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Tag: sinistra

Musk e l’Ucraina, tra globalismo e nazionalismo

Come per l’acquisizione di Twitter, per cui è ora sotto inchiesta della magistratura americana, anche per il suo sostegno all’Ucraina, Elon Musk prova ad...

Direzione del Pd. Egemonizzati dalla destra sempre

Quindi, da destra, è partita la retorica sulla sinistra che passa di sconfitta in sconfitta, perché avrebbe perso il contatto con il popolo. La...

Che cos’è mai l’identità della sinistra?

In questo breve scritto sulla crisi e la sconfitta della sinistra, in particolare del Pd, nelle ultime elezioni politiche, vorrei tentare di riflettere sulle...

Sinistra, tutti male tranne Bonelli e Fratoianni

Nulla di nuovo sotto il sole. Bastano queste poche parole per riassumere che cosa è successo alle forze politiche a sinistra del Pd, nella...

Ricordo di Pietro Ingrao

Sette anni fa, il 27 settembre, moriva Pietro Ingrao. Oggi vorrei ricordare che, già negli anni Settanta, Ingrao aveva individuato l’inizio della crisi dei...

Il problema è il Pd

Non si chiedeva molto al Partito democratico e al suo gruppo dirigente postdemocristiano. Non di rinverdire i fasti progettuali dei convegni di San Pellegrino degli anni Sessanta; non certo di avere un quadro chiaro intorno alla dinamica delle classi sociali in Italia; e neppure di avviare un’analisi sul perché – da quando c’è – il Pd perde regolarmente le elezioni o non le vince come dovrebbe (è il caso della segreteria Bersani e della sua coalizione, spostata appena leggermente a sinistra, nel 2013). Si desiderava soltanto che, sulla base di una qualche capacità manovriera (appresa da uno come Letta, magari, fin dagli anni giovanili nell’Azione cattolica), ponessero il Paese al riparo dall’onda nera che faceva seguito (e i segnali c’erano tutti, provenienti dai sondaggi così come dall’agitazione reazionaria e bottegaia nel momento più buio della pandemia) all’onda gialla del 2018, che aveva visto un agglomerato qualunquistico, come i 5 Stelle, arrivare a sfiorare il 33% dei voti. Capacità manovriera significherebbe, poi, abilità politico-tattica nel proporre una coalizione di governo dotata di un programma credibile.

Nulla di tutto questo. Il Pd di Letta e Franceschini si è sdraiato sul governo Draghi, nato da un’operazione di palazzo propiziata dal loro stesso ex segretario Renzi, dimenticando che prima c’era stato un governo Conte 2 che non si sarebbe voluto far cadere, e intorno a cui si era andato costruendo un rapporto privilegiato con un Movimento 5 Stelle in via di trasformazione in qualcosa di diverso dallo scomposto agglomerato qualunquistico iniziale. Non un partito di sinistra, certo no – ma una formazione politica che, sia pure perdendo pezzi, confermava il suo radicamento nel Paese, soprattutto in quelle trascurate regioni del Mezzogiorno, delle quali i cacicchi del Pd (vedi De Luca in Campania), con il loro collaudato sistema di potere, stentavano ormai a reggere lo storico malessere.

Una sinistra difficile a farsi

Da Stoccolma a Roma, una cortina reazionaria sta calando sull’Europa. Si potrebbe parafrasare il celeberrimo ammonimento di Churchill sulla cortina di ferro per dare un contesto più organico e completo alla vittoria della destra in Italia. Quanto è accaduto domenica, infatti, non è l’effetto di insipienze e pasticci di dirigenti incapaci o inadeguati; tanto meno l’effetto di prodigiose campagne elettorali. Certo, è anche questo – ma, come sempre in politica, la soggettività segue l’oggettività, e la fragilità dei vertici è la proiezione di ambiguità ed eclettismi della base sociale. Se continuiamo ad avere questo atteggiamento tipicamente conservatore, per cui la politica la fanno i leader, questo è già un modo per ratificare la vittoria dei postfascisti. Dobbiamo essere di sinistra proprio nella fase dell’analisi e della lettura delle dinamiche sociali; altrimenti, come diceva Albert Einstein, “se continuiamo a fare le stesse cose, accadrà quello che è sempre accaduto”.

