• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Ritratti » Nellie Bly: i pazzi visti da vicino

Nellie Bly: i pazzi visti da vicino

Cosa il giornalismo di oggi può imparare da una pioniera di due secoli fa

3 Aprile 2026 Laura Guglielmi  924

C’era una volta, e a ben guardare esiste ancora, una forma di giornalismo che non bussa alle porte dei palazzi del potere, ma si cala nei quartieri periferici. Racconta le condizioni degli emarginati e dei migranti, vive da vicino la guerra e le sue devastazioni. Nellie Bly, nata nel 1864 in una valle della Pennsylvania con il nome di Elizabeth Jane Cochran, in un’epoca in cui le donne non avevano voce in capitolo, scelse di sperimentare in prima persona l’ombra nera dell’istituzione che più incarnava la microfisica del potere, entrando in manicomio per raccontare come i corpi venivano plasmati, disciplinati e controllati da regole invisibili e micidiali.

Nellie non fu una giornalista qualunque, scardinò consuetudini e pregiudizi, senza proteste di facciata, ma immergendosi nei luoghi che nessuno osava raccontare. Impugnò la penna per denunciare menzogna e indifferenza, cambiando le regole del gioco in un settore in cui le donne potevano aspirare a scrivere solo di moda, gossip, consigli domestici o rubriche dedicate alla famiglia, mentre pochissime riuscivano a occuparsi di cronaca nera, politica, inchieste o reportage sul mondo reale.

Quando il “Pittsburgh Dispatch” pubblicò un articolo, What Girls Are Good For, dove si sosteneva che le donne fossero destinate a stare in casa, occuparsi di cucina e bambini, e che non ci fosse spazio per loro in altri ambiti, la giovane Elizabeth inviò al direttore una lettera rabbiosa, feroce, che trasformò il suo destino. Non se lo aspettava, ma il tono di quella lettera colpì il direttore, George Madden; e capitò qualcosa di inaudito, quasi impossibile per il mondo di allora: invece di ignorare o respingere la lettera di Nellie, il direttore rimase colpito dalla sua passione e dalla sua forza. Così, anziché chiudere il discorso o cestinare la lettera, la invitò a scrivere per il giornale, e poi le offrì un posto stabile all’interno della redazione. Intuì subito il suo talento e le assegnò un nom de plume destinato a entrare nella storia: Nellie Bly. Ispirato a una canzone di Stephen Foster, questo nome divenne il suo biglietto da visita giornalistico, rendendola riconoscibile e inconfondibile fin dall’inizio.

Dopo avere condotto alcune inchieste sulle donne in fabbrica, e lavorato come corrispondente dal Messico, decise di lasciare il “Pittsburgh Dispatch”e si trasferì a New York. Pulitzer la assunse subito al “New York World”. Nel 1887, Nellie Bly avanzò una proposta che segnò una svolta nel giornalismo investigativo: farsi internare, sotto falsa identità, nel reparto femminile del New York City Mental Health Hospital, sull’allora Blackwell’s Island. Dopo essersi fatta dichiarare “pazza”, venne ammessa nella struttura e poté osservare dall’interno le condizioni reali del manicomio: donne rinchiuse per povertà, per difficoltà linguistiche, per semplice marginalità sociale; cibi avariati, ambienti insalubri, senza riscaldamento, abbandono istituzionale e violenze sistematiche, camuffate da cura. Per dieci giorni, Bly raccolse testimonianze, annotò pratiche e omissioni, verificò la distanza tra la retorica assistenziale e la realtà quotidiana. Raccontò la sua esperienza in un reportage che scosse l’America. Il pubblico si indignò e venne aperta un’inchiesta. Non solo rivelò l’orrore, ma costrinse il potere a guardarlo in faccia. Il suo reportage, Ten Days in a Mad-House, rese pubblico ciò che fino ad allora era rimasto invisibile, e contribuì ad avviare le prime riforme del sistema psichiatrico. La penna di Bly aveva squarciato la nebbia dell’indifferenza.

