Davvero la Russia ha temuto la Nato alle porte di casa? O ha temuto, piuttosto, che la libertà dei vicini potesse causarle un contagio? Nella guerra di propaganda che infuria, non avrebbe senso aggiungersi al coro. Invece sarebbe importante cercare di leggere quello che accade partendo da un fatto. E il fatto è che siamo davanti all’invasione di un Paese europeo e sovrano da parte di una superpotenza nucleare. Va detto con chiarezza, perché è chiaro, a differenza delle sue cause che sono molteplici, e la cui lettura può differire, anche di molto, come indicano le due alternative proposte all’inizio.

Ma questo fatto non è l’unico. La guerra non è scoppiata nel giorno in cui i blindati russi sono entrati in Ucraina. La guerra è già con noi da anni. E l’unico leader mondiale che lo ha ricordato, all’Angelus di ieri, è papa Francesco. Se non capissimo questo, potremmo definire quanto è accaduto, con l’ingresso russo in Ucraina, come l’11 settembre europeo. E forse lo è – ma solo perché non abbiamo creduto che la guerra mondiale, combattuta “a pezzi” e fuori dal nostro continente, era già in atto. Emergono qui due elementi decisivi per schierarsi: la Russia è parte attiva, e in forme torbide in quasi tutti i pezzi di questo conflitto, l’Europa invece se n’è lavata le mani.

Serve dunque un approccio globale, a partire proprio dalla tragedia ucraina, il cui peso non può, in alcun modo, essere relativizzato. Questo approccio si potrebbe chiamare “nuovo patto globale”. La concezione – cullata da certi ambienti statunitensi – che fosse finita la storia si è trasformata in un’illusione di potenza capitalista. Sarà pure vero che tutti oggi sono neoliberisti, ma questo neoliberismo non sa governare le richieste dei popoli, solo quelle dei confliggenti oligarchi. Questa incapacità del neoliberismo di governare la presunta epoca post-storica molti l’hanno spiegata con Huntington e la sua teoria dello scontro di civiltà. Le civiltà rimarrebbero in urto ancestrale, pur avendo scelto tutte il sistema liberista.

Questa duplice certezza ha generato una globalizzazione piatta, che ha preteso di fare del mondo un supermercato dai tornelli girevoli per le merci ma non per i loro fruitori; e l’Occidente è divenuto la cassa che non possiede le risorse del sottosuolo (con l’eccezione degli Stati Uniti), ma pretende di esigere lui il pagamento di tutto. Questo patto è andato in frantumi; e l’Occidente ha risposto con la pretesa di limitare a se stesso il rispetto dei diritti umani.

Vladimir Putin è stato il più determinato avversario dell’ordine occidentale, cavalcando il senso di smarrimento di un Occidente talmente iperliberista da divorare perfino se stesso, per proporre la sua visione di potenza. Fondata su un vetero-nazionalismo tribale, ripaga i popoli senza poterne riempire gli stomaci, ma gonfiandone i petti di orgoglio. Un nazionalismo primitivo e ancestrale, che si fa forte dello smarrimento popolare davanti alla globalizzazione piatta, che annulla le specificità dei popoli, e che lui propone di rimettere in urto per ritrovare un ruolo autocratico-dirigista, in buona sostanza illiberale. Il “nuovo patto globale”, di cui si avverte il bisogno urgente, è quello che Francesco ha definito come una “globalizzazione poliedrica”, che non ci riporterebbe ai tempi dei nazionalismi esasperati, ma ci rimetterebbe in marcia verso il multipolarismo.

La teoria della fine della storia ha governato l’approccio sprezzante e denigratorio verso il popolo russo negli anni Novanta e successivi: anni che alcuni hanno definito di saccheggio. L’approccio dello scontro di civiltà ci ha guidato chiudendo le porte davanti a chi fugge da guerre più devastanti di quella ucraina, che non abbiamo ritenuti degni di umanità perché non appartenenti alla nostra civiltà. Ora l’illogicità europea diviene evidente.

Putin ha forse sbagliato la sua nuova guerra, ha perso il controllo della narrativa bellica. Pensava che in poche ore avrebbe catturato i governanti ucraini. E invece si ritrova in una guerra fratricida che i russi non possono capire, e che cementa ulteriormente l’identità ucraina. Si sorprenderebbe se oggi un sondaggio dimostrasse che tutti a Kiev vorrebbero entrare nella Nato? È per questo che la guerra può ritorcersi contro di lui. Più ancora che per le sanzioni, che forse può sopportare, corre il rischio impossibile di massacrare chi, secondo lui, appartiene alla stessa grande madre. Ecco perché le armi che usa e l’intensità distruttiva non sono paragonabili a quelle impiegate nelle guerre cecena e siriana. Non può ridurre Kiev come Grozny o Aleppo est.

La narrativa putiniana ha un’altra incongruenza: se gli ucraini sono privi di un’identità, come si spiega che sarebbero tutti nazisti e tutti drogati? La strategia del capo del Cremlino sta poi riuscendo nell’impensabile: creare l’Europa. Ma la sta creando contro, non per qualcosa. E questo è il limite di tutti i bellicismi. Se l’Europa avesse capito davvero la lezione della storia – quella che invece ha ignorato –, capirebbe che la sua vittoria è la pace, non la guerra. E la pace ha dei costi. Il costo di ammettere che l’Ucraina è occidentale e russa al contempo, che ha una sua identità da rispettare per le sue diversità, così come la Bosnia nei Balcani e altre terre di contatto che si ignorano sempre. Difendere l’Ucraina è difendere le terre complesse, senza pretendere di semplificarle e senza consentire a nessun altro di farlo. Lo spirito europeo è tornato a farsi sentire, ma nella paura, non nella speranza. La speranza è a Kiev, la speranza è nelle migliaia di russi che si sono fatti arrestare per dire “no” alla guerra.

Il problema, più che “dare una onorabile via d’uscita a Putin che gli consenta di salvare la faccia”, come afferma qualcuno, è di convincersi che i russi, non Putin, hanno un ruolo nella storia di domani, e che tutelarlo è il modo migliore per liberarli dalle idee nefaste di Putin e del suo Rasputin, Alexandr Dugin. Chamberlain ha avuto torto ieri, così come hanno torto i suoi nostalgici; ma abbandonare Chamberlain vuol dire sia non temere per i propri termosifoni sia puntare a un progetto inclusivo che valorizzi le diversità. Solo così si può sperare che un giorno la leadership moscovita possa domandarsi se davvero è in atto un complotto, che vede al centro tutti i suoi ex alleati che vogliono entrare nella Nato, o se ciò che accade non è piuttosto la conseguenza di un proprio progetto che non rispetta le differenze.