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L’Unione europea alla guerra dei vaccini

I vaccini europei sono in grande ritardo. Lo sono in Francia, dove la stessa Sanofi, uno dei pilastri di Big Pharma, ha dovuto ammettere...

Migranti: da Minniti a Draghi nulla è cambiato

C’è un numero di passaporto intorno a cui l’Italia oggi dovrebbe discutere per chiarirsi le idee su come il nostro Paese affronti – coerentemente, da almeno cinque anni – la questione “migranti”. Intanto è bene chiarire che si è trovato il modo per definirli tutti “migranti forzati”. Mi sembra l’unica definizione corretta e li chiamerò così. Ma veniamo al numero: G52FPYRL; è quello del passaporto di Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, il potente capo della guardia costiera libica ospitato nel 2017 in Italia, quando al Viminale c’era Minniti, per quei negoziati che dovevano avviare a soluzione la questione del controllo delle coste libiche.

Accusato di essere un trafficante di uomini, di petrolio e di armi, Bija dichiarò che quello era il suo passaporto, con il quale era entrato in Italia, con tanto di visto. La circostanza fu smentita dal governo Conte 2, che negò che fosse quello il documento di Bija. Se era venuto in Italia, ci era venuto da clandestino. Ora, però, è l’Interpol a confermare che si tratta proprio del numero di passaporto di Abd al-Rahman al-Milad detto Bija, nel frattempo scarcerato a Tripoli, dopo alcuni mesi di detenzione per i reati citati, quale eroe nazionale. Subito dopo è stato promosso. La sigla compare nel documento con cui l’Europa rinnova le sanzioni contro di lui, congelandone i beni in patria e all’estero.

Afghanistan, la definitiva sconfitta dell’Occidente

I sovietici, che pensavano in grande, costruirono perfino un ponte tra la Russia comunista e l’Afghanistan, e lo chiamarono “ponte dell’amicizia”. Spietata ironia della sorte: il 15 febbraio 1989, proprio su quella passerella di acciaio tesa tra le due rive del fiume Amu Darya, il buon generale Gromov guidò la mesta ritirata dell’Armata rossa: dopo dieci anni di guerra, ventiseimila soldati uccisi e quasi sessantamila feriti.

I militari americani non avranno nemmeno un ponte da ricordare: con il consueto tono notarile, Joe Biden annuncia la storica decisione, dichiarando che è tempo di mettere fine alla “guerra infinita” in Afghanistan. Il riferimento all’oltraggio del Vietnam diventa esplicito quando il presidente aggiunge che il peso di questa avventura si è reso insopportabile e si è tradotto in un multigenerational undertaking, cioè in una leva militare che ha coinvolto due generazioni: prima i padri e poi i figli.  

Per una politica internazionale dei diritti umani

L’Italia non si distingue certo per la sua politica dei diritti umani. È il decimo esportatore di armi nel mondo; fa accordi con le bande armate che in Libia catturano e torturano i migranti (e Draghi di recente, con involontario sarcasmo, è arrivato a elogiare i “salvataggi in mare” della guardia costiera libica); all’Onu vota contro una risoluzione che intendeva denunciare il concetto di “embargo”, un modo per fingere di sanzionare i potenti colpendo gravemente le popolazioni… Però, a essere sinceri, non un solo paese al mondo può dirsi del tutto esente da critiche sotto il profilo dei diritti umani; mentre una politica incentrata su questi non potrebbe che avere un carattere internazionale.

Se il mondo fosse diverso, di diritti umani non ci sarebbe neppure il bisogno di parlare: sarebbe semplicemente scontato che le controversie non si risolvono con le guerre, che la vita e la dignità delle persone vanno sempre rispettate, che i migranti sono nel loro pieno diritto quando si spostano da una zona del globo a un’altra, e così via. Tutto ciò rientra nel progetto illuministico di una “pace perpetua”. Un obiettivo perseguibile – come ben sapeva Kant – solo all’interno di una confederazione mondiale di Stati basata sul diritto internazionale: oggi, in sostanza, rendendo operante nella realtà ciò che l’Onu esprime unicamente in linea di principio. Negli anni passati, invece, si è assistito perfino a una strumentalizzazione, da parte dei paesi occidentali, del diritto internazionale: con la dubbia nozione di “ingerenza umanitaria”, si è data una verniciatura ideologica a vere e proprie guerre di aggressione.

Gendarmeria europea. A chi risponde?/1

Nella bella cittadina di Vicenza, tra ville palladiane e basi militari, sorge la caserma Chinotto sede della Forza di Gendarmeria Europea (Eurogendfor - EGF)....

