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Costituzione

Le (impossibili) dimissioni di Enrico Letta. Un appello

In questi giorni sta succedendo l’inverosimile – ma sappiamo bene quale sia l’origine dell’enorme pasticcio che ne è venuto fuori. Esso non è che la conseguenza di un’unica scelta sbagliata iniziale, quella di avere lasciato cadere, da parte del Pd, il rapporto preferenziale, faticosamente costruito negli anni, con il Movimento 5 Stelle. Ora non è più il momento delle balle (di cui sono specialisti i due comici della commedia all’italiana, Carlo Calenda e Matteo Renzi). Con il modo di presentazione alle elezioni in cui il Pd si sta cacciando – pur con il positivo apporto di Europa verde e Sinistra italiana, e, a quanto pare, di +Europa – il rischio non è quello di una semplice vittoria del cartello delle destre ma di una débâcle di proporzioni immani, in cui persino la Costituzione sarebbe a rischio (si ricordi che, con una maggioranza dei due terzi dei parlamentari, è possibile cambiarla senza passare per un referendum). È rimasta solo una settimana per ricucire con i 5 Stelle di Conte e arrivare a un patto elettorale.

Il responsabile principale di quanto accaduto è Enrico Letta. È anzitutto lui, in quanto segretario, che si è fatto abbindolare nel tira e molla con Calenda, e perciò dovrebbe farsi da parte. Non si tratterebbe di vere e proprie dimissioni – perché un partito non potrebbe affrontare le elezioni con un segretario dimissionario –, ma occorrerebbe, da parte di Letta, il riconoscimento di essersi infilato nell’impasse, lasciando ai suoi due vice, Giuseppe Provenzano e Irene Tinagli, il difficile compito di trattare con Conte e i suoi.

Come si ricatta il Pd

Come si ricatta il Pd

Non c’è dubbio che Enrico Letta sia stato ricattato da Carlo Calenda e da Benedetto Della Vedova, che per la cronaca sarebbe il leader di +Europa: un capitano di lungo corso, questo, proveniente dai radicali, passato per il Popolo della libertà (che fu per un periodo il nome della formazione berlusconiano-postfascista), e uscitone poi con Gianfranco Fini (do you remember?). Alleati con il Pd di Renzi nel 2018, quelli di +Europa, senza Calenda, presero il 2,5% dei voti: cioè non superarono lo sbarramento del 3% ed elessero nei collegi uninominali i propri parlamentari (solo tre, se non andiamo errati), tra cui Emma Bonino al Senato. In tutto e per tutto, questi residui dei radicali di una volta devono la loro sopravvivenza al Pd e al suo elettorato. Stesso discorso per Calenda: se un personaggio del genere esiste, lo deve al fatto di essere stato presente nei governi di Letta e di Renzi, e poi alla circostanza di essersi fatto eleggere, nelle liste del Pd, al parlamento europeo.

I due hanno potuto ricattare politicamente Letta – con la minaccia di presentarsi alle elezioni per conto proprio, sulla base di sondaggi che assegnano loro il 4 o 5% dei voti – perché il segretario del Pd si è reso ricattabile. Avendo rinunciato al “campo largo”, si è dovuto acconciare in un campo strettissimo, e quasi del tutto improvvisato. Se i due si fossero presentati da soli, tra i già pochi collegi uninominali che il Pd riuscirà a vincere, ben dodici alla Camera e quattro al Senato sarebbero andati persi. Letta annaspa e per questo è ricattabile. Risultato? Un accordo monstre che assegna a una piccola forza – fatta di due componenti, Azione e +Europa – il 30% delle candidature nei collegi uninominali. Come se non bastasse, i due hanno imposto che non ci siano nei collegi candidature “divisive”. Il che, da un punto di vista numerico, è una cretinata. Se c’è infatti qualche speranza – in verità minima – di togliere dei voti ai berlusconiani in certe zone, poniamo, della Lombardia, ossia in una realtà dominata dal cartello delle destre, è proprio là che va schierata una berlusconiana fuoriuscita e “divisiva” come Gelmini, per cercare di competere. Se fai scendere in campo uno sconosciuto ex radicale o un altro qualunque scelto da Calenda, buonanotte!

Ritratto di Carlo Calenda

(Questo articolo è stato pubblicato l'11 ottobre 2021) Nel rispondere in tv in maniera peraltro triviale a Jasmine Cristallo (ma la nostra Sardina ha saputo...

