• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Recensioni » Una sinistra fra padre e figlia

Una sinistra fra padre e figlia

Il nuovo libro di Marco Revelli

17 Settembre 2024 Michele Mezza  1547

Marco Revelli, nella sua lunga storia di intellettuale e documentatore delle vicissitudini della sinistra italiana, ha sempre avuto un’aura di pacata affabilità, anche nelle contrapposizioni più roventi. Una lucida dolcezza, quella che caratterizza il suo sguardo, che si incrocia nei passaggi più complessi di quella particolare famiglia politica che è specificamente la sinistra torinese. La culla dei grandi partiti operai, sulla scia della grande fabbrica automobilistica, ha indotto – da Gramsci a Gobetti, da Bobbio a Foa, e ancora da Novelli a Bertinotti – una società intellettuale potentemente immersa nei processi di trasformazione socio-industriale.

Revelli, nella sua duplice veste di sensibile sociologo e appassionato militante, è stato testimonial più che testimone: un rappresentante di questa evoluzione tecnologica e culturale che ha selezionato la specie della sinistra sul piano antropologico. E la sua preparazione sociologica permette anche di pretendere da lui quello che non si può chiedere ai dirigenti di quella sinistra idealista e politicista che consideravano i fatti sociali pericolose deviazioni dall’alta strategia, come affermava Lukács. Per questo il suo ultimo libro (Questa sinistra inspiegabile a mia figlia edito da Einaudi) è un’utile occasione per ragionare sul bilancio che ci propone su entrambi i versanti della sua identità: sociologo e militante.

L’artificio letterario non è inedito – un dialogo con la figlia che spinge in territori inediti e, per lui, ancora incomprensibili – e, nelle sue mani, risulta efficace per legare il lettore. Inevitabile, infatti, per molti di noi, l’identificazione con la figura di un padre che ha speso tutta la vita decantando la sinistra, che si sente chiedere da un figlio che non riesce a incontrarla: ma di cosa hai parlato nella tua vita e oggi dov’è? Irresistibile la tentazione di sovrapporsi in ogni passaggio, combinando i ricordi dell’autore con i propri, le sue ragioni con quelle che ognuno di noi potrebbe usare per parlare al figlio.

Certo, Revelli ha in più – rispetto al sottoscritto, per esempio – il titolo di essere stato non solo militante ma autore, fabbricatore di culture e opinioni. Dunque ha buone ragioni, la figlia, per chiedergli: ma com’è possibile che non avete visto che stavano arrivando, tanto per citare una metafora che va di moda oggi? Domande che da decenni rimangono sospese nell’empireo di quella generazione, che ricorda troppo e elabora poco su quanto è accaduto. Com’è possibile che non ti sei accorto che già negli anni Ottanta i giovani operai ti annunciavano la fuga dal lavoro e l’uso del precariato come via di libertà? – gli chiede a un certo punto, mentre Revelli snocciola le sue inchieste sul campo nelle strade di Torino, quarant’anni fa, davanti ai cancelli delle fabbriche, dove oggi, esattamente nelle stesse particelle territoriali di allora, non si producono più auto, ma si discute di cucina e si vendono libri.

È forse proprio questa bellicosa domanda il baricentro del libro: quanto è accaduto, per quanto sorprendente, era annunciato, persino programmato in quel conseguente determinismo per cui, se cambia la base produttiva di un territorio, mutano le sue coordinate istituzionali. Era scritto nel passaggio fra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio Ottanta, diciamo fra l’assassinio di Moro e la sconfitta alla Fiat. Come non potevate vedere, sullo sfondo, il disancoramento dal tessuto sociale delle culture collettive e solidariste, con il drastico ridimensionamento dell’influenza politica della sinistra, anche nei luoghi che sembravano eterne roccaforti, come la cintura torinese o la Stalingrado d’Italia, come era soprannominata Sesto San Giovanni, a ridosso di Milano? Luoghi dove si andava diffondendo gradualmente, con il rattrappirsi delle realtà industriali di massa, il pulviscolare dell’individualismo terziario.

I dati che Revelli onestamente ammette di avere raccolto, dopo il tonfo del 1980, assomigliano terribilmente alle ultime rilevazioni sulla disaffezione ai lavori degli ultimi anni. Il lavoro non è un valore ma un castigo da sfuggire, ed è questa la base materiale che rende l’automazione un processo sociale, e non un’imposizione padronale. Ha un intendimento speculativo, serve a indebolire la contrattualità sindacale, riduce costi e ingombri gestionali – ma raccoglie anche l’ambizione di chi, già ai tempi della centralità operaia, gli veniva da vomitare ogni mattina quando prendeva posto alla catena di montaggio.