In quel gesto, crudo, rischioso, umano, c’è una capacità di oltrepassare la superficie e restituire dignità alle storie che altri non vedono, tipica del giornalismo investigativo, rischioso oggi più che mai, e che ha portato, negli ultimi anni, all’assassinio di una folta schiera di giornalisti e giornaliste. Nel mondo contemporaneo – dove l’informazione spesso si piega all’urgenza del clickbait, agli algoritmi e alla frammentazione delle notizie –, la lezione di Bly conserva una sorprendente attualità: ricorda che l’inchiesta richiede tempo, rigore e un coinvolgimento diretto capace di restituire complessità ai fatti. Mentre alcuni titoli urlano per attirare l’attenzione, il rischio reale è che le ingiustizie più profonde restino invisibili ai più. Parlare di Bly non è un esercizio nostalgico, ma un gesto di sopravvivenza culturale: nel tempo in cui la narrazione si contrabbanda per giornalismo, il suo metodo – immersione, empatia, coraggio – rimane una bussola necessaria. La sua azione non fu fine a se stessa, ma un atto di potere che rivelò strutture sociali e istituzionali nascoste alla vista collettiva. Non è solo il fatto che si sia fatta internare per denunciare la crudeltà, è che ha usato il proprio corpo e la propria voce per restituire visibilità a esseri umani che venivano nascosti allo sguardo.

In questo senso, Bly ha incarnato una delle idee più radicali del giornalismo: esercitare un’empatia operativa, capace di entrare nei fatti, raccontare ciò che è scomodo e farlo con una precisione che interroga coscienze e istituzioni. Il giornalismo investigativo contemporaneo – dalle inchieste finanziarie internazionali alle indagini sul cambiamento climatico, dalle rotte migratorie alle forme di marginalità urbana – eredita questo impulso, ma spesso si trova a fare i conti con pressioni commerciali, frammentazione editoriale, e con una crescente corsa al sensazionalismo. Nell’ecosistema informativo attuale, dove la circolazione dei contenuti è simultanea e globale, emerge un paradosso evidente: l’abbondanza di dati non garantisce profondità né giustizia narrativa. Se Bly avesse vissuto nell’epoca dei social, difficilmente si sarebbe accontentata di un post o di un titolo ad effetto; avrebbe cercato il contatto diretto con la realtà, consapevole che solo l’esperienza sul campo permette di comprendere davvero ciò che si racconta. Il problema contemporaneo non è soltanto la disinformazione, ma una sorta di anestesia emotiva, una frenesia quantitativa che rischia di sostituire il senso critico.

Per questo, la lezione di Bly resta attuale: smascherare non basta. Occorre capire, documentare, restituire dignità alle vite che si raccontano. Il suo gesto ci parla anche di potere di genere e di chi ha il permesso di raccontare, e chi no. Lei non era semplicemente una donna che faceva giornalismo: era un giornalista che, attraverso le sue scelte – cosa indagare, come farlo, dove essere –, ha modificato dall’interno il modo stesso di intendere la professione. Parlare oggi di Bly significa ricordare che l’informazione non può limitarsi a essere un megafono del potere, ma deve restituire visibilità alle disuguaglianze.

Questa tensione verso la verità non si esaurì con l’inchiesta manicomiale. I limiti imposti alle donne del suo tempo divennero per Bly il punto di partenza per un’altra sfida: il giro del mondo. Ispirata dal romanzo di Jules Verne, nel 1889 partì con l’obiettivo di battere il tempo di Phileas Fogg. In settantadue giorni di treni, navi e attraversamenti solitari, dimostrò ancora una volta che il mondo non è un oggetto da osservare a distanza, ma un territorio da percorrere con il corpo, la curiosità e la penna.

Non fu semplicemente una cronista di fatti: fu una figura che intervenne nel proprio tempo modificandone le possibilità. In un secolo che ancora esitava a riconoscere alle donne una voce pubblica, lei la mise al servizio di chi non ne aveva. Le sue inchieste contribuirono a cambiare pratiche sanitarie, i suoi viaggi ridefinirono i confini di genere – e la sua eredità continua a ricordarci che il giornalismo, per essere tale, deve saper guardare nelle pieghe del mondo e restituirne la complessità.

