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Home » Ritratti » Nellie Bly: i pazzi visti da vicino

Nellie Bly: i pazzi visti da vicino

Cosa il giornalismo di oggi può imparare da una pioniera di due secoli fa

3 Aprile 2026 Laura Guglielmi  635

C’era una volta, e a ben guardare esiste ancora, una forma di giornalismo che non bussa alle porte dei palazzi del potere, ma si cala nei quartieri periferici. Racconta le condizioni degli emarginati e dei migranti, vive da vicino la guerra e le sue devastazioni. Nellie Bly, nata nel 1864 in una valle della Pennsylvania con il nome di Elizabeth Jane Cochran, in un’epoca in cui le donne non avevano voce in capitolo, scelse di sperimentare in prima persona l’ombra nera dell’istituzione che più incarnava la microfisica del potere, entrando in manicomio per raccontare come i corpi venivano plasmati, disciplinati e controllati da regole invisibili e micidiali.

Nellie non fu una giornalista qualunque, scardinò consuetudini e pregiudizi, senza proteste di facciata, ma immergendosi nei luoghi che nessuno osava raccontare. Impugnò la penna per denunciare menzogna e indifferenza, cambiando le regole del gioco in un settore in cui le donne potevano aspirare a scrivere solo di moda, gossip, consigli domestici o rubriche dedicate alla famiglia, mentre pochissime riuscivano a occuparsi di cronaca nera, politica, inchieste o reportage sul mondo reale.

Quando il “Pittsburgh Dispatch” pubblicò un articolo, What Girls Are Good For, dove si sosteneva che le donne fossero destinate a stare in casa, occuparsi di cucina e bambini, e che non ci fosse spazio per loro in altri ambiti, la giovane Elizabeth inviò al direttore una lettera rabbiosa, feroce, che trasformò il suo destino. Non se lo aspettava, ma il tono di quella lettera colpì il direttore, George Madden; e capitò qualcosa di inaudito, quasi impossibile per il mondo di allora: invece di ignorare o respingere la lettera di Nellie, il direttore rimase colpito dalla sua passione e dalla sua forza. Così, anziché chiudere il discorso o cestinare la lettera, la invitò a scrivere per il giornale, e poi le offrì un posto stabile all’interno della redazione. Intuì subito il suo talento e le assegnò un nom de plume destinato a entrare nella storia: Nellie Bly. Ispirato a una canzone di Stephen Foster, questo nome divenne il suo biglietto da visita giornalistico, rendendola riconoscibile e inconfondibile fin dall’inizio.

Dopo avere condotto alcune inchieste sulle donne in fabbrica, e lavorato come corrispondente dal Messico, decise di lasciare il “Pittsburgh Dispatch”e si trasferì a New York. Pulitzer la assunse subito al “New York World”. Nel 1887, Nellie Bly avanzò una proposta che segnò una svolta nel giornalismo investigativo: farsi internare, sotto falsa identità, nel reparto femminile del New York City Mental Health Hospital, sull’allora Blackwell’s Island. Dopo essersi fatta dichiarare “pazza”, venne ammessa nella struttura e poté osservare dall’interno le condizioni reali del manicomio: donne rinchiuse per povertà, per difficoltà linguistiche, per semplice marginalità sociale; cibi avariati, ambienti insalubri, senza riscaldamento, abbandono istituzionale e violenze sistematiche, camuffate da cura. Per dieci giorni, Bly raccolse testimonianze, annotò pratiche e omissioni, verificò la distanza tra la retorica assistenziale e la realtà quotidiana. Raccontò la sua esperienza in un reportage che scosse l’America. Il pubblico si indignò e venne aperta un’inchiesta. Non solo rivelò l’orrore, ma costrinse il potere a guardarlo in faccia. Il suo reportage, Ten Days in a Mad-House, rese pubblico ciò che fino ad allora era rimasto invisibile, e contribuì ad avviare le prime riforme del sistema psichiatrico. La penna di Bly aveva squarciato la nebbia dell’indifferenza.

In quel gesto, crudo, rischioso, umano, c’è una capacità di oltrepassare la superficie e restituire dignità alle storie che altri non vedono, tipica del giornalismo investigativo, rischioso oggi più che mai, e che ha portato, negli ultimi anni, all’assassinio di una folta schiera di giornalisti e giornaliste. Nel mondo contemporaneo – dove l’informazione spesso si piega all’urgenza del clickbait, agli algoritmi e alla frammentazione delle notizie –, la lezione di Bly conserva una sorprendente attualità: ricorda che l’inchiesta richiede tempo, rigore e un coinvolgimento diretto capace di restituire complessità ai fatti. Mentre alcuni titoli urlano per attirare l’attenzione, il rischio reale è che le ingiustizie più profonde restino invisibili ai più. Parlare di Bly non è un esercizio nostalgico, ma un gesto di sopravvivenza culturale: nel tempo in cui la narrazione si contrabbanda per giornalismo, il suo metodo – immersione, empatia, coraggio – rimane una bussola necessaria. La sua azione non fu fine a se stessa, ma un atto di potere che rivelò strutture sociali e istituzionali nascoste alla vista collettiva. Non è solo il fatto che si sia fatta internare per denunciare la crudeltà, è che ha usato il proprio corpo e la propria voce per restituire visibilità a esseri umani che venivano nascosti allo sguardo.