Revelli si rifugia nella macro-politica: le lotte studentesche, la liberazione dei modi di vivere, i manicomi aperti, il divorzio, e poi la grande controffensiva del capitale, con l’incontrovertibilità del dollaro, nel 1971, e ancora la finanziarizzazione del capitalismo, nel 1979, e poi il fatidico 1989, con il Muro che ci crolla addosso, e l’ammissione che persino Breznev rimane l’attore di un sogno che non abbiamo più sostituito: il lavoro che governa.

Ma l’89 è solo Berlino? Qui ci si accorge che il libro è attraversato da un convitato di pietra, mai citato, nemmeno di sfuggita, neanche dalla severa figlia dell’autore: il digitale.

Ma in tutta questa storia la fabbrica da cosa è sostituita? Un sociologo che batte i marciapiedi avrà incontrato qualcuno con un telefonino in mano? Avrà considerato le modalità di produzione virtuale? Gli saranno caduti gli occhi su una tabella che indica i fatturati dei videogame? Il termine intelligenza artificiale gli suggerirà qualcosa di strutturale o no? I due Revelli, in questo, sembrano iscritti allo stesso partito del Gattopardo: tutto è cambiato per non cambiare niente. Eppure, nella sua ricapitolazione storica, l’autore conferma il proprio originale profilo di intellettuale non omologato alla scuola Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer. Importante, nelle sue rievocazioni, il mito americano. Particolarmente gradita, a chi scrive, la citazione del manifesto di Port Huron (1962), dove la prima associazione degli studenti socialisti americani apre la porta ai due Sessantotto: a quello del free speech, che arriverà in Europa con le musiche di Bob Dylan, per diventare in Italia l’autunno caldo, e a quello del free soft, che scaverà sotto terra, riclassificando modi di vivere e di produrre di miliardi di uomini, che scopriremo solo quattro decenni più tardi.

Seguendo questo filo rosso, scopriremmo che l’89 per qualcuno che oggi ha meno di quarant’anni non indica la caduta del muro di Berlino, ma l’invenzione del web e il dominio egemonico del “capitalismo della sorveglianza”, dato che la sinistra di tutti noi stava ancora chiedendosi perché erano così pessimisti gli operai di Mirafiori, che già nel 1979 annunciavano a Revelli di volere scappare dalla fabbrica.

1.567
Archiviato inRecensioni
TagsMarco Revelli Michele Mezza nuovo libro sinistra

Articolo precedente

Cosa c’è e cosa manca nell’agenda Draghi

Articolo successivo

Derive brussellesi: la nuova Commissione europea

Michele Mezza

Articoli correlati

Spagna, non c’è vita a sinistra del Psoe

Tsipras ci riprova: l’obiettivo è vincere

Schedatemi pure: elogio di chi ci mette la faccia

Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali

Dello stesso autore

Benni, a seppellirci sarà una risata?

Est/Ovest: la contesa è sul conflitto sociale

Musk, le privatizzazioni, la sicurezza militare e l’Europa

Le dimissioni di Belloni e la nuova tecno-destra all’attacco

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Ex Ilva, vince la Costituzione
Guido Ruotolo    29 Ottobre 2026
Una rivolta e il suo capro espiatorio
Rino Genovese    28 Ottobre 2026
Per combattere davvero l’antisemitismo va rigettato un disegno di legge controproducente
Giorgio Graffi    26 Ottobre 2026
Ultimi articoli
Rebus post-elettorale in Israele
Eliana Riva    30 Ottobre 2026
L’insostenibile pesantezza dell’intelligenza artificiale*
Massimo Florio    29 Ottobre 2026
Brasile, Lula fa il miracolo
Claudio Madricardo    29 Ottobre 2026
Ex Ilva, la procura di Taranto di nuovo in campo
Guido Ruotolo    28 Ottobre 2026
Belgrado né con Bruxelles né con Mosca
Vittorio Bonanni    27 Ottobre 2026
Ultime opinioni
I giovani in piazza e il passato che non passa
Paolo Barbieri    2 Novembre 2026
Fermo preventivo per una generazione
Stefania Tirini    2 Novembre 2026
Un buon senso molto Acerbo
Vittorio Bonanni    30 Ottobre 2026
Che bello consumare e non pagare!
Massimo Ilardi    26 Ottobre 2026
Come preservare la figura dell’umano nel nostro tempo?
Mario Pezzella    26 Ottobre 2026
Ultime analisi
Una manovra con le stellette
Paolo Andruccioli    3 Novembre 2026
L’algoritmo del controllo
Marianna Gatta    29 Ottobre 2026
Ultime recensioni
“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”
Luca Baiada    16 Ottobre 2026
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giorgio Graffi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA