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Il papa accoglie Kerry e zittisce la Chiesa americana

L’udienza privata concessa da papa Francesco a John Kerry, inviato speciale dell’amministrazione Biden per il clima, è molto interessante in sé: non tanto perché...

La fine del fondamentalismo islamico osteggiata dai neo-manichei

Discendente del più importante ayatollah della storia contemporanea dello sciismo, l’accademico al-Khoei, nei giorni scorsi, ha reso noto in un’intervista al sito alarabyah.net che...

Migranti: da Minniti a Draghi nulla è cambiato

C’è un numero di passaporto intorno a cui l’Italia oggi dovrebbe discutere per chiarirsi le idee su come il nostro Paese affronti – coerentemente, da almeno cinque anni – la questione “migranti”. Intanto è bene chiarire che si è trovato il modo per definirli tutti “migranti forzati”. Mi sembra l’unica definizione corretta e li chiamerò così. Ma veniamo al numero: G52FPYRL; è quello del passaporto di Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, il potente capo della guardia costiera libica ospitato nel 2017 in Italia, quando al Viminale c’era Minniti, per quei negoziati che dovevano avviare a soluzione la questione del controllo delle coste libiche.

Accusato di essere un trafficante di uomini, di petrolio e di armi, Bija dichiarò che quello era il suo passaporto, con il quale era entrato in Italia, con tanto di visto. La circostanza fu smentita dal governo Conte 2, che negò che fosse quello il documento di Bija. Se era venuto in Italia, ci era venuto da clandestino. Ora, però, è l’Interpol a confermare che si tratta proprio del numero di passaporto di Abd al-Rahman al-Milad detto Bija, nel frattempo scarcerato a Tripoli, dopo alcuni mesi di detenzione per i reati citati, quale eroe nazionale. Subito dopo è stato promosso. La sigla compare nel documento con cui l’Europa rinnova le sanzioni contro di lui, congelandone i beni in patria e all’estero.

Destra e sinistra, il riduttivo bipolarismo delle libertà

Sono pericolose le idee cardine dell’illuminismo? Per me no, non lo sono, al contrario sono belle: ma so anche, come tutti, che l’evoluzionismo – certo più plausibile del creazionismo – ha condotto molti alla ricerca dell’anello mancante tra l’uomo e la scimmia, agli studi di fisiognomica e a parecchio altro che ha alimentato il razzismo. Anche il decantare i canoni estetici classici diede una mano. Il pensiero razzista, tuttavia, ebbe al tempo stesso la radice opposta, quella che originò dal pensiero romantico e dal mondo credente, attraverso miti e simboli. Ora che le acque si sono calmate, o che il tempo è trascorso, siamo consapevoli di tutto questo e possiamo non solo dirlo ma anche allontanarci da queste derive, dalle derive del pensiero rigido.

La polarizzazione – l’abbiamo conosciuta dopo la seconda guerra mondiale – ha visto la destra riorganizzarsi mediante un irrazionalismo abbarbicato attorno al tradizionale “Dio, patria, famiglia”: era lo slogan di un blocco di potere clerico-fascista basato su una visione piramidale e patriarcale della società. Dall’altra parte è emersa una “contestazione” che ha fatto dei diritti civili il vessillo con cui scardinare quel blocco. Questa visione rivendicava i diritti dell’uomo, quell’altra parlava dei diritti di Dio. Poi? Poi è arrivato un nuovo potere, il consumismo. Lo ha colto meglio di tutti Pier Paolo Pasolini in Lettere luterane: “Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere. Per queste ragioni sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci”.

Dopo il video su Regeni, il suo non può restare un...

Il cosiddetto documentario su Giulio Regeni, fatto con ogni evidenza dai servizi egiziani, contiene dei livelli di pregiudizio e disprezzo in cui non voglio entrare, per una sorta di pudore misto a orrore. Ma proverò comunque, edulcorando un po’, a spiegare perché, a mio avviso, è un documento importante per noi, al fine di cogliere i lati deboli della nostra psicologia collettiva, sui quali chiaramente il video lavora. Anche per il senso di fastidio umano e civile che ispirano alcune delle tesi esposte, non farò alcun nome, omettendone il dato più sconvolgente. Mi limiterò a individuare i messaggi subliminali inviati agli egiziani e a noi, la tesi di fondo e il significato dell’operazione.