Le illusioni di Letta

Di fronte alla direzione nazionale del Pd, il 26 luglio, Enrico Letta ha detto delle cose fuori dalla realtà. Il segretario vuole illudere e probabilmente autoilludersi. Anzitutto non è vero che con questa legge elettorale non si possa arrivare a una sorta di pareggio. Nel 2018, con oltre il 32% dei voti e una maggioranza relativa sia alla Camera sia al Senato, il Movimento 5 Stelle poté dire di essere arrivato primo, ma ebbe bisogno di costruire maggioranze a destra e poi a sinistra per andare al governo. Non era esattamente un pareggio, ma qualcosa che gli assomigliava. E, visto che Letta ha imperniato tutto il suo discorso su “o noi o Meloni”, nulla vieta che, con un distacco minimo a favore della lista del Pd o di quella di Fratelli d’Italia per il raggiungimento della palma del primo posto, la differenza possa essere esile al punto che si possa parlare di un pareggio.

Di più, con un vantaggio sui 5 Stelle di ben quaranta deputati e di quasi trenta senatori, nel 2018 il cartello delle destre (identico a quello che si presenta oggi) restò parecchio lontano dalla maggioranza assoluta alla Camera e al Senato, tanto da non potere, pur con quei numeri, proporre nulla nel senso di un governo suo proprio. La legge elettorale, che è un misto di proporzionale e di maggioritario, è congegnata in modo tale che il risultato più probabile che ne possa venire fuori è quello di coalizioni da costruire in parlamento. In questo caso, ammesso che il Pd risulti il primo partito, con chi mai potrà fare il suo governo? È la domanda a cui Letta dovrebbe rispondere. E la risposta non può che essere: anzitutto con il Movimento 5 Stelle (a meno che questo non precipiti ulteriormente), e poi con i berlusconiani e la parte centrista del cartello delle destre. Punto.

Dal Partito democratico al Partito draghiano

Enrico Letta ha certificato nel modo più chiaro che la sigla Pd non indica più quel partito privo di identità, dal nome piuttosto anodino di “democratico”, ma vuol dire Partito draghiano. Ecco l’identità finalmente trovata! Nella democrazia parlamentare italiana, abbiamo visto nel corso degli anni gli esecutivi farsi e disfarsi, cadere in parlamento per pochi voti (da ultimo, il governo Conte 2, che pure piaceva molto al Pd, prima che s’invaghisse dell’ex banchiere centrale), ma sembra che la ferita inferta dai 5 Stelle (che sono stati poi solo una parte del problema), non votando la fiducia a Draghi, sia l’unica insanabile. Tuttavia, non foss’altro che per la composita maggioranza di “unità nazionale” che lo sosteneva e ne determinava il raggio d’azione per forza di cose limitato, come potrebbe quel governo essere l’ideale di un partito che dovrebbe avere un’agenda sua propria? Così Letta butta a mare una proposta politica come quella del “campo largo”, coltivata e fatta crescere da tempo nel suo elettorato, per inseguire un fantasma e tener fermo al puntiglio di un momento.

Soprattutto, però, al già addormentato giovinotto invecchiato risvegliatosi da poco con improvvisi “occhi di tigre”, andrebbe regalato un pallottoliere. Da anni, non da mesi, i sondaggi danno le destre stabilmente al 46-47% dei voti; si può anche immaginare che questa percentuale risulti alla fine più contenuta, ma il successo del cartello delle destre (al netto della loro successiva tenuta interna) appare scontato. E del resto nell’ultimo anno e mezzo, nel Paese, non si sono visti cortei con cartelli inneggianti a Draghi, quanto piuttosto forme di agitazione qualunquistico-reazionaria, a tratti anche accese. A questa situazione come intende rispondere il segretario del Pd? Con una insignificante listarella denominata “Democratici e progressisti”, che riunirebbe l’Articolo uno di Speranza (che non può aspirare a più di un 2%), il Psi di Nencini (postcraxiano, prerenziano, renziano, postrenziano: comunque lo zero virgola qualcosa) e Demos, l’unica “realtà” di qualche significato, sebbene non valutabile in termini di voti, vicina alla Comunità di Sant’Egidio.

Verso il voto anticipato

Era uno degli esiti possibili, quello visto ieri in Senato, con l’apertura di una via che porta dritto alle elezioni anticipate in autunno. Potrebbe essere definito lo sbocco di una concorrenza inter-populistica: i 5 Stelle di Conte hanno fatto la prima mossa, desiderosi di riacciuffare un po’ del loro elettorato; ma nel varco sono entrati di slancio i leghisti, seguiti dai forzitalioti, ansiosi di non lasciarsi risucchiare tutti i voti di protesta dalla destra di opposizione di Fratelli d’Italia. Tanto peggio per il “draghismo di governo”, che prospera, come si sa, da una parte e dall’altra degli schieramenti politici.

