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Piccola lunga storia di Giorgia Meloni

Tra le peculiarità e le stravaganze a cui la politica italiana ci ha abituati, c’è adesso quella della candidatura di una donna dell’estrema destra di estrazione fascista alla presidenza del Consiglio. Sarà una distorsione o, se si vuole, un capovolgimento del femminismo; ma, come ha messo in luce Anna Loretoni su “terzogiornale”, è comunque lei la prima a “tagliare il traguardo”. Non c’è stata nessuna finora, nel “mondo progressista” (per usare un’espressione volutamente vaga), che abbia raggiunto posizioni di leadership tali da rendere ipotizzabile un suo accesso a palazzo Chigi. Ciò accade invece a Giorgia Meloni: ed è, come vedremo, il punto di approdo di una storia di lungo periodo, che rende l’Italia un caso a sé (a differenza della Francia, per esempio, dove pure la persistente candidatura di Marine Le Pen alla presidenza della Repubblica ha visto, negli anni, la presenza di figure femminili di tutt’altro segno nella competizione elettorale).

Nel fascismo storico, come si sa, le donne non contavano nulla: erano tutt’al più delle eminenze grigie, come l’amante di Mussolini Margherita Sarfatti. Una “gerarca” donna sarebbe stata una contraddizione in termini. Com’è stato possibile, nella evoluzione postfascista, che una donna sia arrivata a ricoprire un ruolo apicale, e che anzi fosse lei, dopo la defezione di Gianfranco Fini, a rilanciare la tradizione dell’estrema destra italiana, con capacità politiche e una “durezza” che un tempo i suoi camerati avrebbero considerato doti esclusivamente virili? La risposta si articola in due momenti: Meloni è infatti postfascista non meno che postberlusconiana.

Dalla ex Jugoslavia all’invasione russa dell’Ucraina

Un filo rosso unisce le guerre europee dai Balcani all’Ucraina, dopo la caduta del Muro di Berlino. Si tratta di guerre nella cui interpretazione...

La strana guerra del battaglione Azov

Forse aveva ragione Carl von Clausewitz quando insisteva sul disordine soggiacente a ogni guerra. La guerra non è un universo ordinato ma caotico. Il campo di battaglia è qualcosa di più del luogo del dispiegamento e della concretizzazione di una strategia razionale, è uno spazio in cui si mescolano forze orientate a uno scopo ed eventi casuali e imprevedibili, in cui compaiono repentinamente figure e forme ingannevoli, cui non sempre è il caso di affidarsi. Nel conflitto attuale ritroviamo tutti questi elementi noti, unitamente a un’altra componente invece inedita, e cioè la compresenza in esso di tratti modernissimi e innovativi: tecnologie avanzate e sistemi di software sofisticati, social media, riprese satellitari e comunicazione in tempo reale, che convivono con aspetti tipici delle guerre novecentesche: dagli scontri tra carri armati ai tiri di artiglieria, fino alle trincee da prima guerra mondiale.

La guerra tra Russia e Ucraina è una sorta di sintetico repertorio di quanto i conflitti dei secoli scorsi ci hanno consegnato in eredità, inclusa la minaccia nucleare. Una “esposizione universale” diacronica delle metodologie di combattimento e di lotta, ma anche un tornare di ideologie e visioni del mondo rimaste a lungo nel frigorifero della storia. Questo lo sfondo su cui si può leggere la vicenda del complesso industriale dello Azovstal a Mariupol’ e del battaglione Azov, incaricato di difenderlo a oltranza.

E adesso pover’uomo?

La notizia della modella moglie di un oligarca ucraino, fermata al confine ungherese con alcuni milioni di dollari in contanti nelle valigie, richiama alla mente, per una di quelle associazioni che fanno cortocircuito, il titolo di un famoso romanzo tedesco degli anni Trenta – autore Hans Fallada – che descrive la caduta della Repubblica di Weimar. Verso la guerra, in quel frangente, si scivolò a poco a poco, e la tappa fondamentale del processo fu l’avvento al potere di Hitler. Nel caso dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina, invece, tutto è avvenuto più velocemente: fino al 24 febbraio scorso, in Europa, ben pochi avrebbero detto che Putin sarebbe arrivato a tanto, finendo – come ormai è chiaro – con l’impantanarsi in un’avventura militare di cui non si intravede lo sbocco.

La ragione dell’accostamento è presto detta. La donna e l’uomo di potere sono ormai “poveri ricchi” finiti in un casino, sullo sfondo di avvenimenti più grandi di loro. Il nazionalismo ucraino (pur senza perdere di vista la distinzione tra l’aggredito e l’aggressore) è fatto della stessa pasta di quello di Putin: entrambi eredi della spartizione delle spoglie dell’ex impero sovietico e del suo capitalismo di Stato. La differenza non sta nell’entità del fenomeno – spaventosamente enorme da ambedue le parti –, ma nelle diverse condizioni geopolitiche sotto cui quella spartizione è andata avanti. L’Ucraina aveva concordato con il Cremlino, nel momento in cui si scioglieva formalmente l’Unione sovietica, che la sua indipendenza nazionale sarebbe stata garantita, e che la Russia, in cambio, si sarebbe presa le testate nucleari presenti sul suo territorio. Così fu; ma gli anni successivi, in un modo imprevedibile, furono quelli della crescita in Ucraina di un sentimento e di un movimento antirussi, fino agli accadimenti del 2014, che ebbero come ritorsione l’annessione della Crimea da parte di Putin.

L’impoverimento dei russi sotto il nazionalismo

Un colosso dai piedi d’argilla. Malgrado la drammatica esibizione muscolare di questi ultimi giorni, la Russia si ritrova con un’economia in grave difficoltà: una...

In Bosnia-Erzegovina il nazionalismo serbo verso la secessione?

Ex Jugoslavia, ritorna l’incubo della guerra? Sembrerebbe di sì. E questi presagi nefasti hanno un nome e un cognome: Milorad Dodik, sessantadue anni,...

Stranezze e dilemmi della guerra russa

Tra i paradossi di cui qualsiasi guerra è intessuta, se ne segnala uno veramente peculiare: si intavolano delle trattative, senza però che vi sia un “cessate il fuoco”. A quanto se ne sa, è la stessa Russia che ha chiesto di riprendere la via negoziale: e le due delegazioni, russa e ucraina, si sono incontrate ieri in una località della Bielorussia. Alla fine dell’incontro, si è anche detto di rivedersi per continuare a trattare. Piccolo sospiro di sollievo ovunque nel mondo – ma intanto l’avventura, cioè l’invasione del territorio ucraino, va avanti, i combattimenti proseguono, e una lunga colonna di mezzi militari avanza verso Kiev.

Ciò che si era già compreso nella fase precedente a questa – quando ancora poteva sembrare che fossero gli americani a esagerare la minaccia –, e cioè che la Russia intendeva trattare con una pistola puntata alla tempia dell’Ucraina, è qualcosa che appare superato: il Cremlino vuole negoziare, sì, ma con un assedio in corso! Sembra fuori dalla realtà. Se l’Ucraina dovesse accogliere oggi alcune delle condizioni mai accettate negli ultimi anni – come per esempio il riconoscimento del dato di fatto dell’annessione della Crimea, nel 2014, da parte della Russia –, perché avrebbe sostenuto l’impatto di un’aggressione? Avrebbe potuto semplicemente evitarlo, venendo subito a più miti consigli.