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Tag: Rino Genovese

Una nuova guerra fredda? No, grazie

La guerra fredda novecentesca fu in sostanza una coesistenza pacifica, sia pure sotto l’incubo di una catastrofe nucleare, fatta di competizione e rivalità (tra...

Uno schiaffo a Macron

Non sappiamo, né ci interessa granché saperlo, chi sia precisamente il ragazzo che ieri ha dato un ceffone a Macron nel corso di una visita ufficiale, urlando: "Abbasso la Macronie" (espressione con cui in Francia si definisce il giro di interessi economici, opportunismi politici e carrierismi vari, ruotanti intorno a quello che è detto "il presidente dei ricchi"). Sarebbe, a quanto pare, un giovane monarchico (cosa strana, ma nel paese noto soprattutto per la sua destra bonapartista e gollista c'è da sempre una corrente monarchico-legittimista, rappresentata nel Novecento dall'Action française, un movimento che si schierò con Vichy). E potrebbe anche trattarsi di un militante del composito movimento dei "gilet gialli" che, nei mesi precedenti alla pandemia, mise in serie difficoltà la presidenza francese con una serie di manifestazioni a raffica. Certo è che il gesto ha mostrato, una volta di più, quale sia il clima politico in cui la Francia vive da tempo. Per trovare qualcosa di analogo – non solo in Francia, ma in Italia e altrove – bisognerebbe risalire al 1968: al congresso di Napoli del Psiup (un partito che riuniva una sinistra socialista insofferente all'accordo di governo con la Democrazia cristiana), quando un telecronista del telegiornale fu colpito con una torta in faccia proprio nel momento in cui appariva in video.

Chi ha vinto la “guerra dei vent’anni” 2001-2021?/2

La parola “guerra” esercita una perversa fascinazione sulle menti: di recente la si è sentita usare, in modo del tutto inappropriato, per il contenimento...

Chi ha vinto la “guerra dei vent’anni” 2001-2021?/1

Anzitutto, per quanto sia antipatico cominciare con un “l’avevamo detto”, è proprio il caso di sottolineare che non ci eravamo sbagliati: era fallimentare la...

Il risveglio di Enrico Letta

Nelle righe finali del suo articolo pubblicato su questo sito il 12 maggio scorso, Paolo Barbieri esortava il Pd a "mettere le vele a vento", considerando come Biden, negli Stati Uniti, si stia impegnando in una politica economica di spesa pubblica fortemente espansiva – ed esortava a farlo anche a costo di mettersi un po' in urto con il governo Draghi. Detto fatto, Letta sembra essersi scosso dal suo torpore (che, per quanto riguarda il Pd, durava già dalla fase terminale della segreteria di Zingaretti), e ha tirato fuori la grande mossa di uno straccio di proposta in materia di fisco: intervenire sulla tassa di successione – oggi in Italia ridicolmente bassa rispetto ad altri paesi europei – almeno per i patrimoni superiori a un milione di euro, con il fine di destinare le risorse ai giovani. Una cosuccia in fondo leggera leggera, a cui però Draghi ha risposto a stretto giro picche: "Non è questo il momento di prendere, da parte dello Stato, ma di dare". Una frase che gli avevamo già sentito dire, e che ci aveva già un po' colpito. Uno Stato, infatti (anche una comunità sovranazionale di Stati come quella europea), non può "dare" all'infinito e senza limiti, evitando di porsi il problema: da chi prendere? Sappiamo anche noi che, in economia, si parla di un effetto "moltiplicatore" della spesa pubblica. E questo va bene, nel senso di un "se dai cento, poi, per l'effetto di volano che così si produce, riprendi centodieci o centoventi o centotrenta"; e a quel punto le tasse le fai pagare sul sovrappiù che si è creato (parlando certo piuttosto alla buona).

A che punto siamo con i populismi?

D’accordo, Trump ha perso le elezioni negli Stati Uniti; Bolsonaro è in serie difficoltà in Brasile; e in Europa, dopo la pandemia, è diventato...

Ancora su estradizione e “anni di piombo”

Nell’appello a favore degli italiani per cui è stata richiesta l’estradizione dalla Francia, apparso sul quotidiano “Libération” del 29 aprile, si legge: “Nell’Orestea di Eschilo, un omicida vaga nell’esilio braccato dalle divinità della vendetta (le erinni) che reclamano riparazione in nome della vittima. Ma Oreste dice questa cosa curiosa: ‘Non sono più un supplicante con mani impure: la mia macchia si è cancellata a contatto con gli uomini che mi hanno accolto nelle loro case o che ho incontrato per strada’”.