Lo “ius soli” e la ripresa di un discorso socialista

Nel 2017 si era andati molto vicini a una legge sullo “ius soli”. Ma alla fine il provvedimento rimase nel gargarozzo della legislatura. Chi ne impedì l’approvazione in parlamento? La destra fascioleghista, naturalmente, con i “liberali alle vongole” berlusconiani, e con i grillini al momento ancora sovranisti – ma non solo. Paolo Gentiloni, che era il presidente del Consiglio, non seppe dimostrarsi granché gentile con i figli degli immigrati costretti oggi ad aspettare i diciotto anni, e a superare una serie di complicazioni burocratiche, per ottenere la cittadinanza italiana. Avrebbe potuto infatti porre la questione di fiducia, mettendo la propria riluttante maggioranza di fronte a un “aut aut”, ma preferì non rischiare, forse anche nella segreta speranza di poter succedere a se stesso se le elezioni che si tennero nel marzo 2018 non avessero avuto l’esito che ebbero. Del resto la maggioranza renziana del Partito democratico (il “partito sbagliato”, come lo ha stigmatizzato Antonio Floridia nel titolo di un suo libro) e la piccola galassia centrista che sostenevano il governo Gentiloni furono ben contente di potersene lavare le mani, pur dicendosi in astratto d’accordo con il provvedimento.

Ora Enrico Letta – e, prima di lui, Maurizio Landini nel colloquio con Draghi per la formazione del governo – bene hanno fatto a rilanciare il tema, pur sapendo che in questo parlamento una maggioranza per lo “ius soli” probabilmente non c’è (sebbene resti da vedere come si posizionerebbero oggi i 5 Stelle). Inoltre Draghi, con la sua eteroclita maggioranza, sta lì per occuparsi dei soldi (magari pure di qualche piccolo condono fiscale, come si è visto), non certo di importanti questioni di principio.

La prima volta di Amazon in Italia

Jeff Bezos e i suoi non sono abituati agli scioperi. In generale non amano i sindacati e hanno qualche difficoltà di relazione con chi, come sta accadendo in queste settimane in Alabama, vuole iscriversi al sindacato e darsi una rappresentanza. Ovviamente in Italia il gruppo capitanato dal magnate della Silicon Valley è costretto spesso a fare buon viso a cattivo gioco. Ma il buon viso non basta davanti a ritmi di lavoro spesso intollerabili e a una catena d'appalti legata al mondo delle consegne e della logistica che rasenta lo sfruttamento.

È per questo motivo che per la prima volta in Italia, e sicuramente in Europa, lunedì 22 marzo i dipendenti diretti dei magazzini Amazon cui è applicato il contratto nazionale della logistica e tutti i lavoratori e le lavoratrici delle aziende di fornitura in appalto di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci della filiera Amazon in Italia, si fermeranno per 24 ore.

Quel nuovo welfare che passa anche dai Tampax. L’esempio francese

Il modo di contenere il flusso mestruale ha cambiato, nei secoli, la vita delle donne. Dall’antichità, in cui si usavano lana, tessuti, pelli di animali, papiro ammorbidito, per citare solo alcuni metodi, fino ad arrivare alla “rivoluzione” introdotta dall’uso degli assorbenti: esterni, con l’adesivo, e soprattutto interni, come i Tampax. Si può dire che l’emancipazione della donna sia stata accompagnata dalla possibilità, data dall’utilizzo di questo nuovo dispositivo per l’igiene intima, di governare quei giorni in cui, prima, era costretta a casa. Dopo l’introduzione degli assorbenti, le donne hanno potuto finalmente uscire di casa, essere autonome, controllare la propria vita, lavorare e svolgere tutte le mansioni che svolgevano nei giorni di assenza del ciclo. La libertà di movimento è anche una forma di libertà di pensiero.

Ma oggi, nel 2021, ci si scontra ancora con quell’escalation negli anni della tassazione degli assorbenti, un bene di largo consumo necessario, basilare nella vita di qualsiasi donna in età fertile, che sono tassati con aliquota al 22 per cento, come i beni di lusso. Al contrario, il rasoio da barba è tassato al 4 per cento. Come si può associare un assorbente ad un prodotto di élite? Una condizione che si aggiunge come altro importante elemento di difficoltà economica nel periodo delicato in cui stiamo vivendo.

La marginalità dell’agricoltura in Europa

La crisi economica, sociale e ambientale – non quella del Covid – ma quella generata nel 2007/2008 che non si è mai effettivamente risolta...