In un magnifico film di Luigi Magni, In nome del Papa re, un grande Manfredi che interpreta un abate di curia, parlando con un cardinale alla viglia di Porta Pia, gli dice: “Eminenza, qui non è che finisce tutto perché arrivano i piemontesi, qui arrivano i piemontesi perché è finito tutto”. Cerchiamo allora di capire cosa e dove sia finito tutto prima dell’arrivo dei barbari.

Impressioni elettorali a caldo

Previsioni della vigilia rispettate. Il cartello delle destre vince le elezioni trainato dal partito di Giorgia Meloni che arriva intorno al 25%. Si apre una fase apparentemente scontata – quella del conferimento dell'incarico da parte di Mattarella alla leader di Fratelli d'Italia –, ma il governo di destra-centro che nascerà avrà al suo interno la grossa incognita della sorte di Salvini, che crolla all'8-9%: la Lega lo farà fuori? Berlusconi salva la pellaccia ottenendo un risultato molto vicino a quello leghista. Si conferma un'analisi che vuole Meloni come l'erede del berlusconismo, oltre che del fascismo, e che vede la sua formazione come espressione emergente, ormai, del blocco borghese del Nord, pronto a orientarsi opportunisticamente verso una destra vandeana, guidata da una romana di estrazione popolare.

Per quanto riguarda la "non destra", il Pd, come previsto, non supera il 20%: e si porrà di fatto la questione della segreteria Letta, che ha condotto una inesistente campagna elettorale, oltre ad avere sbagliato il modo di presentarsi alle elezioni. Un fallimento su tutta la linea. Che ha fatto, in gran parte, le fortune di Conte e dei suoi che rimontano, come previsto, fino al 17% circa. Al palo – ma sopra lo sbarramento – resta la lista unitaria tra i verdi e la sinistra di Fratoianni.

Linke e non più Linke: il discorso di Sahra Wagenknecht

In Germania la Linke da tempo non navigava in buone acque. Segnali estremamente preoccupanti erano già venuti l’anno scorso da una tornata elettorale, che...

Sanità pubblica, cos’è?

Il mondo intero ha vissuto una pandemia lunga quasi tre anni, descritta come avvenimento epocale non solo per l’entità e la gravità dell’infezione, ma anche per le riflessioni che ha suscitato sugli stili di vita, sui modelli di crescita e di socialità – assieme a quelli complessivi circa libertà, autorità e democrazia. Ma, nell’Italia che si avvia alle elezioni, i temi del Covid-19 e della sanità sono scomparsi. Nessuno ne parla, dopo quasi centottantamila morti e la crisi terribile che le strutture sanitarie hanno dovuto subire fra il 2020 e il 2022. Tutto sembra essere alle spalle e, al limite, viene descritto come un brutto periodo dal quale si è usciti con la classica tenacia degli italiani, grazie alla loro voglia di tornare a vivere e divertirsi. Questo è il livello del nostro dibattito pubblico sul virus e sulla sanità.

La pandemia e la drammatica crisi della sanità nel nostro Paese potevano e dovevano essere l’occasione per riflettere sull’idea di pubblico per le sinistre, soprattutto in campagna elettorale. Nessuno lo sta facendo – e ciò è paradigmatico della povertà politico-culturale di una compagine politica. Eppure, in Italia, abbiamo vissuto, specialmente nei primi mesi della pandemia, momenti tragici. Da varie testimonianze, sappiamo come – soprattutto in Lombardia – vi siano state famiglie che hanno dovuto scegliere quale familiare ricoverare, perché la disponibilità di posti letto non era sufficiente a curare tutti. In quelle famiglie, i vecchi hanno scelto di morire a casa per far ricoverare in ospedale chi era più giovane.