È un più profondo senso del diritto e della giustizia a spingere verso il superamento dello spirito di vendetta, caratteristico delle erinni o della legge del taglione. Ma anche i meccanismi legali possono essere ingiusti, specie a distanza di tanti anni dai reati, se usati in modo persecutorio. Spiace che la ministra della Giustizia Marta Cartabia si sia infilata in un ginepraio legale che difficilmente vedrà la giustizia francese cedere ai capricci (perché di questo si tratta) della politica italiana e di un governo che ha al suo interno la Lega. A dirla tutta, come mai le richieste di estradizione che hanno portato alla “retata” francese non sono state inoltrate al tempo del governo gialloverde? La risposta è semplice: la Francia e il suo presidente centrista, che deve la sua elezione al rifiuto dell’estrema destra lepenista, mai avrebbero accolto una richiesta proveniente da un governo che vedeva Salvini al ministero dell’Interno e un altro ministro, Luigi Di Maio, che flirtava con i “gilet gialli”. Dunque doveva arrivare l’immacolatissima Cartabia a farsi carico del tentativo, ultimo in ordine di tempo, di chiudere i conti con i cosiddetti anni di piombo italiani.

Arresti in Francia, non si parli di giustizia

“La storia è un incubo da cui cerco di destarmi”. A venire alla mente è la famosa citazione da Joyce, quando si è raggiunti dalla notizia della retata che in Francia ha portato in gattabuia sette ex terroristi italiani delle Brigate rosse e di gruppi minori della cosiddetta lotta armata. Ce n’eravamo quasi dimenticati, ci sembrava di avere dovuto scontare già abbastanza – come sinistra, come progressisti in genere – la scelleratezza di alcuni. Se infatti nobili parole come “comunismo” e “socialismo” sono divenute oggi quasi impronunciabili in Italia, ciò dipende certamente dalla fine ingloriosa dell’azzardato colpo di mano di una minoranza – quello che si ebbe in Russia, nell’ottobre 1917, all’interno però di un processo rivoluzionario –, ma anche da quegli anni nefasti più vicini a noi, in cui un’altra minoranza – ancor più piccola della precedente e senza che vi fosse alcuna rivoluzione in corso –, abbacinata dalla possibilità di un colpo di Stato (bombe stragiste, abortita messinscena di un golpe con Junio Valerio Borghese, eccetera), cadde nella trappola del potere democristiano di allora: stabilizzare al centro la situazione politica scossa da una lunga stagione di movimenti operai e studenteschi, provocando a sinistra un estremismo uguale e contrario a quello neofascista.

Ma quanto più ci si addentra a ritroso nei meandri dell’incubo italiano, tanto più si scopre che la “trama nera” fu anche in larga misura “trama rossa”: il caso Moro insegna (c’è su questo da consultare ormai un’intera biblioteca, fornita da storici e giornalisti, tra cui la nostra Stefania Limiti). Rivisitare quella tragedia di quaranta o cinquant’anni fa – anche mediante nuovi processi – ha un senso quando si tratti di fare luce su aspetti che all’epoca si potevano soltanto oscuramente intuire; ne ha molto meno quando si tratti di dare esecuzione a sentenze contro coloro che oggi non appaiono più né terroristi né ex terroristi, ma poveri diavoli finiti in una trappola.

Difesa dell’ambiente e restrizioni: una proposta

Scoperta: le restrizioni fanno bene all'ambiente. Sarà forse come scoprire l'acqua calda, ma è certo che, dati Ispra (Istituto superiore per la protezione e...

Che cosa significa la Lega nel governo

Era del tutto prevedibile. Se al governo hai una forza politica che rappresenta gli interessi del Nord del paese (non tutti, ovviamente, ma di quello che si può chiamare il blocco borghese del Nord), è chiaro che ci si trovi poi davanti a un continuo tira e molla e a dover trattare sulle "riaperture": da quale giorno debbano partire, se a fine aprile o a metà maggio, a che ora si debba andare tutti a letto, se alle 22 o alle 23, e così via. Ma quando, ormai più di un anno fa, ci fu il lockdown nazionale (quello con i severi controlli per le strade, che in seguito non si sarebbero più visti), le regioni in cui i contagi erano quasi nulli dovettero adeguarsi perché – per una scelta governativa del tutto condivisibile – non si potevano lasciare sole le regioni del Nord a sbrigarsela con un'epidemia galoppante. Le differenze territoriali italiane – e il fatto incontrovertibile che il virus avesse cominciato con l'infestare le regioni settentrionali del paese anche per le scelte più o meno sconsiderate che là sono state fatte negli scorsi decenni, come la delocalizzazione del sistema produttivo con il continuo viavai degli uomini d'affari tra Oriente e Occidente, o, per quanto riguarda la Lombardia, il quasi completo affossamento della sanità pubblica – furono giustamente messe da parte. Il paese dimostrò in quel caso, in barba a tutti i sovranismi strumentali, di avere davvero un "sentimento nazionale", se si pensa al consenso molto ampio con cui quelle misure draconiane furono accolte.