E Draghi, lui, come si è comportato? Non ha fatto sconti e non ha assunto atteggiamenti concilianti. Ha bacchettato chi, secondo lui, andava bacchettato – principalmente i 5 Stelle, ma senza trascurare quello che può essere detto il “poujadismo” della destra, sempre pronta a dare spazio, alla rinfusa, a qualsiasi protesta –, mostrando, una volta di più, la caratteristica probabilmente più saliente dell’uomo: una certa rigidità, che può essere un bene o un male, a seconda delle circostanze. In questo caso, per il Paese, è stato meglio o peggio avviarsi verso elezioni anticipate? A noi sembra piuttosto indifferente: nel senso che una fine anticipata della legislatura di alcuni mesi non dovrebbe incidere granché sul risultato finale. Anzi, la caduta “gloriosa” di Draghi, determinata in fin dei conti dalla destra, potrebbe rafforzare il suo partito virtuale, cioè quel centrismo tecnocratico a cui tanti sono affezionati, sottraendo voti proprio alla destra collocatasi in una posizione, complessivamente, troppo estrema.

Rivoluzione luxemburghiana?

A Colombo, nello Sri Lanka, qualche settimana fa una folla pacifica ma determinata, come si è potuto vedere dalle immagini televisive, si è riversata nel palazzo del potere. Il presidente Rajapaksa era fuggito con tutto il suo clan. A vincere la partita, dopo mesi di manifestazioni e di proteste, è stato un movimento di massa privo di leader, secondo quella che – con una certa forzatura, d’accordo – si potrebbe definire una rivoluzione luxemburghiana. La concezione di Rosa Luxemburg era caratterizzata infatti dall’idea di una “spontaneità delle masse” che, a un certo punto, dinanzi a un crollo dell’economia, avrebbe dato vita a un processo rivoluzionario.

Ora – fatte le debite proporzioni, e considerando che quella dello Sri Lanka è semmai una rivoluzione politica, cioè un cambio di regime in senso democratico, e non una rivoluzione sociale come quella immaginata da Rosa – è proprio l’elemento della “spontaneità”, ossia il contrario di qualsiasi direzione esercitata da un’avanguardia organizzata, che balza agli occhi negli avvenimenti dello Sri Lanka. Qualcosa di analogo al rovesciamento di Ben Ali in Tunisia nel 2011. O alla lunga, e alla fine sventurata, vicenda che cominciò in quello stesso anno in Egitto. Con la differenza, per nulla secondaria, che in quei Paesi dell’Africa del Nord erano al comando da decenni delle dittature vere e proprie, mentre nello Sri Lanka il presidente, secondo una qualche forma di democrazia, era stato eletto nel 2019.

Crisi o non crisi?

Ora che appare consumato il distacco di Conte e dei suoi dal governo, si può porre la domanda: la crisi è una buona o una cattiva cosa? Risposta: in questo momento, potrebbe essere del tutto indifferente per il Paese. In primo luogo, perché una maggioranza parlamentare per andare avanti ci sarebbe – con un altro governo o con un Draghi bis, o addirittura con questa stessa compagine appena un po’ rimaneggiata –, e tutto dipende dalla volontà delle altre forze politiche, oltre che naturalmente da quella del capo dello Stato. In secondo luogo, perché se questi, dopo avere verificato quale sia l’intenzione prevalente in parlamento, dovesse decidere lo scioglimento delle Camere, si andrebbe a votare in autunno anziché alla fine dell’inverno prossimo: si tratterebbe, dunque, di una fine anticipata della legislatura solo di qualche mese. Il punto spinoso è che si voterebbe con la legge elettorale attuale, che com’è noto non è affatto un granché. Ma è anche vero che l’eventuale iter per approvarne un’altra difficilmente potrebbe mettere capo a un risultato, visti i tempi ravvicinati che ci dividono dalla scadenza naturale della legislatura.

Da un punto di vista politico più generale – e con una particolare attenzione a quella che oggi, per la sua collocazione parlamentare, si chiama “sinistra” – un anticipo delle elezioni potrebbe persino essere una cosa positiva. A vivere in un clima di bonaccia tecnocratico-centrista, una forza come il Pd (per tacere della piccola variante di Articolo uno) appare così profondamente addormentata che una scossa potrebbe avere soltanto un effetto positivo. Le elezioni in autunno spingerebbero a costruire dei programmi, forse addirittura a proporre come presidente del Consiglio qualcuno che non sia Draghi.

