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Una polemica intorno al “Corriere della sera”

Su quanto è stato pubblicato, anche su questo giornale, sulla famosa lista degli “opinionisti” filorussi, apparsa il 5 giugno scorso sul “Corriere della sera”,...

Pd e 5 Stelle, votati a perdere

Contrariamente ai comunicati di vittoria emessi in serie dal Pd, i risultati elettorali sembrano confermare la storica vignetta con cui Altan commentò la sconfitta con Berlusconi del 2008: poteva andare peggio? No. Certo oggi, volendo trovare appigli a una inevitabile consolazione, non mancano dati da presentare a favore del partito di Letta: Verona, Lodi, la Campania. Ma anche in questi casi la tendenza più generale segnala l’accentuarsi di una lunga gelata che sta essiccando le radici del Pd sul territorio. Prima il centrosinistra era stato emarginato dalle periferie popolari, oggi sembra di vedere un analogo processo di marginalizzazione proprio in quelle aree urbane e metropolitane che erano state il ridotto in cui si era rifugiata la sinistra. E il quadro appare ancora più preoccupante per il fatto che, a mettere sotto il Pd, sia un’alleanza di destra quanto mai raccogliticcia e rissosa, oltre che in larga parte assolutamente impresentabile. Il Pd, inoltre, anche quando riesce a convogliare consensi consistenti – è accaduto al Nord come al Sud –, si trova solo sotto il sole, senza interlocutori o alleati potenziali per estendere il famoso “campo largo”.

I 5 Stelle si squagliano dove esistevano e non attecchiscono più dove non c’erano prima. Sul territorio, l’ondata grillina del 4 marzo del 2018 si è del tutto esaurita, lasciando macerie. Chi li conosce li evita, e chi non li conosce non è più incuriosito da un’armata Brancaleone che, pateticamente, fa il verso al vecchio movimento anti-elitario dai vetri oscurati delle automobili blu di servizio con cui vengono scarrozzati ministri e assessori.

Sulla conversazione tra Michele Mezza e Aldo Bonomi

La interessante conversazione di Michele Mezza con Aldo Bonomi, presente sul nostro sito, pone non pochi problemi politici e teorici. Non intendendo restituire l’andamento...

De Mita e Berlinguer, convergenze parallele

“Devi intuire dove andrà il disco e non limitarti a seguirlo lì dove si trova, altrimenti nell’hockey non ti troverai mai al posto giusto data la velocità del gioco”. Così Steve Jobs sintetizzava ai suoi collaboratori il senso dell’innovazione digitale. Ciriaco De Mita è stato uno dei pochi politici italiani ad anticipare il disco, ma poi ha sbagliato tutti i tocchi per indirizzarlo. Un destino non dissimile da quello del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, di cui nei giorni in cui è deceduto il dirigente democristiano si celebra il centenario della nascita. Due destini fortemente intrecciati, nelle motivazioni e nella strategia che hanno seguito.

“Bisogna convincere prima la Chiesa, poi gli americani e infine l’elettorato moderato del Sud”. Così De Mita raccontava che gli rispose Aldo Moro, alla fine degli anni Sessanta, quando l’allora giovane e irruento parlamentare irpino lo sollecitava ad accelerare l’apertura a sinistra. Quelle tre categorie sociali – i cattolici, le forze atlantiche e i ceti medi periferici – rimasero il terreno di coltura di quell’incontro, mai realizzato, fra comunisti e democristiani. Berlinguer, nei suoi saggi sul compromesso storico del 1973, ragionava proprio attorno a questi tre scogli: come aggirarli e integrarli nell’alleanza popolare che immaginava?

Google, un po’ di beneficenza a sua discrezione

“Sebbene la legge nella maggior parte dei Paesi non definisca l’ambito dei contenuti protetti, abbiamo avviato trattative con centinaia di editori in diversi Paesi, tra cui Germania, Ungheria, Francia, Danimarca e Paesi Bassi in cui la norma è ora in vigore. Oggetto di queste trattative sono le anteprime estese delle notizie, che vanno oltre i semplici collegamenti e gli snippet. Ove possibile, queste offerte tengono conto dei lettori delle testate, della ‘natura giornalistica’ delle pubblicazioni di stampa e dell’investimento editoriale”. Non si specifica quanto saranno pagati gli editori. Con questo tono sprezzante, da concessione privata a poveri questuanti, Sulina Connal di Google ha annunciato la decisione del motore di ricerca più potente del mondo di gratificare circa trecento editori in tutta Europa per quell’azione di estrazione – se non vogliamo usare il termine più tecnicamente pertinente di saccheggio – dei contenuti editoriali in tutto il mondo, che si attua da poco meno di un ventennio.

