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E adesso pover’uomo?

25 Marzo 2022 Rino Genovese  2037

La notizia della modella moglie di un oligarca ucraino, fermata al confine ungherese con alcuni milioni di dollari in contanti nelle valigie, richiama alla mente, per una di quelle associazioni che fanno cortocircuito, il titolo di un famoso romanzo tedesco degli anni Trenta – autore Hans Fallada – che descrive la caduta della Repubblica di Weimar. Verso la guerra, in quel frangente, si scivolò a poco a poco, e la tappa fondamentale del processo fu l’avvento al potere di Hitler. Nel caso dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina, invece, tutto è avvenuto più velocemente: fino al 24 febbraio scorso, in Europa, ben pochi avrebbero detto che Putin sarebbe arrivato a tanto, finendo – come ormai è chiaro – con l’impantanarsi in un’avventura militare di cui non si intravede lo sbocco.

La ragione dell’accostamento è presto detta. La donna e l’uomo di potere sono ormai “poveri ricchi” finiti in un casino, sullo sfondo di avvenimenti più grandi di loro. Il nazionalismo ucraino (pur senza perdere di vista la distinzione tra l’aggredito e l’aggressore) è fatto della stessa pasta di quello di Putin: entrambi eredi della spartizione delle spoglie dell’ex impero sovietico e del suo capitalismo di Stato. La differenza non sta nell’entità del fenomeno – spaventosamente enorme da ambedue le parti –, ma nelle diverse condizioni geopolitiche sotto cui quella spartizione è andata avanti. L’Ucraina aveva concordato con il Cremlino, nel momento in cui si scioglieva formalmente l’Unione sovietica, che la sua indipendenza nazionale sarebbe stata garantita, e che la Russia, in cambio, si sarebbe presa le testate nucleari presenti sul suo territorio. Così fu; ma gli anni successivi, in un modo imprevedibile, furono quelli della crescita in Ucraina di un sentimento e di un movimento antirussi, fino agli accadimenti del 2014, che ebbero come ritorsione l’annessione della Crimea da parte di Putin.

Ebbene, si potrebbe leggere tutto quanto è accaduto in questi anni come un conflitto inter-oligarchico, in cui, come al solito, i rispettivi nazionalismi sono la verniciatura ideologica e propagandistica che serve a coprire gli interessi, spesso criminali, dei magnati sia russi sia ucraini. Non si può obiettare nulla, ovviamente, alla linea di autodifesa di Zelensky e dei suoi – sebbene essa appaia sempre più improntata a un’escalation, visti anche gli insuccessi russi, che alla ricerca di un compromesso –, per la semplice ragione che, con l’invasione, la Russia si è posta fuori dal diritto internazionale; ma neppure si può rimanere silenti intorno alle per nulla sorprendenti omologie tra il tessuto sociale russo e quello ucraino.

Il fatto che da un Paese in guerra si cerchi di prendere il largo con un malloppo tra i bagagli, lascia intravedere la questione che potrebbe porsi dopo: una volta, cioè, che l’Ucraina sia uscita dalla guerra al suono delle fanfare, magari salutata – cosa non del tutto improbabile – come il motore, con la sua resistenza e il suo sacrificio, di un cambiamento che ci sarà stato nella stessa Russia. Ma quel mondo sociale, a quel punto, sarà sopravvissuto alla catastrofe? Il pover’uomo, e la povera donna a lui collegata, saranno rovinati per sempre o si saranno salvati insieme con il malloppo?

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Archiviato inEditoriale Ucraina
Tagsconflitto inter-oligarchico guerra magnati nazionalismo oligarchi Rino Genovese Russia Ucraina

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