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Il diavolo sulla pelle degli ucraini

Ieri, 2 maggio, ho seguito buona parte del programma di Michele Santoro sulla guerra in Ucraina e ho capito che il problema che ci...

A proposito di due lettere al papa sulla guerra

Un soldato di religione ortodossa, ucraino, sotto assedio a Mariupol’, ha scritto al papa. Una lettera toccante, però anche inquietante. Perché non ha scritto al segretario generale dell’Onu? Probabilmente perché, come tutti, sa che l’Onu è una non realtà. Poco dopo, al papa ha scritto anche Lucia Annunziata, dalle colonne della “Stampa”. Di certo Annunziata ha ritenuto di esprimere idee di persone che non pongono la fede al centro del loro percorso. A maggior ragione, viene spontaneo domandarsi: e allora perché non rivolgersi al segretario generale dell’Onu, o al presidente del suo Paese di residenza? “Faccia qualcosa” – è questa la sostanza che emerge da entrambe le lettere. Quasi che ciò che ha fatto sia già sparito, con tutto quel che ne è seguito. E che cosa ha fatto? Ha semplicemente scelto di affidare la Croce, in occasione della tredicesima stazione della via crucis del venerdì santo, a una donna ucraina e a una donna russa. È quella, infatti, la stazione della deposizione dalla Croce. Apriti cielo!

La risposta più diffusa, giunta non solo dai Paesi più direttamente coinvolti, è stata: “Equipara il non equiparabile”. Oppure: “Mette sullo stesso piano il dolore della vittima e il dolore del carnefice”. Già, sullo stesso piano. Ma solo questa equiparazione scandalosa ha consentito a un volto russo di riconoscere il dolore ucraino, chiamato e definito come tale. Eppure di questo riconoscimento – che è negato dalla Russia e sta all’origine del conflitto – si è detto poco. E se il soldato ucraino non lo cita è comprensibile, perso com’è nell’agghiacciante realtà di Mariupol’. Ma questo accade anche perché i vertici delle Chiese ucraine non lo hanno fatto risuonare fin laggiù. Comprensibile. Meno comprensibile è il nostro sorvolare, bisognoso piuttosto di un papa Superman che va a fermare la guerra, o forse il diavolo, che lì si manifesta e ci tormenta.

Diritto alla resistenza. Un dialogo

In una recente e persuasiva risposta, Rino Genovese mi ha fatto notare che, in un precedente articolo per “terzogiornale”, avevo scritto che il nostro problema è non credere più: ma se davvero il problema fosse che non crediamo più in nulla – ha osservato –, allora avrebbe ragione il patriarca di Mosca, che giustifica la guerra dicendo che la legge di Dio è sfidata dall’Occidente, e per questo essa va combattuta e vinta. All’opposto, si potrebbe contraddirlo dicendo che la volontà di Dio, la sua vera legge, ci chiedono di sconfiggere Putin. Ma non si crede soltanto in Dio, che non sapendo se esista si può solo “credere che esista” o “credere che non esista”. Altrettanto può valere per la libertà, per l’uguaglianza, per la fraternità. Esistono? Forse non esistono, o potrebbero esistere se noi crediamo che esistano e che possano esistere, o addirittura che debbano esistere. Si crede, o non si crede, oltre che in Dio, in molte altre cose. Questa guerra, come spesso accade con le guerre, ci pone purtroppo davanti alla domanda: in che cosa crediamo?

Da tempo il dibattito principale, molto ideologico, riguarda una domanda: è giusto o sbagliato armare gli ucraini? La discussione è ideologica perché pochi l’hanno riferita a un caso concreto: un signore, residente a Mariupol’, si trova i tank russi non distanti da casa. È giusto mandargli un’arma idonea a respingere l’assalitore? La questione diviene ideologica quando si esce dal contesto materiale e si entra in quello immateriale. Perché è arrivato quel carro armato? Cosa ha fatto il governo del Paese in cui quel signore risiede per provocare l’aggressore? Quale imperialismo ha mosso il tutto? Ciò è importante, anzi importantissimo, ma appartiene al mondo delle idee, le nostre. Tutti vorremmo conoscere la verità, ma abbiamo idee diverse al riguardo, nessuno di noi conosce la Verità. L’unica che conosciamo per certa è quella del tale signore con il carro armato davanti a casa.

