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Lo strano ritorno dell’Unione Sovietica

Prima di entrare in un conflitto bisogna capire le ragioni dell’altro, e sarebbe meglio se a farlo fossero entrambi i possibili belligeranti. Provando a...

La scomparsa di Desmond Tutu, alta coscienza del Novecento

Un funerale in assoluta semplicità, solo con i garofani della sua famiglia e le poche persone, un centinaio, ammesse dalle normative dovute alla pandemia....

Bergoglio a Cipro e in Grecia

Il viaggio di papa Francesco a Cipro e in Grecia ha un significato evidente e diverse implicazioni che lo sono meno. Il significato evidente sta nel confronto con il patriarca cipriota che, dopo l’annuncio della decisione del papa di accogliere in Vaticano cinquanta migranti bloccati a Cipro, ha detto, con riferimento al trafugamento di beni archeologi da parte dei turchi: “In passato abbiamo avuto modo di esprimere la stessa richiesta a papa Benedetto, che, di fatto, ha mediato presso il governo tedesco e siamo riusciti a riportare cinquecento frammenti della nostra cultura bizantina (trafugati dai turchi, ndr). Attendiamo con impazienza anche il suo aiuto, santità, per la protezione e il rispetto del nostro patrimonio culturale e per la supremazia dei valori incalcolabili della nostra cultura cristiana, che oggi vengono brutalmente violati dalla Turchia”.

Ma se le rivendicazioni perdono la capacità di comprensione delle altre rivendicazioni, nessuna di esse avrà più senso. Perciò Francesco, in questo momento di centralità delle più varie pretese, incapaci di riconoscere un valore primario a loro superiore (da quelle dei “no vax” a quelle di chi, pur affermando la decisiva funzione del vaccino, lo ha negato a coloro che non possono pagarlo, creando così le condizioni per la diffusione globale del virus mutato) è andato in Grecia – culla dell’Occidente, della polis e della democrazia – e a Cipro, punto di diffusione verso l’Oriente del cristianesimo, per dire che il metro che consente di dare un valore a ogni rivendicazione è quello dei profughi: negare il diritto all’asilo a chi fugge dall’Afghanistan dei talebani, dalle milizie di persecuzione confessionale che ancora tormentano yazidi, curdi, oltre a molti arabi e africani, può segnare il naufragio della nostra civiltà.

Interpol, quando si dice l’uomo giusto al posto giusto

Quando molte cose ci erano più chiare, si diceva che i nomi sono conseguenza delle cose. Diventa così curioso notare come petromonarchi del Golfo e iraniani, in guerra perpetua tra loro, si ritrovino ognuno per proprio conto dietro lo stesso nome: Raisi. Raisi è infatti il nome del nuovo presidente dell’Iran, con eccellenti record nella repressione e nella violazione dei diritti umani, e al-Raisi è quello candidato e portato dai petromonarchi alla presidenza dell’Interpol. Anche lui è accusato di torture. La novità che interviene al suo riguardo è che, per essere eletto, ha dovuto ottenere copiosi consensi, visto che il presidente dell’Interpol (la cui sede centrale è a Lione, in Francia) viene eletto dai delegati dei diversi Paesi aderenti con una maggioranza qualificata, nel suo caso con il 68,9%. Ahmed Naser al-Raisi ha sì avuto bisogno di tre votazioni per farcela, ma alla fine è passato: ispettore generale del ministero degli Interni degli Emirati arabi uniti, assumerà ufficialmente la presidenza dell’Interpol nel 2022.

A suo carico non ci sono solo le parole di due cittadini europei, detenuti in passato negli Emirati arabi uniti, che lo accusano di averli fatti torturare. Ha scritto Luigi Mastrodonato su “Wired”: “La vicenda forse più nota a livello internazionale è quella di Ahmed Mansoor, attivista per i diritti umani arrestato prima nel 2011 e poi di nuovo nel 2017 per “offesa allo status e al prestigio degli Emirati arabi uniti e dei suoi simboli, compresi i suoi leader”. L’uomo, che tramite un blog e i social network denunciava le violazioni dei diritti umani nel Paese, aveva firmato diversi appelli per riforme politiche e negli ultimi anni ha ricevuto molti premi internazionali per il suo attivismo che non ha potuto ritirare prima a causa del ritiro del passaporto, e poi perché sta scontando una condanna di dieci anni di carcere. Gli attori internazionali governativi e non governativi non hanno mai perso di vista questa storia: lo scorso settembre il parlamento dell’Unione europea ha approvato l’ennesima risoluzione di condanna degli Emirati. E Il Gulf Centre for Human Rights ha presentato una denuncia in Francia proprio contro il nuovo presidente dell’Interpol, accusandolo di “atti di tortura e barbarie” nel caso Mansoor.

Sul “fine vita” e l’io sovrano

Il cardinale Carlo Maria Martini meritava la fama che ha avuto e che ha. Tra i motivi di questa sua fama, c’è senza dubbio...

Il cattolicesimo polacco e il dramma dei profughi

Il 7 ottobre 2017 un milione di polacchi pregò, stringendo il rosario in mano, formando una catena umana lungo i confini della Polonia. L’intenzione era trasformare quelle corone mariane in una difesa dei patri confini dai migranti musulmani, che minacciavano il Paese dalla Bielorussia. Qualcuno parlò di rosari idealmente trasformati in filo spinato. Immagine forte, che alcuni storici manifesti croati peraltro rievocano da tempo: lì si può vedere il rosario steso come un filo rosso lungo i confini della Croazia, Antemurale Christianitatis, cioè baluardo della cristianità contro i musulmani, gli ottomani. 