La direttiva europea – approvata tre anni fa, dopo un lungo braccio di ferro con le lobby della Silicon Valley che fino all’ultimo avevano puntato a impedirne l’approvazione – prevede in termini molto generici, e largamente affidati alla discrezionalità dell’estrattore (leggi saccheggiatore) dei contenuti, le forme di retribuzione a editori e autori dei testi che vengono linkati. La formula della norma prevede una graduazione del livello di citazione, per arrivare al riconoscimento del diritto d’autore. Google, il gruppo che monopolizza circa il 90 % delle attività di ricerca in tutto il pianeta, interpreta questa legge in maniera assolutamente disinvolta, esercitando un potere assoluto sia sulle procedure di remunerazione sia, soprattutto, sulla scelta dei beneficiati.

Il discorso di Putin: la montagna ha partorito il topolino

Il 9 maggio si era caricato di attese messianiche: eravamo alla vigilia dell’Armageddon. Si attendevano le parole del capo del Cremlino come un giudizio divino. Ci si chiedeva: come reagirà ai colpi subiti e come uscirà dall’angolo? Putin ha risposto che rimane nell’angolo in cui si è cacciato, prolungando il suo nuovo posizionamento antioccidentale, di aspirante leader di un fronte orientale che dovrebbe, prima o poi, contendere allo schieramento della Nato l’egemonia sul mondo. Ma nel frattempo vola basso.

Il presidente russo, con uno stringato e scialbo discorso, dinanzi a una piazza muta e circondato dalle cariatidi del suo regime in grande spolvero di divise e medaglie, non ha risposto agli interrogativi che angosciavano le cancellerie europee. Ha tentato di giustificare la sua mossa, la sua “operazione militare speciale” – formula che sembra archiviata, dato che lui stesso non l’ha mai citata –, con la strampalata minaccia di un’invasione della Russia minacciata dalle forze occidentali. Una specie di replica di Operazione Barbarossa, con cui Hitler aggredì l’Urss nel giugno del 1941. Pur senza richiamare minimamente la memoria sovietica, Putin ha giocato continuamente sul parallelismo, facendo intendere che l’attacco all’Ucraina sia stata una mossa difensiva; anzi, come l’ha definita, un’azione preventiva, accreditando, forse per la prima volta nel gergo strategico, il diritto ad attaccare con tutti i mezzi qualora si percepisca il rischio di essere bersaglio di un’operazione aggressiva imminente.

Un 9 maggio di mobilitazione. Per restituire una casa alla vittoria...

A bocce ferme, possiamo dire che era forse proprio questo l’anno per riportare in piazza i lavoratori il primo maggio? In una stagione quale quella che viviamo – segnata dalla tragedia della guerra, dopo due anni di pandemia che hanno visto la sanità pubblica bersaglio delle formazioni populistiche di destra – era il momento di portare in piazza i lavoratori. Siamo in un tornante in cui il lavoro non può non parlare. E se non è stato il primo, non sarebbe bene che i sindacati e le organizzazioni sociali, soprattutto quelle che hanno promosso la marcia pacifista Perugia-Assisi, si mobilitassero per il 9 maggio?

Quella è la giornata in cui è minacciata una nuova escalation da parte di Putin. Il despota russo avrebbe voluto affacciarsi dalla tribuna del mausoleo di Lenin – da lui definito un criminale – per celebrare la vittoria nella sua “operazione militare speciale”. Cercherà probabilmente di coprire il fallimento militare dichiarando una guerra vera, completa, ancora più spietata e sanguinaria di quella vista finora.

Russia-Ucraina, un conflitto informatizzato

Commentando lo storico discorso con cui il premier britannico Churchill proclamò la guerra a oltranza contro Hitler, il conte di Halifax, leader della fazione...

La fredda vittoria di un Macron senza futuro

La tensione dei giorni scorsi, con l’incubo di un Eliseo lepenista e filoputiniano, non si è sciolta in un rito liberatorio ai piedi della...

Perché gli ucraini resistono così bene

L’affondamento dell’incrociatore Moskva, su cui si contende in questa permanente battaglia delle ombre, conferma come oggi i nani non siano più sulle spalle dei...