In questo senso, Bly ha incarnato una delle idee più radicali del giornalismo: esercitare un’empatia operativa, capace di entrare nei fatti, raccontare ciò che è scomodo e farlo con una precisione che interroga coscienze e istituzioni. Il giornalismo investigativo contemporaneo – dalle inchieste finanziarie internazionali alle indagini sul cambiamento climatico, dalle rotte migratorie alle forme di marginalità urbana – eredita questo impulso, ma spesso si trova a fare i conti con pressioni commerciali, frammentazione editoriale, e con una crescente corsa al sensazionalismo. Nell’ecosistema informativo attuale, dove la circolazione dei contenuti è simultanea e globale, emerge un paradosso evidente: l’abbondanza di dati non garantisce profondità né giustizia narrativa. Se Bly avesse vissuto nell’epoca dei social, difficilmente si sarebbe accontentata di un post o di un titolo ad effetto; avrebbe cercato il contatto diretto con la realtà, consapevole che solo l’esperienza sul campo permette di comprendere davvero ciò che si racconta. Il problema contemporaneo non è soltanto la disinformazione, ma una sorta di anestesia emotiva, una frenesia quantitativa che rischia di sostituire il senso critico.

Per questo, la lezione di Bly resta attuale: smascherare non basta. Occorre capire, documentare, restituire dignità alle vite che si raccontano. Il suo gesto ci parla anche di potere di genere e di chi ha il permesso di raccontare, e chi no. Lei non era semplicemente una donna che faceva giornalismo: era un giornalista che, attraverso le sue scelte – cosa indagare, come farlo, dove essere –, ha modificato dall’interno il modo stesso di intendere la professione. Parlare oggi di Bly significa ricordare che l’informazione non può limitarsi a essere un megafono del potere, ma deve restituire visibilità alle disuguaglianze.

Questa tensione verso la verità non si esaurì con l’inchiesta manicomiale. I limiti imposti alle donne del suo tempo divennero per Bly il punto di partenza per un’altra sfida: il giro del mondo. Ispirata dal romanzo di Jules Verne, nel 1889 partì con l’obiettivo di battere il tempo di Phileas Fogg. In settantadue giorni di treni, navi e attraversamenti solitari, dimostrò ancora una volta che il mondo non è un oggetto da osservare a distanza, ma un territorio da percorrere con il corpo, la curiosità e la penna.

Non fu semplicemente una cronista di fatti: fu una figura che intervenne nel proprio tempo modificandone le possibilità. In un secolo che ancora esitava a riconoscere alle donne una voce pubblica, lei la mise al servizio di chi non ne aveva. Le sue inchieste contribuirono a cambiare pratiche sanitarie, i suoi viaggi ridefinirono i confini di genere – e la sua eredità continua a ricordarci che il giornalismo, per essere tale, deve saper guardare nelle pieghe del mondo e restituirne la complessità.

Come allora non ricordare Martha Gellhorn, terza moglie di Hemingway? Nel pieno della Seconda guerra mondiale, seguendo da vicino il conflitto sino‑giapponese, non si limitava a rielaborare notizie di seconda mano, ma si muoveva tra strade bombardate, città assediate e colonne di rifugiati, raggiungendo spesso il fronte. Rivendicava il diritto e il dovere di vedere con i propri occhi, di ascoltare da vicino il rumore dei mortai, di restituire la tragedia mentre accadeva. Hemingway, al contrario, preferiva spesso le retrovie: il bar, l’hotel, osservazioni distanti, che gli permettevano di raccontare la guerra senza esporsi davvero al pericolo. Gellhorn era una presenza scomoda per lui: non voleva essere l’appendice di una celebrità, né adattarsi a un ruolo domestico o subordinato. Fu l’unica delle sue mogli a chiedere il divorzio, scegliendo di seguire la propria vocazione e i propri ritmi, lasciando Hemingway alle sue narrazioni filtrate dall’immaginazione e dalla lettura dei giornali, più che dall’esperienza diretta.

Il giornalismo, nel suo abito migliore, dovrebbe avere ancora il compito di scavare sotto la superficie, dare voce a chi non ne ha, intervenire proprio dove il potere preferirebbe che nulla si muovesse. Bly ci ricorda che questo lavoro richiede audacia e una responsabilità etica che non ammette scorciatoie: una traiettoria complessa, certo, ma indispensabile per la salute di qualsiasi democrazia. Guardare alla sua storia non significa celebrare un’icona del passato, bensì interrogare il nostro presente: a chi servono le parole che scegliamo, quali verità decidiamo di portare alla luce, quali storie continuiamo a lasciare nell’ombra? In un tempo in cui l’informazione rischia di confondersi con il rumore, la sfida di Bly è un monito preciso: non fermarsi alle apparenze e avere il coraggio di mettere il dito nella piaga.

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