Pace o guerra? Una replica a Riccardo Cristiano

No, caro Riccardo, non direi che la ragione per cui in Occidente non ci si appassioni più di tanto a questa guerra – e, da parte di alcuni, si voglia mettere a essa uno stop al più presto, anche al prezzo di una resa di Zelensky e dei suoi – sia da ricercare nel fatto che “noi” non crediamo più in nulla (il che darebbe ragione alla propaganda di Putin e a quella del suo fustigatore dei costumi, il patriarca di Mosca). Sono piuttosto le forti preoccupazioni per un allargamento del conflitto, e per il rischio di scivolare in una guerra mondiale, che fanno propendere coloro che amano la pace verso una sua rapida risoluzione, anche a costo di preferire che il Paese aggredito perda una parte delle proprie città e dei propri territori. La battaglia per la battaglia che senso avrebbe? E che cosa potrebbe mai significare, per gli ucraini, “vincere” la guerra se non sedersi comunque a un tavolo per cercare di raggiungere un compromesso, oggi, dopo la loro resistenza, in una situazione meno sfavorevole di quella in cui si sarebbero trovati se si fossero sottratti allo scontro? A essere in gioco, però – e questo deve esserci chiaro –, è un urto tra nazionalismi. In Ucraina, ancor più che in Russia, esiste una corrente di opinione, una voce contraria alla guerra, disposta velocemente a porvi fine?

Su queste colonne ho sostenuto la necessità di inviare armi all’Ucraina – ma per costringere la Russia, in un soprassalto di realismo politico, a trattare. Non si tratta di battersi, con il coltello tra i denti, per i propri “valori”, per la democrazia e la libertà, che possono essere anche soltanto vuote parole; si tratta della ricerca di una via negoziale, nelle mutate circostanze, che sono quelle conseguenti all’aggressione russa. In questo senso gli aiuti, da parte dell’Occidente – a parte quelli umanitari, che devono essere senza limiti e ad ampio raggio –, dovrebbero essere subordinati alla certezza che in Ucraina non prevalga una linea ultranazionalista, quella espressa dal famigerato battaglione Azov (che, da gruppo paramilitare che era, fu integrato a pieno titolo nelle forze armate regolari).

La guerra e il nichilismo dell’Occidente

Stiamo perdendo senza neanche saperlo? Sembrerebbe di sì, come cercheremo di dimostrare seguendo un percorso logico a partire da “noi”, perché la guerra la stiamo perdendo culturalmente “noi” non la sta vincendo Putin. Vi sono operanti tre filoni culturali rappresentati attraverso tre noti commentatori. Il primo è quello offerto dalla presenza del professor Alessandro Orsini. Lui, anche al di là di quanto dice, è il rappresentante di un pensiero che ci invita a considerare le nostre “colpe” nel processo che ha portato alla guerra. È qualcosa che incontra una diffusa sensibilità cattolica, la quale antepone a tutto il “confessare i propri peccati”, e una sensibilità ex comunista, che antepone a ogni cosa la malvagità della Nato. Entrambe le posizioni – confessare le proprie colpe e ritenere malvagia la Nato – hanno un fondamento nella realtà, un senso.

Il secondo filone lo identificheremo con il direttore di “Libero”, Alessandro Sallusti, che ci invita a prendere atto della realtà del qui e adesso: come non vedere la barbarie delle azioni compiute oggi da Putin? Anche questa posizione ha un senso, essendo evidente che si riferisce a un dato che vediamo ogni giorno in diretta tv.

Il patriarca di Mosca, una teologia al servizio di un impero

La prima voce che si è levata a sostegno delle tesi espresse dal patriarca di Mosca, Kirill, secondo il quale in Ucraina è in atto una guerra tra lo spirito russo e l’Occidente corrotto, è stata quella dell’ayatollah Khamenei. Il fatto che il primo sia un cristiano ortodosso e il secondo la guida della rivoluzione islamica iraniana non deve sorprendere: entrambi esprimono un pensiero apocalittico e teocratico. Che si esprima da una prospettiva islamica o da una prospettiva cristiana, cambia qualcosa, ma il pensiero di fondo resta lo stesso. Decisiva, usando una terminologia teologica, è la resistenza all’Anticristo, che il patriarca moscovita vede prendere forma nel “mondo russo”, quello che la sua Chiesa rappresenta e il Cremlino guida.

