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La comunicazione e i suoi dintorni

Molto opportunamente, Michele Mezza (vedi qui) ha individuato nella presenza dei cosiddetti maghi della rete accanto ai leader politici uno degli elementi di omologazione...

Riflessioni sul caso Soumahoro

In uno dei suoi film migliori, Viridiana (1961), Luis Buñuel ha messo in scena una sorta di paradossale “ultima cena” offerta a disgraziati e diseredati, in conclusione della quale essi si danno a una sfrenata bisboccia, arrivando fino all’aggressione fisica. La carità e la pietà non possono placare la carica di violenza che la condizione stessa di reietti porta con sé, amaro frutto di una società che la produce. È la tesi del film, che rinvia – senza nominarla, per non guastarla con qualche chiacchiera edificante – a una liberazione capace di mutare le strutture portanti di un mondo in cui la povertà possa esistere.

È insomma inevitabile che – per non essere puri e semplici elementi esornativi della contemporaneità – i poveri siano come sono: pronti a deludere chi ritiene di adoperarsi per loro. Non è affatto strano che, avendone la possibilità, si diano a un’attività del tutto mimetica nei confronti del mondo che li circonda. Se c’è una spinta al consumo, e una imposizione da parte di agenzie dell’estetizzazione pervasive come quelle della moda, è allora possibile che essi rivendichino (com’è accaduto a Soumahoro) un “diritto all’eleganza” per difendere gli abiti firmati indossati dalla moglie. Se così stanno le cose, perché non approfittarne quando si può, se i casi della vita hanno trasformato degli immigrati in imprenditori dell’accoglienza che utilizzano fondi pubblici? Non è l’addomesticato “negro da cortile” (come lo ha chiamato Soumahoro) che bisogna aspettarsi, ma quello che rende pan per focaccia ai bianchi.

Bonaccini, uno da non votare

Dunque il presidente della Regione Emilia-Romagna ha varcato il Rubicone. Da Campogalliano, sede del suo circolo Pd, ha lanciato la propria candidatura all’interno di un percorso congressuale che, molto probabilmente, lo vedrà incoronato segretario. Com’è noto, zero speranze che il Pd possa cambiare: il fatto stesso che nessuno dei dirigenti o dei militanti ponga la questione principale – “perché abbiamo buttato a mare, per appiattirci sul governo Draghi, un’alleanza con i 5 Stelle che sembrava strategica? perché abbiamo partecipato alle elezioni senza neppure tentare di sbarrare la strada a una destra, che pure dichiaravamo di ritenere pericolosa?” – la dice lunga sulla inutilità di un congresso che, alla fine, si ridurrà all’ennesimo cambio di segretario. Senza che neppure sia posto il problema del meccanismo perverso delle cosiddette primarie, che servono semplicemente a far vincere chi, in quel momento, ha il favore della maggior parte dei media, oltre che l’appoggio di un certo numero di capicorrente.

Non è neanche vero che per andare al governo si debba arrivare primi alle elezioni: favola di una finta autocritica che gira parecchio negli ambienti Pd, e che Bonaccini ha ripetuto. In una democrazia parlamentare come la nostra, le maggioranze si costruiscono con delle trattative e dei compromessi; l’illusione “maggioritaria” dovrebbe essere tramontata da tempo, visto che il Pd può essere, tutt’al più, il perno di un’alleanza, non un partito che arriva a conquistare la maggioranza da solo. La domanda da porre sarebbe: perché il Pd “renzizzato” non fece da subito, nel 2018 (quando era il secondo partito in parlamento, del resto proprio come ora), un accordo con i grillini, così da evitare un anno di governo qualunquo-leghista come il Conte 1? Perché dare spazio, fin da allora, alla destra? E ancora: dopo un complicato percorso di legislatura, perché finire, con la segreteria Letta, allo stesso punto in cui si era con la segreteria Renzi? Dove starebbe la differenza, in questo gioco dell’oca? Ma rispondere a queste domande significherebbe ammettere che Renzi non è stato un errore fugace del Pd ma un morbo di fondo, che si palesò dapprima nella scalabilità del partito da parte di un avventuriero, e poi perfino in un narcisismo leaderistico (del genere “mi si nota di più se partecipo o se non partecipo?”). Un disastro a cui presero parte i renziani ancora oggi nel partito, e con loro il divo Franceschini, sostenitore di Renzi ai tempi della sua resistibile ascesa.

Classe o partito?

