella fase più terribile della prima ondata della pandemia, in quei tragici giorni di fine febbraio dell’anno scorso, quando fra Lombardia e Veneto si scatenava l’inferno, con il virus che correva e nessuno ci capiva niente; mentre proprio l’equipe di Crisanti, a Vo’ Euganeo, riusciva a frenare il contagio, riducendone l’impatto devastante che invece si ebbe a qualche centinaio di chilometri, in Lombardia, nella zona di Codogno. Paradossale ma non sorprendente. Lo staff di Zaia, il doge del Veneto, aveva cominciato da subito a diffidare di questo microbiologo appena arrivato al vertice del reparto malattie infettive di Padova, con un lungo curriculum scientifico maturato interamente all’estero, e che oggi ancora si divide tra la cattedra di microbiologia dell’università padovana e l’Imperial College di Londra. Crisanti si era mosso da subito in maniera non convenzionale.

La lezione di Amazon: mai più senza algoritmi

Nel suo saggio La società automatica (pubblicato da Meltemi), Bernard Stiegler spiega che in un processo che sostituisce l’evoluzione naturale della specie con una trasformazione artificiale guidata dal calcolo, il punto di crisi è dato dall’assenza di una proposta di sinistra che colga e rovesci la potenza di riorganizzazione sociale che il calcolo propone. La radicalità della dinamica – sostiene l’autore – è un elemento di precarietà e incertezza per il capitalismo, che la deve usare contro il lavoro; mentre potrebbe essere un vantaggio per chi mira a un riassestamento globale degli assetti e delle gerarchie sociali.

Una vera lezione, in questo senso, al sindacalismo globale viene dallo stabilimento di Amazon in Alabama. I fatti sono noti: dopo una pressione di circa metà dei cinquemila dipendenti per avere una tutela sindacale, si indice un referendum per il riconoscimento della rappresentanza dei lavoratori. La metà non va nemmeno a votare, e dei votanti solo un terzo si pronuncia a favore di un sindacato interno. Almeno 1.500 lavoratori, che avevano solo qualche mese prima richiesto a gran voce una tutela formalizzata, hanno cambiato idea. Le organizzazioni sindacali denunciano una pressione forte da parte della proprietà. Cosa assolutamente vera. Con tutti i mezzi di una potenza comunicativa quale quella di uno degli apparati più potenti del globo, l’azienda di Jeff Bezos ha fatto intendere a ognuno dei suoi dipendenti che l’entrata di un sindacato nello stabilimento avrebbe messo a rischio il futuro del loro lavoro.