Lo spirito russo è quello del “mondo russo”, con una capitale politica, Mosca, una capitale spirituale, Kiev, dove la Rus’ si convertì, con una Chiesa che è quella moscovita. Essa esprime lo spirito proprio di Russia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Kazakistan. Dunque quella di Kirill è una Chiesa etnica, non una Chiesa universale, e incarna la missione di un popolo. Per questo non può concedere un centimetro di suolo del “mondo russo”, che sotto la guida del suo presidente deve combattere le forze del Male rappresentate dall’Occidente liberale e corrotto. L’esportazione della rivoluzione iraniana ha intenti analoghi: mira a unire tutto l’islam per consentire, dopo di ciò, la vittoria celeste. Ma la visione di Kirill è contestata dalla teologia ortodossa che, con il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, ha riconosciuto la Chiesa ucraina indipendente, e per questo è stata scomunicata da Mosca con tutte le altre Chiese ortodosse che l’hanno seguita. Analogamente, la teologia sciita non khomeinista ritiene che la conquista dell’islam sia un’eresia finalizzata a ricreare l’impero persiano. Il fondamentalismo sunnita è l’opposto analogo, e ha avuto espressioni teologiche chiare, come quella wahabita.

L’Ucraina, la Siria e i corridoi umanitari

Difficile organizzare idee razionali sotto fatti emotivamente forti come quelli di questi giorni. Si rischia di farsi travolgere dalle passioni, dalle emozioni, che sarebbe più giusto chiamare in-mozioni, con riferimento a ciò che il mondo esterno ci fa esplodere dentro. Proverò così a liberarmi della rabbia che ho dentro, respirando in profondità. Limitandomi a esporre un pensiero “freddo”. Ma della mia rabbia devo dire che c’è, e riguarda chiunque tifi per la pace pacifista o la guerra bellicista, ma con il sacrificio degli altri, dal suo sofà. Siccome io, personalmente, sono figlio di un partigiano combattente, deportato in Germania, devo premettere che queste due tifoserie sono lontane da me.

Il mio pensiero “freddo” non può che partire da una parola che non possiamo bandire dal nostro vocabolario, perché corrisponde a qualcosa di reale: la parola è “terrorismo”. Creando la famosa war on terror i neoconservatori, ai tempi di George W. Bush, ne hanno fatto un’ideologia. Arrivando ad ammettere danni, ma “danni collaterali”, mentre si combatteva quella war on terror. Le vittime civili non erano più vittime, ma, appunto, danni collaterali. I terroristi poi non venivano uccisi, ma “eliminati”. La storia di chi per tanti motivi finiva nella loro rete apocalittica è stata rimossa a priori, sempre. Questo punto di vista non può esserci, perché comunque “terrorista”. Ciò ha giovato al terrorismo ideologico, che esisteva, esiste e sceglie l’Apocalisse, l’idea di creare uno scontro sempre più forte e totale da condurre alla fine del mondo, e quindi alla giustizia divina.

Le cause di una guerra

Davvero la Russia ha temuto la Nato alle porte di casa? O ha temuto, piuttosto, che la libertà dei vicini potesse causarle un contagio?...

Tra la Russia e la Nato una partita che riguarda l’Europa...

Nelle ore in cui il presidente turco, Erdogan, è a Kiev, per firmare importanti accordi bilaterali e tentare una mediazione tra il suo interlocutore ucraino e il suo omologo russo, vale forse la pena di ricordare che la Turchia è ancora un membro della Nato. Un’adesione sempre più problematica, visto che Erdogan ha maggiore familiarità con Putin, e vorrebbe importarne la ricetta politica nel suo Paese al fine di portare a casa l’ennesima rielezione l’anno prossimo. Un mediatore più amicale Putin non poteva trovarlo. I due hanno consolidata esperienza di spartizione mediorientale, cresciuta nel tempo, da quando Ankara e Mosca furono sul punto del baratro diplomatico per via di quel mig russo, diretto in Siria, abbattuto da Ankara perché sconfinato sui propri cieli.

Le ambiguità, del resto, non hanno salvato la Turchia dal corrente disastro economico, ma potrebbero tornare utili a tutti in questo momento, così da trovare il bandolo per parlarsi e uscire dallo stallo ucraino. Questo stallo non riguarda solo l’Ucraina: ha come posta in gioco l’intero assetto della sicurezza europea, com’è stato definito tra le parti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La questione riguarda tutta l’Europa, anche questa Italia più attenta al festival di Sanremo che alle vicende internazionali, quasi che la nostra sicurezza non ci riguardasse. Non è così; e l’uso spregiudicato della carta “forniture del gas russo”, oggi quasi in regime di monopolio, dovrebbe dimostrarlo a tutti i cittadini-telespettatori.

Lo strano ritorno dell’Unione Sovietica

Prima di entrare in un conflitto bisogna capire le ragioni dell’altro, e sarebbe meglio se a farlo fossero entrambi i possibili belligeranti. Provando a...