Nel Novecento, e forse fino a qualche decennio fa, sarebbe apparso privo di senso porre l’alternativa “classe o partito?”. Era infatti palese che ci fossero delle classi sociali, con una certa consapevolezza di sé, e dei partiti politici che sostenevano, con maggiore o minore coerenza, i loro interessi. In Italia era evidente che i liberali e i repubblicani fossero i partiti della borghesia, che la Democrazia cristiana fosse un insieme di correnti in parte tradizionalmente legate alla piccola proprietà contadina, in parte al grande capitale – soprattutto nel momento del massimo fulgore dell’impresa pubblica –, e che proprio il suo “interclassismo” fosse l’opposto di quei partiti, come quello comunista e quello socialista (fino a un certo punto), che facevano riferimento alle prospettive del movimento operaio. Del resto, anche l’interclassismo – un cemento ideologico-religioso non da poco – alludeva al fatto che le classi sociali ci fossero, avessero una loro identità, e si trattasse di farle collaborare tra loro attraverso la mediazione politica.

Oggi le classi sono, piuttosto, dei concetti di attribuzione: cioè, da un punto di vista sociologico, con riferimento alle differenze di reddito, o anche in base alla collocazione all’interno dei processi produttivi e di scambio, si può considerare che qualcuno sia un tecnico, un operaio, o un lavoratore dei servizi – più una categoria, quindi, che una classe, per la quale ci vorrebbe la consapevolezza dell’appartenenza a un collettivo. È diventato alquanto improbabile che una persona consideri se stessa come facente parte di una classe: e ciò per la semplice ragione che le classi erano essenzialmente il portato di un conflitto sociale aperto. Semmai, in certe fasi, anche latente, ma di cui c’era la certezza di qualcosa di durevole. Se una volta, per esempio, braccianti e contadini poveri avevano occupato il terreno di un “signore”, avevano preso coscienza di una contrapposizione nei confronti dei proprietari terrieri, ed essa si era depositata in una memoria, appunto, di classe. Oppure gli operai di una fabbrica avevano intrapreso uno sciopero contro il “padrone”, per ottenere aumenti salariali e condizioni migliori di lavoro, e attraverso il conflitto veniva sedimentandosi il sentimento di una contrapposizione di interessi tra i lavoratori e i capitalisti.

E il Pd?

Ci eravamo quasi dimenticati che esiste ancora un Partito democratico: si prepara a un congresso con tempi biblici (la fase conclusiva cadrà nel prossimo marzo), e nel frattempo non fa pressoché nulla, si guarda l’ombelico. Non che ce ne importi molto, dopo che questo partito è venuto meno perfino alla missione minimale, quella di essere un baluardo elettorale contro le destre, essendosi presentato alle elezioni in un modo che regalava la partita all’avversario già in partenza. E tuttavia è un fatto che il Pd è ancora il secondo partito italiano, come lo era nel 2018. A essere realisti, un’eventuale sua nuova scissione – stavolta, forse, più consistente delle precedenti – è destinata a mutare il quadro politico complessivo. Dunque parliamone.

La domanda è la seguente: dal Pd – così com’è, senza una battaglia politica interna, senza che nessuno abbia alzato la voce, quando sarebbe stato necessario farlo, per denunciare le scelte di una leadership priva di spessore – potrebbe staccarsi una forza che non sia ancora un Pd? In altre parole, se lamentiamo una mancanza di identità di questo partito, non è ragionevole pensare che un gruppo che se ne separasse sarebbe, a sua volta, privo di identità? C’è, del resto, già una piccola prova di ciò: ed è quell’Articolo uno, la frazione di Bersani e compagni, che molto tardivamente andò via dal Pd renziano per fare ritorno come stretto alleato del Pd lettiano, senza che si sia potuta osservare qualche rimarchevole differenza – la proposta di un “superamento del Pd” essendo una specie di bandierina agitata nel vuoto. Ed è anche lecito temere (come già scrivevamo qui) che dal Pd verrebbe fuori una diaspora somigliante a quella in cui è rimasta coinvolta Rifondazione comunista che fu, bene o male, una formazione politica dell’8%, ed è, da un bel po’, un coacervo di gruppi spesso in lotta tra loro.

Governo, tutto come previsto

Tempi duri per i sovranismi, che si farebbe meglio a chiamare con il loro vecchio nome di nazionalismi. Possono ben poco: né smarcarsi dall’Europa – da cui i singoli Stati, e soprattutto l’Italia, si attendono i fondi stanziati per reagire alla crisi pandemica –, né coltivare i rapporti con il loro campione Putin, infilatosi in una guerra da cui non riesce a tirarsi fuori. In mancanza di meglio, allora – e un po’ approfittando della generale insipienza di quelli che dovrebbero essere i loro oppositori –, si danno a un esercizio che dura da decenni, quello del revisionismo storico.

