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Home » Ritratti » Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon

Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon

L’ex rapper è diventato una spina nel fianco di Bezos e il militante di un nuovo internazionalismo

20 Maggio 2026 Marianna Gatta  604

Mentre nel Metropolitan Museum di New York sfilava l’élite mondiale, all’esterno il sindacalista Chris Smalls lanciava un attacco frontale contro Amazon che finanziava l’evento: una proiezione video monumentale sulla facciata di un edificio mostrava il volto di Mary Hill, 72enne lavoratrice Amazon e malata di cancro, che raccontava la fatica per arrivare a fine mese. Poi Smalls è stato arrestato per avere oltrepassato le barriere che separavano i manifestanti dal tappeto rosso, con un cartello che denunciava 1.500 giorni di attesa per un contratto e la complicità di Amazon nei conflitti globali.

Con l’aria da rapper (cosa che è stato in passato), le treccine e gli occhiali specchiati, Chris Smalls, 38 anni, è il Davide che ha avuto il coraggio di sfidare il Golia fondatore di Amazon, Jeff Bezos. Ha iniziato al sua lotta sindacale nel 2020, quando lavorava come supervisore nel magazzino JFK8 di Staten Island, New York. Si iniziava allora a soffrire delle sconvolgenti conseguenze del virus Covid-19, e Smalls protestava contro la mancanza di protocolli di sicurezza e dispositivi di protezione, per sé e per i suoi colleghi e colleghe, organizzando uno sciopero nel parcheggio.

La risposta dell’azienda non tarda: Chris Smalls è licenziato, come motivazione si cita proprio la violazione delle regole di quarantena. Nello stesso anno, viene diffuso un messaggio di David Zapolsky del consiglio generale di Amazon, che definisce Smalls come “non abbastanza intelligente”, quindi perfetto per diventare “il portavoce dell’intero movimento sindacale”: un modo per denigrarlo davanti all’opinione pubblica. Ma, al contrario di ciò che ne pensavano i vertici dell’azienda, la vicinanza alla reale compagine dei lavoratori Amazon, ha portato Smalls ad avere un seguito all’inizio impensabile, in quei magazzini come “scatole senza finestre”, grandi quanto quattordici campi da football, dove il lavoro è “isolamento”.

Per mesi, si è presentato alla fermata dell’autobus fuori dal magazzino, offrendo pizza e parlando dei problemi quotidiani delle persone, spezzando così un isolamento programmato. È riuscito a fondare un sindacato indipendente, l’Amazon Labor Union (Alu), che porta avanti battaglie contrattuali: dall’assicurazione sanitaria fino alle pause durante i turni. Vanificando i tentativi milionari di Amazon, per consulenze e mediazioni anti-Union, nell’aprile del 2022, l’Alu diventa il primo sindacato interno a un magazzino dell’azienda.

Come sottolinea spesso Smalls, Amazon non vende solo libri e detersivi, è uno dei principali fornitori di infrastrutture digitali per il governo degli Stati Uniti, per esempio con i progetti Joint Enterprise Defense Infrastructure e Joint Warfighting Cloud Capability. Amazon – con le altre big tech, Microsoft e Google – gestisce i dati del Pentagono e i server delle operazioni militari statunitensi. Non solo: il colosso del commercio online fornisce assistenza all’Ice (Immigration and Customs Enforcement), con servizi di cloud e archiviazione, e raccogliendo dati biometrici, registri della motorizzazione e tabulati telefonici per facilitare le operazioni di tracciamento, sorveglianza e deportazione. Inoltre, a partire dall’inizio del 2026, l’Ice sta sviluppando megacentri di detenzione “in stile Amazon”, modellando la sua logistica sulla struttura dei magazzini di smistamento dei pacchi. Insomma, gli stessi sistemi che servono per tracciare e immagazzinare i pacchi, sono utilizzati per detenere e deportare gli esseri umani.

Mentre ai dipendenti Amazon vengono detratti i minuti spesi al bagno, Bezos, con un patrimonio di 273 miliardi di dollari (è la seconda persona più ricca del mondo dopo Musk), presenzia all’insediamento di Trump, si sposa affittando l’intera Venezia, e compra celebri testate giornalistiche, come il “Washington Post”. In quest’ultimo caso, non solo è stato completamente ignorato il conflitto d’interessi – in stile impero Berlusconi –, ma il giornale ha virato verso una linea editoriale in difesa del libero mercato e dell’imprenditoria, e sono stati tagliati oltre trecento posti di lavoro. Nonostante i profitti a sei zeri della compagnia, per diversi anni Bezos non ha versato le tasse federali, investendo invece in campagne spaziali, come la Blue Origin. Non solo lucra sulla fame dei propri dipendenti, ma non finanzia neanche il bene pubblico, del resto secondo una modalità abituale dei multimiliardari: fuggire dal pianeta che contribuiscono a inquinare.

La forza di Chris Smalls non sta solo nello stile adeguato ai tempi e nell’uso massiccio e vincente dei social media, come TikTok, ma nel suo modo di comunicare in maniera chiara l’intersezionalità di tutte le lotte. In un’intervista a “Scomodo”, per esempio, ha spiegato: “La sinistra, il partito laburista, dovrebbe essere lo scudo di ogni lotta della classe operaia, che si tratti della Palestina, delle questioni climatiche, dei diritti delle donne o dei diritti civili”. E infatti ha dimostrato concretamente il suo impegno. Condividendo la missione con Greta Thunberg – con cui si è recentemente fatto fotografare –, l’anno scorso Smalls si è imbarcato sulla Handala, parte della Global Sumud Flotilla, e, una volta arrestato in Israele, ha rifiutato di firmare i documenti di deportazione, aderendo allo sciopero della fame nel carcere di Givon.

Il modello di sindacato che promuove ha un impegno politico locale e vicino alle comunità, al contrario di quello “disconnesso” e “dall’alto” delle Unions tradizionali, e ha anche una posizione netta sulle questioni sistemiche e globali, dimostrando così che il lavoro non è un’isola. “I sindacati presenti in aziende che spediscono armi e producono armi, qui negli Stati Uniti, potrebbero facilmente scioperare, in questo momento, e fermare tutte le armi e la produzione per Israele. Invece sono complici, e continuano a spedire armi e a produrne di nuove. E questo è solo un esempio. Ci sono tanti modi diversi in cui possono usare la loro militanza per creare un vantaggio o uno svantaggio economico per qualsiasi Paese” – spiega Smalls.

Questo modello di azione intersezionale è lo stesso che si può osservare nei portuali di Genova del Calp (su cui vedi qui), e nel movimento del Collettivo di fabbrica Gkn, che in Italia hanno dimostrato come si possa usare la disobbedienza civile per ottenere risultati. L’Unione sindacale di base (Usb) ha così espresso solidarietà al sindacalista statunitense, dopo l’arresto: “Chris Smalls è protagonista di una critica coraggiosa e necessaria al mondo delle big tech, che intascano profitti inimmaginabili e sono sempre più complici con il sistema di guerre, genocidi e aggressioni. Il suo arresto è solo l’ultima ammissione di complicità di chi si arricchisce sulla pelle del genocidio e contro chi lo denuncia”.

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TagsAlu amazon azione intersezionale big tech Chris Smalls Marianna Gatta

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