Come allora non ricordare Martha Gellhorn, terza moglie di Hemingway? Nel pieno della Seconda guerra mondiale, seguendo da vicino il conflitto sino‑giapponese, non si limitava a rielaborare notizie di seconda mano, ma si muoveva tra strade bombardate, città assediate e colonne di rifugiati, raggiungendo spesso il fronte. Rivendicava il diritto e il dovere di vedere con i propri occhi, di ascoltare da vicino il rumore dei mortai, di restituire la tragedia mentre accadeva. Hemingway, al contrario, preferiva spesso le retrovie: il bar, l’hotel, osservazioni distanti, che gli permettevano di raccontare la guerra senza esporsi davvero al pericolo. Gellhorn era una presenza scomoda per lui: non voleva essere l’appendice di una celebrità, né adattarsi a un ruolo domestico o subordinato. Fu l’unica delle sue mogli a chiedere il divorzio, scegliendo di seguire la propria vocazione e i propri ritmi, lasciando Hemingway alle sue narrazioni filtrate dall’immaginazione e dalla lettura dei giornali, più che dall’esperienza diretta.

Il giornalismo, nel suo abito migliore, dovrebbe avere ancora il compito di scavare sotto la superficie, dare voce a chi non ne ha, intervenire proprio dove il potere preferirebbe che nulla si muovesse. Bly ci ricorda che questo lavoro richiede audacia e una responsabilità etica che non ammette scorciatoie: una traiettoria complessa, certo, ma indispensabile per la salute di qualsiasi democrazia. Guardare alla sua storia non significa celebrare un’icona del passato, bensì interrogare il nostro presente: a chi servono le parole che scegliamo, quali verità decidiamo di portare alla luce, quali storie continuiamo a lasciare nell’ombra? In un tempo in cui l’informazione rischia di confondersi con il rumore, la sfida di Bly è un monito preciso: non fermarsi alle apparenze e avere il coraggio di mettere il dito nella piaga.

922
Archiviato inRitratti
Tagsgiornalismo investigativo Laura Guglielmi Nellie Bly

Articolo precedente

Sigonella uno e due

Articolo successivo

La guerra al tempo dell’intelligenza artificiale

Laura Guglielmi

Articoli correlati

Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia

Anna Politkovskaja e la costellazione del coraggio

Gerda Taro: la donna che cambiò il modo di raccontare la guerra

Dello stesso autore

Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia

Anna Politkovskaja e la costellazione del coraggio

Gerda Taro: la donna che cambiò il modo di raccontare la guerra

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Meloni frustrata nella sua ricerca di un capo
Rino Genovese    7 Luglio 2026
L’“estremista” Merz e la patrimoniale
Agostino Petrillo    6 Luglio 2026
Meloni, il Colle nel mirino
Paolo Barbieri    2 Luglio 2026
Ultimi articoli
In Giappone il flop del riarmo
Marco Santopadre    8 Luglio 2026
Ex Ilva, nuove iniziative di lotta
Guido Ruotolo    6 Luglio 2026
L’Albania rischia di allontanarsi dall’Unione europea
Vittorio Bonanni    6 Luglio 2026
Legge elettorale, scontro nella destra
Stefania Limiti    3 Luglio 2026
Il tribunale di Peter Thiel
Marianna Gatta    3 Luglio 2026
Ultime opinioni
Una casa per il circolo Gianni Bosio?
Paolo Andruccioli    3 Luglio 2026
Chiesa, i lefebvriani all’attacco
Rino Genovese    2 Luglio 2026
Elly Schlein e l’establishment
Rino Genovese    26 Giugno 2026
Dell’Utri 2, un’archiviazione che non archivia nulla
Stefania Limiti    11 Giugno 2026
Diverso parere sull’archiviazione fiorentina
Guido Ruotolo    11 Giugno 2026
Ultime analisi
Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale
Massimo Florio*    8 Giugno 2026
Venezia, analisi di una sconfitta
Claudio Madricardo    28 Maggio 2026
Ultime recensioni
Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”
Katia Ippaso    29 Giugno 2026
Anna Foa spiega cos’è l’antisemitismo
Vittorio Bonanni    25 Giugno 2026
Ultime interviste
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ex Ilva, a che punto siamo
Guido Ruotolo    18 Maggio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA