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Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia

Ritratto della reporter messicana, oggi in esilio in Spagna, per avere denunciato abusi sessuali e femminicidi

17 Giugno 2026 Laura Guglielmi  778

Ci sono giornaliste che obbligano il mondo a guardarsi allo specchio. Lydia Cacho appartiene a una costellazione di donne che hanno trasformato il giornalismo in un atto di coraggio civile. Un atteggiamento verso la professione che ricorda, da vicino, quello di Politkovskaja, perseguitata e uccisa in Russia per avere denunciato la brutalità del potere (vedi qui); o quella di Taro, che pagò con la vita il suo modo di raccontare la guerra (vedi qui); o ancora quella di Nellie Bly, che si fece rinchiudere in un manicomio per smascherare gli abusi (vedi qui). La genealogia è la stessa: reporter che hanno scelto di vedere ciò che altri evitano persino di pensare. Non hanno scelto la via più facile, ma quella più pericolosa, l’unica che permetteva loro di dire la verità.

Cacho, nasce a Città del Messico nel 1963; sua madre – psicologa e femminista di origine franco-portoghese – le insegna che la dignità non si negozia. È un imprinting che tornerà in ogni pagina, in ogni indagine, in ogni ferita. Presto capisce che per spiegare il Messico, per farlo davvero, bisogna scendere negli abissi della violenza domestica e sessuale contro donne e bambini, dove lo Stato preferisce non guardare. Negli anni Novanta, lavora nei centri di accoglienza per donne maltrattate, ascolta storie che nessuno vuole ascoltare, vede da vicino la trama di complicità che protegge i carnefici. È lì che matura la convinzione che il giornalismo non può limitarsi a registrare: deve intervenire, deve rompere il silenzio, deve diventare strumento di protezione per chi non ha voce.

Nel 2005, pubblica Los demonios del Edén. El poder que protege a la pornografía infantil, un libro che scuote il Paese. Cacho documenta un vasto giro di pedofilia e sfruttamento minorile, facendo nomi e cognomi di imprenditori, politici, uomini di affari, protetti da una rete di potere che si crede intoccabile. Non è solo un’inchiesta: è un atto d’accusa contro un sistema che normalizza la violenza e garantisce l’impunità. Le istituzioni messicane reagiscono come spesso fanno i poteri feriti: si vendicano. Nel dicembre 2005, Cacho è arrestata, sequestrata dalla polizia e condotta a Puebla. Quello che doveva essere un trasferimento si trasforma in un viaggio all’inferno lungo 1.500 chilometri, durato venti ore. Sola, in un’auto con tutti agenti uomini, l’autrice è privata di tutto: del cibo, del sonno, del diritto di andare in bagno e delle medicine necessarie per curare la sua bronchite. In quel veicolo, si consuma una violenza feroce, sia fisica sia psicologica. Sotto la costante minaccia di morte, Cacho subisce palpeggiamenti e abusi sadici da parte di un agente, che le inserisce la pistola in bocca per poi passarla sul seno e puntarla contro i genitali, umiliandola fino a farle perdere il controllo del proprio corpo. Quando l’auto finalmente arriva alla procura di Puebla, l’incubo non finisce: ad attenderla, nuove aggressioni fisiche e palpazioni forzate. Nemmeno l’ingresso formale nel carcere preventivo, riesce a proteggerla da un flusso continuo di minacce.

Una violenza non solo politica, ma fisica, diretta, brutale. Cacho, del resto, non era nuova a questi abusi: nel 1999 era già stata aggredita e violentata in un bagno pubblico, un attacco che lei stessa collega alle sue prime indagini sulla tratta. Nel 2007, la sua auto era stata sabotata. Vive per anni sotto scorta, cambia casa più volte, riceve minacce quotidiane. Eppure, non arretra. Continua a indagare, a denunciare, a dirigere il centro di protezione per donne e bambine vittime di violenza, a Cancún, uno dei pochi luoghi del Paese dove chi fugge da reti di sfruttamento può trovare rifugio. La sua vita trascorre in un equilibrio precario, tra la necessità di proteggersi e quella, più forte, di continuare a parlare. Ma non smette: dal 2006, Cacho è tra le voci più autorevoli nel denunciare e documentare i femminicidi di Ciudad Juárez, un luogo famoso per le tremende uccisioni di centinaia di donne. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, si stima che ne siano state uccise da quattrocento a mille, uno dei casi più emblematici di violenza di genere al mondo.

