Un numero sta per diventare legge: trenta per cento. È la soglia massima di studenti stranieri che potrà esserci in una classe italiana, secondo il provvedimento che ci si appresta a portare in Consiglio dei ministri. Non è una novità assoluta: quel limite esisteva già, fissato dalla Circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, che indicava il 30% come soglia “di norma” non superabile nella distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana. Una circolare, non una legge: uno strumento amministrativo rimasto per quindici anni in gran parte disapplicato, derogabile caso per caso, per la semplice ragione che la geografia dell’immigrazione non si piega ai testi normativi. Oggi quella soglia, già scritta nelle carte da un quindicennio, diventa legge dello Stato, insieme con il divieto di burqa e niqab negli istituti e con l’obbligo, per i genitori con “gravi problemi di inserimento”, di imparare l’italiano. In realtà, non si vedono in strada ragazze o donne col burka, figuriamoci a scuola.
Fermiamoci sulla parola chiave: stranieri. Chi sono davvero i ragazzi che questa norma vuole contare, dividere, distribuire per quote? I dati raccontano una realtà più complicata dello slogan. Una parte consistente di questi ragazzi non è “straniera” in alcun senso reale: è nata in Italia, parla italiano come lingua madre, ha frequentato il nido e la materna qui. Sono stranieri solo sulla carta d’identità, per una legge sulla cittadinanza che li tiene fuori, nonostante tutto il resto li tenga dentro. Chiamarli minoranza da contenere è un atto amministrativo che nasconde un (pre)giudizio culturale.
Poi ci sono i quartieri. Il problema, lo ammettono anche i dirigenti scolastici, non è la classe: è la città. Dove le famiglie straniere si concentrano per ragioni economiche – affitti più bassi, rete comunitaria, lavoro disponibile –, le scuole di quel quartiere accolgono chi abita lì. Un tetto per legge, senza un piano di aumento delle classi, né investimenti su edifici e insegnanti, non redistribuisce nessuno: sposta il problema dai registri scolastici alle liste di attesa, o lo lascia semplicemente irrisolto. È la tendenza di chi non sa, non si informa, ma sbandiera slogan per arginare la propria incompetenza.
Ma il punto vero, quello che nessuna soglia percentuale può toccare, è un altro: cosa pensiamo debba fare una scuola. Il punto è l’educazione. Gli esempi, il mondo fuori com’è. Le regole condivise. Ed è lì che si gioca la partita vera, non nel conteggio dei bambini per classe. Se una classe con più bambini di origine straniera è un problema, la premessa implicita è che l’omogeneità sia un valore e la mescolanza un rischio: un’idea antica, la stessa che per secoli ha tenuto separati ricchi e poveri, convinta che la purezza del gruppo contasse più della qualità dell’incontro. Perché il diritto è sempre il diritto di chi non può comprarsi il privilegio. La scuola pubblica è stata il luogo che a quell’idea ha provato a opporsi: mettere nello stesso banco il figlio dell’operaio e quello del professionista, il bambino nato qui e quello arrivato da un altro continente, scommettendo che, da quel contatto, nascesse qualcosa di più della somma delle parti.
Un limite di legge non risolve una sola delle difficoltà reali che esistono – l’italiano come seconda lingua, il sostegno alle famiglie fragili, il sovraffollamento in certi istituti e nelle classi. Le nasconde dietro un numero rassicurante, che non costa nulla in investimento pubblico. È più facile fissare una percentuale che assumere insegnanti di sostegno linguistico, aprire nuove sezioni, finanziare il tempo pieno dove servirebbe di più. È più facile perché parla alla paura di perdere qualcosa – un primato, un’identità – più che alla ragione, che dovrebbe chiedersi come si costruisce davvero una comunità. Ricordiamolo ancora una volta: l’Italia è tra i Paesi Ue con la spesa in istruzione più bassa in rapporto al Pil, e lo è da anni, risultando tra le terzultime in Europa per questo indicatore.
E non è un problema di oggi. È una ferita vecchia, che nessuno – di nessuno schieramento – ha mai avuto il coraggio di affrontare per quello che è. Da diversi decenni, la scuola italiana viene gestita da una classe dirigente priva di visione politica, incapace di pensare oltre la prossima legislatura, oltre il prossimo titolo di giornale: una miopia sistemica che ha attraversato governi di colore opposto, tutti ugualmente pronti a rincorrere l’emergenza del momento, nessuno disposto a costruire un progetto che duri più di una stagione. Oggi siamo arrivati al suo epilogo più tragico: non una riforma che investe e costruisce, ma una legge che conta, seleziona, respinge. Il fallimento di una politica che non ha mai saputo guardare lontano si scarica, come sempre accade, su chi non ha voce per difendersi – i bambini.
Servirà molto tempo, è un investimento a lungo termine. Proprio per questo va detto con chiarezza, senza mediazioni di comodo: la scuola non è un problema di numeri da contenere. È l’unico investimento serio che un Paese possa fare sul proprio futuro, l’unico luogo dove un bambino nato altrove e uno nato qui possono ancora imparare, insieme, che non sono un pericolo l’uno per l’altro. Difendere quello spazio da chi vuole misurarlo a percentuali non è buonismo: è l’unica forma di realismo che valga davvero la pena avere. Ce l’abbiamo una scuola libera, aperta, uguale per tutti? No, non ce l’abbiamo.