Fu per primo Renzo De Felice, nella sua ponderosa biografia politica di Mussolini, a riabilitare in una certa misura anche la fase finale del fascismo, quella di Salò, che non gli apparve come puro e semplice collaborazionismo filonazista, ma come un modo di attutire i danni dell’occupazione tedesca in Italia. Il concetto di “totalitarismo”, poi – da declinare effettivamente al plurale, perché in esso è compreso lo stalinismo –, è da tempo adoperato per un’equiparazione tra comunismo sovietico e nazifascismo, che cerca di far dimenticare il contributo decisivo dato dal primo alla sconfitta del secondo. E per deviare l’attenzione dalla circostanza che la caduta del Muro di Berlino nel 1989 – su cui è tornata Giorgia Meloni – non segna il trionfo della democrazia e la fine del socialismo o del comunismo, perché, con il venir meno del sistema sovietico, giungeva a termine un’altra cosa: un singolare “mostro storico” – da definire, a piacere, “capitalismo di Stato” o “socialismo di Stato” –, che aveva avuto una torsione totalitaria fin da subito, dopo la rivoluzione russa, e si era infine andato estenuando in una forma post-totalitaria che, a ben guardare, dura tuttora, se si pensa al destino attuale della Russia.

La guerra, la pace e la “non equidistanza”

C’è un ritornello che si sente ripetere spesso da quelli che pure si dichiarano per l’avvio di un processo di pace in Ucraina: non siamo equidistanti. Il che vorrebbe dire che siamo con l’Ucraina e contro l’aggressione russa. Peccato che ciò comporti un’implicazione, invece sottaciuta. E cioè che la “non equidistanza” ha come conseguenza logica che, se si vuole passare dagli attuali combattimenti alla cieca a una guerra che almeno si svolga con la contemporanea apertura di un negoziato – primo passo per giungere a una tregua e poi, forse, a una pace armata –, si debba anzitutto persuadere Zelensky che non è possibile proseguire così, e che l’aspirazione a riprendersi tutti i territori annessi dalla Russia, a partire dal 2014 con la Crimea, è irrealistica. Volere vincere – cosa impossibile, dati i rapporti di forza e la minaccia nucleare – significa eternizzare la guerra, o farla addirittura precipitare verso un conflitto mondiale.

Stare a fianco dell’Ucraina, da parte dell’Occidente, vorrebbe allora dire intervenire sul governo ucraino affinché comprenda (al di là della questione dell’invio di armi, che possono essere concesse o no, a seconda della situazione bellica) che deve rinunciare a una parte dei propri territori in cambio della pace: perché unicamente sulla base di questa consapevolezza si potrà aprire la porta a una trattativa. Diversamente, sarà guerra all’infinito – finché, secondo alcuni, la Russia (magari senza Putin) deciderà di ritirarsi completamente… Ma quando? E a quante uccisioni e distruzioni dovremo ancora assistere nel frattempo?

Leggi melonissime?

Primo decreto legge, ieri 31 ottobre, e prima conferma del giro di vite che un governo in camicia un po’ bianca e un po’ nera intende dare al Paese (alla “nazione”, come usa dire il presidente del Consiglio, senza rendersi conto della ridicolaggine dell’articolo maschile). Si tratta di un decreto cosiddetto “omnibus”, che contiene cioè un po’ di tutto – secondo una ormai consolidata, per quanto deprecabile, tradizione –, ma il punto ovviamente non è questo, quanto piuttosto il suo contenuto. Viene introdotta una nuova fattispecie di reato: quella del delitto di rave party, si potrebbe dire. Pene severissime per chi organizza feste o raduni con più di cinquanta persone in aree di ogni tipo, anche dismesse: il che potrebbe includere, a discrezione di prefetti o organi di polizia, qualsiasi occupazione di suolo pubblico o privato – anche quelle, eventualmente, a fini di recupero sociale. Nello specifico, si tratterà di vedere come sarà tradotto in legge il decreto, ma le premesse appaiono pessime.

Altro punto controverso, quello che riguarda l’“ergastolo ostativo”, difeso a spada tratta dalla premier e oggetto, invece, di critica da parte del suo ministro della Giustizia, il più liberale Nordio. A monte, c’è un pronunciamento da parte della Corte costituzionale. Non è ammissibile che un ergastolano – sia pure un incallito criminale – non possa accedere ai benefici di legge (come, per esempio, uscire dal carcere e poi rientrarvi nel corso della giornata) se non sia divenuto, nel frattempo, un collaboratore di giustizia. Ciò significa venire meno al principio di una pena non spietatamente punitiva ma rieducativa – e si potrebbe dire che configuri una sorta di ricatto di Stato nei confronti del detenuto: o ti penti o butto via la chiave della tua cella.