Il suo lavoro investigativo ha contribuito a sollevare il velo su una realtà agghiacciante: queste ragazze, spesso giovanissime e migranti interne, si trovavano a Juárez da sole, attirate dal miraggio di un salario nelle grandi fabbriche di montaggio statunitensi, le maquilladoras, dislocate lungo la frontiera. Separate dalle proprie famiglie, prive di tutele, erano diventate i bersagli di un sistema criminale sistematico. In Messico, infatti, il femminicidio è alimentato da un tasso di impunità altissimo, con i corpi delle donne usati come merce, o come messaggi di terrore, dai cartelli del narcotraffico. Il suo lavoro racconta un Messico che non vuole vedersi: un Paese in cui il femminicidio è quotidiano, dove la violenza contro le donne è sistemica, e dove l’impunità è la regola.

“Il problema non è solo la violenza – ripete infatti –, è l’impunità che la normalizza”. Le sue parole risuonano come un atto di accusa non solo contro i singoli responsabili, ma contro un intero sistema che preferisce ignorare. Eppure, proprio perché così scomoda, la sua voce diventa impossibile da silenziare. Amnesty International la definisce “forse la più famosa giornalista investigativa del Messico”, mentre una rete internazionale di artisti, intellettuali e attivisti, da Iñárritu a Susan Sarandon, da Gael García Bernal a Noam Chomsky, si mobilita per proteggerla. Un prezioso aiuto e uno stimolo a continuare, così come i premi prestigiosi, tra cui il Ginetta Sagan per i diritti delle donne e dei bambini, del 2007: è la prima cittadina messicana a ricevere questo prestigioso riconoscimento. Come ricorda la motivazione del premio Unesco, ricevuto nel 2008, Lydia Cacho ha voluto stare in prima linea per esigere la risoluzione dei casi irrisolti di Juárez, contribuendo a rendere “femminicidio” non più solo un termine sociologico, ma una categoria giuridica internazionale.

Nel luglio del 2019, Lydia Cacho è vittima di un grave attentato. Due uomini armati fanno irruzione nella sua abitazione a Cancún, uccidendo i suoi cani, rubando materiale d’indagine e lasciando chiare minacce di morte, costringendola a fuggire in esilio in Spagna. Per fortuna lei non è in casa. Oggi Lydia Cacho vive a Madrid, in un esilio blindato e sotto scorta ufficiale; il governo spagnolo le ha concesso la cittadinanza. In Europa, ha ricostruito una quotidianità spezzata, ma ha rifiutato il ruolo di vittima silenziosa: continua a scrivere, a coordinare reti di protezione contro la tratta, e a collaborare a serie e documentari per aggirare i silenzi giudiziari. Il prezzo emotivo, tuttavia, resta altissimo. Chi la incontra descrive una donna dalla forza intatta, ma i cui occhi tradiscono la nostalgia per il suo Messico e il trauma dell’ultima aggressione subìta nel 2019. Vivere in Spagna significa abitare in una terra di mezzo: il corpo è in salvo, tra le strade ordinate, ma la mente e il cuore sono ancora là, a scavare nella sabbia insieme alle madri di Juárez per pretendere giustizia.

La sua storia è un promemoria feroce: il giornalismo può ancora essere un atto di resistenza, un gesto di protezione, un modo per restituire dignità a chi l’ha perduta. E ci sono donne che, pur sapendo di essere nel mirino, continuano a scrivere. Perché il silenzio, quello sì, uccide.

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Tagsdonne femminicidio giornalismo Laura Guglielmi Lydia Cacho Messico violenza

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