Cominciamo dai messaggi, così chiari da potersi definire “veleni evidenti”. Il messaggio che reputo indirizzato agli egiziani viene spiegato all’inizio. La voce narrante accompagna colui che interpreta Regeni, ripreso mentre arriva all’aeroporto del Cairo, soffermandosi con enfasi sui nomi dei vari paesi che ha visitato, per poi indugiare, facendo una lunga pausa dopo aver pronunciato con enfasi particolare il nome dell’ultimo paese citato: Israele. Successivamente, si vede Regeni arrivare a casa e prepararsi il suo caffè preferito: “un caffè americano”. Il dettaglio è incredibilmente lungo, protratto e ripetuto sin quasi al ridicolo. Va bene, prende un caffè americano, e allora? Insieme al dettaglio precedente, l’aver visitato Israele, si intende coinvolgere lo spettatore egiziano, veicolandogli un messaggio subliminale. Serve spiegare? Sì: e lo fa un italiano che accetta di completare la tesi nel più forzato dei modi. Si presenta in termini davvero “esuberanti” l’università per la quale lavorava Regeni, Cambridge. La tesi è che Cambridge sia una “notoria fabbrica di spie”. È il messaggio interno, sembra chiaro.

Bergoglio: incipit sul sinodo

Da sei anni Francesco chiede con fermezza e chiarezza un sinodo della Chiesa italiana. Sinodo è parola centrale nel pontificato di Francesco, il papa...

Erdogan e il tabù del genocidio

Si potrebbe dire che alla Casa Bianca hanno avuto bisogno dei famosi “tempi biblici” per rendersi conto che quello degli armeni fu genocidio, visto...

Superlega, una questione di immagine

Si chiama Superlega. Anche i non appassionati di calcio sanno ormai che si chiama così il terremoto che dovrebbe creare una nuova competizione europea...

Bergoglio parla al mondo economico-finanziario

La lunga stagione dei teocon è proprio finita. Per quanto non abbiano mai conquistato la dottrina sociale della Chiesa, hanno pesato moltissimo sulla sua...

Hans Küng, il teologo che rifiutava il pensiero rigido

Lo hanno definito un eretico. In effetti è difficile pensare dove sarebbe il pensiero, l’umanità, senza eretici. Ma allora Hans Küng è stato anche un restauratore, visto che è stato tra i primi artefici del Concilio Vaticano II, che ha riportato nell’oggi il Verbum Domini al posto del Dictatus Papae. Eppure anche nel famoso Dictatus Papae, cioè nelle ventiquattro affermazioni di principio redatte da Gregorio VII, la parola “infallibile” non c’è.  Vi è affermato il potere assoluto del pontefice romano, la sua supremazia sulle gerarchie della Chiesa, il diritto di deporre gli imperatori, il suo solitario diritto che tutti i prìncipi gli bacino i piedi, e tanto altro. Ma la parola “infallibile” non c’è. La questione merita di essere citata prima di tante altre, a mio avviso più importanti, perché ha segnato la vita e la notorietà di Hans Küng, che per aver contestato quella infallibilità, frutto recente, si vide tolto il diritto all’insegnamento di teologia cattolica da Giovanni Paolo II.

Per fortuna, nostra e di Hans Küng, non insegnava in Italia, dove l’insegnamento della teologia è possibile solo nelle università pontificie. Insegnava in Germania, nella pubblica università di Tubinga, e con la creazione di un nuovo istituto insegnò teologia ecumenica. E divenne famoso come “il ribelle”. Eppure un grande gesuita, padre Gian Paolo Salvini, direttore di “La Civiltà Cattolica”, ha chiarito in cinque punti come stanno le cose: 1) Quello che stabilì il Concilio Vaticano I è superato;  2) il Vaticano I ha conferito al romano pontefice “un riverbero quasi divino…, come se il papa fosse un’entità quasi trascendente”; 3) di conseguenza nella Chiesa serpeggia un “infallibilismo”, “tipico in qualche modo della mentalità cortigiana”, fino a giungere a una vera e propria “papolatria”; 4) la “pura dottrina dell’infallibilità”, invece, impone che il papa è infallibile solo se pronuncia ufficialmente un dogma. Per tutto il resto c’è il punto 5. Eccolo: pur con il rispetto dei “figli verso il padre”, anche nella Chiesa c’è libertà di critica.