La visione dunque è diffusa in quelle regioni dell’Est Europa; e val la pena di ricordare che, a promuovere l’iniziativa polacca, fu “Radio Maria”, epicentro del cattolicesimo nazionalista che aveva, negli anni terminali del suo pontificato, contestato duramente Giovanni Paolo II per le sue iniziative favorevoli al dialogo interreligioso, così come per il suo favore alla scelta europea che a “Radio Maria” non piaceva, in quanto lesiva della “cattolicità polacca”. Si arrivò allora alla mobilitazione del 7 ottobre 2017, e non è difficile ricordare l’imbarazzo di alcuni, la contrarietà di altri, come pure l’appoggio di molti vescovi. Il presidente dei vescovi polacchi, però, minacciò di sospensione a divinis tutti i religiosi che si erano lasciati coinvolgere nell’iniziativa.

Il Sudan ritorna al mondo di ieri

Che cosa è successo in Sudan? Quel che avevano detto i gruppi di attivisti e sindacati impegnati nella rivoluzione che voleva costruire la democrazia a tappe a Khartum: “C’è aria di golpe, ma un ritorno al passato sarà impossibile”. La troika che ancora decide i destini del Sudan – Arabia Saudita, Egitto ed Emirati arabi uniti – deve aver ritenuto che l’aria di golpe era autentica, visto che a progettarlo erano loro stessi, ma sull’impossibilità del ritorno al passato ci si sarebbe chiariti col tempo. D’altronde uno scenario analogo è stato impostato in Tunisia, con il “colpo di mano” del presidente Saïd. I grandi sommovimenti del 2011 e del 2019 sono alle spalle; e appunto i loro simboli vincenti – cioè Tunisia e Sudan – dovevano diventare i simboli evidenti di un ritorno al mondo di ieri.

I tempi probabilmente erano maturi anche per motivi interni al Sudan: c’era infatti l’ipotesi di un passaggio, di qui a un mese, della guida del governo a un esponente non più dei militari ma dei civili. Un fatto storico per un Paese governato ormai da decenni dai militari. Ma questo non basta a capire. Il grande riassetto è regionale, e non parte solo da questi due golpe, passa anche dalla prospettata riammissione di Bashar al-Assad nella Lega araba e dall’individuazione di un punto di “compromesso” in Iraq. È il supposto “processo di pace” tra sauditi e iraniani, che vorrebbe arrivare a dare almeno una degna sepoltura ai non molti yemeniti rimasti in vita.

Al-Sisi: siamo tutti per il modello cinese

"Approccio dittatoriale". Sono le accurate parole che il presidente egiziano al-Sisi ha scelto per definire la visione di quei Paesi che gli chiedono di...

Bergoglio e Greta, diversi ma uniti nella lotta

All’inizio di ottobre quasi tutti i grandi giornali hanno riportato le parole di Greta che a Milano ha concluso la grande mobilitazione Youth4Climate: “Il cambiamento verrà dalle strade, da noi, non dalle conferenze. La speranza non viene dal bla bla bla dei politici, non viene dalla mancanza d’azione e dalle promesse vuote. La speranza siamo noi, la speranza c’è quando le persone si mettono insieme per un obiettivo comune. Abbiamo tutto il diritto di essere arrabbiati, di scendere in strada e chiedere il cambiamento, che non solo è possibile ma anche urgentemente necessario. Vogliamo cambiare le cose e chiediamo che le cose cambino”.

Poche ore dopo, invece, non molte testate nazionali hanno riferito quando detto da papa Francesco in un videomessaggio trasmesso in diretta ad Assisi e nelle altre quaranta città del mondo dove si concludeva l’incontro mondiale “The Economy of Francis”, costruito con giovani economisti e ricercatori: “Oggi la nostra Madre Terra geme e ci avverte che ci stiamo avvicinando a soglie pericolose”. E voi – ha detto ai giovani – “siete forse l’ultima generazione che ci può salvare: non esagero”. Servono “la vostra creatività e la vostra resilienza” per “sistemare gli errori del passato e dirigerci verso una nuova economia più solidale, sostenibile e inclusiva”.

Bergoglio e Orbán

Un impegno molto fastidioso, ma comunque importante per chi si occupa dei viaggi del papa, è quello di seguire lo scambio di doni tra lui e i capi di Stato o di governo che incontra. Noioso, ma a volte molto indicativo. È questo certamente il caso del dono ricevuto da Francesco nell’Ungheria di Viktor Orbán, dove si è recato per concludere il Congresso eucaristico internazionale. Dopo l’atteso incontro tra i due uomini, che non hanno mai nascosto quanto si sappiano distanti l’uno dall’altro, il premier ungherese non solo ha detto di aver chiesto al papa di non lasciare che il cristianesimo ungherese perisca – come se in Ungheria ci vivesse Bergoglio e non lui –, ma ha fatto di più. Il suo ufficio stampa ha fatto sapere che “Orbán ha dato come regalo una copia della lettera che il re ungherese Béla IV, nel 1250, aveva scritto a papa Innocenzo IV, in cui chiedeva l’aiuto dell'Occidente contro i bellicosi tartari che minacciavano l’Ungheria cristiana”.

Un bel regalo, sul quale non si è scritto abbastanza. Orbán forse pensava che in Vaticano avessero perso quella lettera? A pensarci un po’ su, è come se a un papa in partenza per un viaggio apostolico in Germania il sindaco di Roma, recandosi a salutarlo all’aeroporto prima della partenza, gli portasse un dipinto raffigurante il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi. Quel dono ha indicato la distanza tra il papa e Orbán: da una parte un religioso che vive nel tempo, nella storia, e, dall’altra, un politico che parla ai suoi del loro Paese come se fosse un castello senza finestre, in cui i fatti di un millennio fa sono i fatti di oggi.