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Tag: sinistra

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La sinistra del futuro e il comunismo come orizzonte

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Francia, la scelta solitaria di Mélenchon

Il 16-17 ottobre a Reims si è svolta la convenzione della France Insoumise che ha dato il via alla mobilitazione dei militanti nella campagna...

Sovranismi: un passato che non passa

Si poteva pensare che la pandemia li avesse tagliati fuori, non soltanto perché i “no vax” e i “no pass” hanno avuto l’effetto di raffreddare le logiche xenofobe a favore di un altro genere di agitazione populistica, ma soprattutto perché la fine, o almeno la sospensione, dell’austerità europea conferisce lauti assegni tranquillizzanti un po’ a tutti. Invece no. Dapprima dodici Stati (di cui il più grande sarebbe la Polonia, con i suoi trentotto milioni di abitanti) hanno inviato una lettera alla Commissione europea con la proposta di costruire muri contro i migranti; poi la Corte costituzionale polacca – un organismo sottomesso al potere politico, la cui presidente è vicina al leader del partito di regime, Jaroslaw Kaczynski – ha sentenziato che la giurisprudenza nazionale ha la prevalenza su quella comunitaria. Il che, in parole povere, vuol dire che la Polonia può infischiarsene di ciò che l’Unione europea dice in materia di Stato di diritto, separazione dei poteri, o politiche riguardanti i migranti.

Se la Polonia volesse uscire dall’Unione, come il suo governo talvolta vorrebbe far credere, si potrebbe anche lasciarla andare, se non fosse che in quel Paese c’è tanta brava gente che si oppone alla politica governativa e non si può abbandonarla a se stessa. Ma l’Europa fa bene a minacciare di tagliare i fondi agli Stati che si mettono di fatto fuori dall’Unione, alle cui leggi e direttive tutti devono adeguarsi. Vediamo un po’ se questi nazionalisti del piffero sono o no sensibili all’argomento soldi. “La Commissione europea agirà”, ha dichiarato – si spera con tutta la determinazione necessaria – Ursula von der Leyen nell’incontro con il premier polacco Mateusz Morawiecki che, per parte sua, ha vantato una sorta di primato del suo Paese nella lotta contro i totalitarismi.

Destra e sinistra nella pandemia

“Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?” domandava un Giorgio Gaber già declinante verso un più o meno esplicito qualunquismo. Che consiste, anzitutto, nel porre sotto tensione la distinzione, polverizzandola o scompigliandola al punto da renderla di fatto inattiva. Invece la linea di demarcazione tra la destra e la sinistra c’è, eccome. Soltanto, i due termini vanno considerati come concetti di posizione: il che significa che la loro definizione e il loro possibile contenuto mutano a seconda dei contesti in cui sono inseriti. Se, come diceva Mao, solo nel deserto non ci sono una destra e una sinistra, ciò vuol dire che esse sono categorie relative all’interno di uno spazio sociale e politico di cui non è possibile tracciare una volta per tutte la mappa. E dunque, in ciascuna situazione specifica, ci si può rinfacciare “sei di destra!” o “sei troppo a sinistra!”, dando vita al triste spettacolo in cui si sono esercitati a lungo i partiti socialisti e comunisti (nei quali, come sapeva Pietro Nenni, c’è sempre qualcuno “più puro” che ti epura).

Ciò detto, mai come di fronte alla recente pandemia si sono viste all’opera una destra e una sinistra. Lo ha mostrato bene Antonio Tricomi nel suo libro da poco uscito, Epidemic (Jaca Book), in cui evidenzia come fin dalle vecchie pestilenze, almeno durante quelle avvenute già sotto lo spirito del capitalismo, si dava l’alternativa: lascio ogni attività economica e mi ritiro in chiusure parziali o totali, al fine di proteggere la mia vita e quella degli altri, o resto in ballo con tutti i miei affari, rischiando, sì, ma seguitando a fare denari? È il dilemma posto al borghese: accettare la selvaggia selezione naturale proposta dall’infezione o cercare di correre ai ripari, sapendo che questo gli farà perdere un sacco di soldi?

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Yolanda Díaz, una ministra da invidiare

L’ha “scoperta” anche il prestigioso quotidiano “Le Monde”, che una settimana fa le ha dedicato un ritratto a firma di Sandrine Morel, corrispondente da Madrid, segnalandola come personaggio “in ascesa” e “carismatica”, molto apprezzata tra gli industriali, oltre che dai sindacati, per la sua capacità di tenere aperto il dialogo sociale. Si tratta di Yolanda Díaz (galiziana, classe 1971), comunista, avvocata e ministra del Lavoro dal gennaio 2020 nel governo formato dalla coalizione tra Partito socialista (Psoe) e Podemos, dal marzo 2021 anche coordinatrice di quest’ultima formazione politica e vicepresidente del governo presieduto da Pedro Sánchez, dopo le dimissioni dai due incarichi di Pablo Iglesias.

Alla sua caparbietà e abilità si devono tre conquiste: il salario minimo fissato a 950 euro; la deroga al licenziamento per problemi medici che ha limitato i danni del Covid; la legge che ora regola il cosiddetto lavoro telematico (Ley del teletrabajo). A Díaz va pure il merito dell’accordo di avanguardia per introdurre nel codice del lavoro una “presunzione di lavoro salariato” per i fattorini che consegnano pasti a domicilio attraverso piattaforme come Deliveroo o UberEats. La ministra del Lavoro ha più volte precisato che “questi lavoratori ora sono dipendenti e potranno beneficiare di tutte le tutele derivanti dal loro status”.

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