Opposizione insieme “ideologica” e “nel merito”

Un’opposizione che si rispetti, in parlamento e fuori, dovrebbe essere “ideologica”, come si dice con un termine piuttosto approssimativo, e al tempo stesso “nel merito”. Per esempio, Giorgia Meloni, che ha studiato le lingue, si è autodefinita una underdog – una “sottocane”, si potrebbe tradurre alla lettera, un po’ per ridere, pensando alla sua discendenza da “cani” di ben altra rabbiosa violenza. Più precisamente, una “svantaggiata” o addirittura una “diseredata”: una persona che non ha santi in paradiso, come si direbbe a Napoli, che cioè si è fatta da sé e viene dal basso. Bene, un discorso che apparirà ideologico consiste nel sottolineare come un regime reazionario di massa derivi proprio dalla combinazione dei due aspetti: dal sovversivismo delle classi dirigenti, come lo chiamava Gramsci, pronte a correre qualsiasi avventura pur di difendere i propri interessi (nel caso italiano odierno si tratta soprattutto del blocco borghese del Nord, che vota indifferentemente per la Lega o Fratelli d’Italia), e dal rampantismo di qualcuno proveniente dai ceti popolari. Una ragazza della Garbatella cresciuta senza padre, in questo senso, è perfetta. Su di lei possono proiettarsi e convogliarsi tutte le frustrazioni – anche una femminile volontà di rivalsa priva di femminismo – che la nostra società produce e riproduce senza posa. Tuttavia, questo è il punto, secondo l’interesse prevalente degli altri, ossia di quelle classi dirigenti che intendono lasciare invariato lo status quo. Sembra una rivolta – ed è una conferma degli equilibri esistenti.

L’amalgama scomposto dei più poveri con i più ricchi, o tra chi ha potere e chi non ne ha, è infatti il segreto dei populismi contemporanei. Di essi Meloni, in Italia, non è che il più recente avatar – avendo il nostro Paese conosciuto, con il partito azienda di Berlusconi, ormai quasi trent’anni fa, l’irruzione nella scena politica di un populismo mediatico e privatistico: qualcosa che, con l’apporto della Lega (Umberto Bossi, come Meloni, era anche lui un “figlio del popolo”), confermava gli interessi di quelli che, come si sa, tendono a pagare meno tasse possibile, mettendo i propri dipendenti in una condizione di “servitù volontaria” grazie all’attivismo del loro “fare impresa”.

Il governo più a destra nella storia della Repubblica

In altri momenti un governo come quello appena insediato avrebbe provocato un’ondata di sdegno, e l’obiettivo sarebbe stato di buttarlo giù al più presto con una spallata. Non avverrà, sebbene non sia da trascurare la possibilità di un incremento della conflittualità sociale, oggi ancora ai minimi storici in Italia. Ma questo governo pessimo, per programmi e per composizione, non ha bisogno di “essere messo alla prova”, come sostengono alcuni commentatori nei giornali borghesi: appare schifoso fin da subito. Non si salva neppure a causa della presenza, per la prima volta nella storia d’Italia, di una donna alla presidenza del Consiglio. Perché questa donna è un esempio di ipocrisia. Si avvale di tutti i risultati raggiunti con grande fatica dai movimenti di emancipazione femminile (considerati in senso lato) e al tempo stesso tende a sabotarli: per esempio, non è sposata, ha una figlia, ma difende la famiglia tradizionale; si pone come una postberlusconiana – e in qualche misura lo è, se si pensa al ruolo di prostitute o yeswomen riservato alle donne dall’orrido tycoon –, ma il suo compagno è un dipendente Mediaset.

Il governo ha davanti a sé un’opposizione parlamentare inconsistente e priva di unità, che gli ha regalato la guida del Paese (la “nazione”, di cui blatera Meloni, non sappiamo cosa sia); se non potrà portare avanti fino in fondo le politiche radicali che ci si aspetterebbe, sarà solo a causa dei soldi che l’Italia deve ancora ricevere dall’Unione europea. Si mettano il cuore in pace i sovranisti e gli euroscettici di ogni tendenza: l’Italia dei postfascisti, a parte i roboanti annunci di “orgoglio”, andrà in Europa con il cappello in mano. A questo scopo, ci sono i ministri degli Esteri e dell’Economia, Tajani e Giorgetti. Tuttavia la guerra contro le Ong che salvano vite umane riprenderà, riprenderà la ripugnante propaganda anti-immigrati. Qualcosa di cui abbiamo purtroppo contezza, avendo vissuto la fase del Salvini ministro, determinata dal Pd di Renzi e dalla sua indisponibilità, in quel momento, a un governo con i 5 Stelle (il che dimostra, tra parentesi, come sia ormai storico l’intreccio tra l’insipienza del Partito democratico e la costituzione di governi di destra).