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Stranezze e dilemmi della guerra russa

1 Marzo 2022 Rino Genovese  2069

Tra i paradossi di cui qualsiasi guerra è intessuta, se ne segnala uno veramente peculiare: si intavolano delle trattative, senza però che vi sia un “cessate il fuoco”. A quanto se ne sa, è la stessa Russia che ha chiesto di riprendere la via negoziale: e le due delegazioni, russa e ucraina, si sono incontrate ieri in una località della Bielorussia. Alla fine dell’incontro, si è anche detto di rivedersi per continuare a trattare. Piccolo sospiro di sollievo ovunque nel mondo – ma intanto l’avventura, cioè l’invasione del territorio ucraino, va avanti, i combattimenti proseguono, e una lunga colonna di mezzi militari avanza verso Kiev.

Ciò che si era già compreso nella fase precedente a questa – quando ancora poteva sembrare che fossero gli americani a esagerare la minaccia –, e cioè che la Russia intendeva trattare con una pistola puntata alla tempia dell’Ucraina, è qualcosa che appare superato: il Cremlino vuole negoziare, sì, ma con un assedio in corso! Sembra fuori dalla realtà. Se l’Ucraina dovesse accogliere oggi alcune delle condizioni mai accettate negli ultimi anni – come per esempio il riconoscimento del dato di fatto dell’annessione della Crimea, nel 2014, da parte della Russia –, perché avrebbe sostenuto l’impatto di un’aggressione? Avrebbe potuto semplicemente evitarlo, venendo subito a più miti consigli.

Il punto è che sono in campo due opposti nazionalismi, di cui uno, per forza di cose, più devastante dell’altro, com’è dimostrato dall’“operazione militare speciale”. Il nazionalismo filoccidentale ucraino è poca cosa rispetto al corrispondente nazionalismo russo. Il quale – oltre che basato sull’arma nucleare, a cui Putin ha già fatto minacciose allusioni – è strutturato ideologicamente nella forma del messianismo della “grande madre russa”. Esiste tutta una dottrina in tal senso. Anche questa paradossale finché si vuole, ma con ricadute nella realtà.

Un’altra delle antinomie che questo nazionalismo si trova a fronteggiare – e senza possibilità di soluzione, essendo rinviato da un polo all’altro del dilemma indefinitamente – è che il suo sistema economico è inchiavardato in quello occidentale. La Russia altro non è che un’espressione del capitalismo. Per la verità, lo era già, nell’essenziale, ai tempi dell’Unione sovietica: ma dopo la sua dissoluzione, con le privatizzazioni e con l’emergere di una élite affaristica legata a filo doppio al potere politico, essa è parte integrante della cosiddetta globalizzazione. Il dilemma in cui il Cremlino si colloca, allora, è il seguente: “coltivo il mito panrusso, la mia differenza imperiale, facendo vedere i sorci verdi all’Occidente, oppure mi acconcio all’interno del suo sistema, quello della più o meno fintamente pacifica compravendita generalizzata?”. Oggi è questo il nodo: quanto a lungo potranno reggere gli oligarchi disturbati nei loro affari? Il fattore tempo è essenziale per Putin, che non può permettersi una guerra lunga. E perciò la resistenza dell’Ucraina è decisiva.

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Archiviato inEditoriale Ucraina
Tagsguerra nazionalismo Rino Genovese Russia tavolo trattative Ucraina Vladimir Putin

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