Benvenuti al Covid party

Mesi fa si sparse la notizia che alcuni buontemponi si divertissero a organizzare delle feste allo scopo di prendersi il virus. Sembravano matti, ma avevano solo anticipato i tempi. Siamo ora tutti immersi in un Covid party permanente e generalizzato, molto simile a quello che caratterizzò la “folle estate” del 2020 – per citare l’infettivologo Galli, che la definì così. Allora si ebbe uno spaventoso aumento dei contagi a partire dalla fine di agosto; adesso siamo invece nel pieno dell’ondata in luglio, e già da più di un mese, senza che si prenda alcun provvedimento. Ridicola la proposta – peraltro tardiva – di vaccinare gli ultrasessantenni con la quarta dose di un vaccino ormai quasi del tutto inefficace. Finché non saranno disponibili vaccini adeguati alle ultime varianti (che si vanno sviluppando secondo una pressione selettiva che avvantaggia le mutazioni in grado di permettere al virus di “farsi dimenticare” dagli anticorpi), l’unica decisione sensata da assumere è quella di reintrodurre le restrizioni: obbligo delle maschere di protezione ovunque, anche all’aperto, capienza dimezzata nei locali, distanziamento, divieto di assembramenti e di riunione tra più di sei persone – e soprattutto controlli con multe salate.

La faccenda non riguarda soltanto l’Italia, è vero: il virus sta devastando l’intero continente, e sarebbe tra i compiti dell’Europa emanare delle direttive univoche in materia. Ma l’Italia si distinse, all’epoca del governo Conte 2, per avere preso – dopo lo smarrimento iniziale – delle misure draconiane contro la pandemia, che furono poi seguite, non senza incertezze, dagli altri Paesi. Ora dovrebbe dare di nuovo l’esempio. La salute collettiva non può essere messa a repentaglio, e non è accettabile il numero di quasi un centinaio di morti al giorno, solo perché il circo delle vacanze deve continuare a girare indisturbato. Anche se oggi – un po’ per via di vaccini sia pure invecchiati, e un po’ perché l’ultima variante del virus colpisce più le prime vie respiratorie che i polmoni – la situazione è meno grave di allora, non si può dire che non abbia una sua gravità. Del resto, nessuno propone di ritornare a forme di confinamento puro e semplice, ma solo di reintrodurre quelle restrizioni in vigore fino a poco tempo fa, quando i vaccini erano ancora pienamente attivi. Perché questo è il paradosso: si sono eliminate tutte le precauzioni dopo diversi mesi dalla famosa “terza dose”, lasciando così i cittadini del tutto scoperti dinanzi all’infezione.

Algeria addio

Si chiamava Africa addio l’orrido film del 1966 del pessimo Gualtiero Jacopetti, un cazzotto sferrato contro il processo di decolonizzazione. La tesi? I cannibali non avrebbero mai dismesso il loro cannibalismo: dunque meglio seguitare a tenerli sotto il tacco. Ma la decolonizzazione c’è stata, ha scritto alcune pagine gloriose, per finire poi, prevalentemente, nel dominio di caste burocratico-militari autoctone, che vivono per lo più sulla rendita costituita dall’estrazione degli idrocarburi in combutta con i grandi gruppi internazionali dello sfruttamento delle risorse. È il caso dell’Algeria, nel contesto postcoloniale odierno – che peraltro assomiglia molto a una forma di neocolonialismo. Pochi giorni fa, l’Algeria ha festeggiato i sessant’anni dalla sua indipendenza, raggiunta, com’è noto, mediante una durissima lotta contro la Francia, fatta di bombe piazzate nei caffè di Algeri, da parte del Fronte di liberazione nazionale, e di torture a tutto spiano da parte dell’esercito francese, finché De Gaulle, sfidando anche il golpismo di alcuni militari, nel 1962 non arrivò a firmare gli accordi di Évian.

Che ne è di quella stagione di grandi speranze? Pressoché nulla. Negli scorsi anni, tra il 2019 e il 2020 soprattutto, un grande movimento di popolo, detto Hirak, è riuscito con grande sforzo ad allontanare dal potere il vecchio e malatissimo Bouteflika (deceduto poi nel 2021). Ma il regime, ancora una volta, si è ricompattato. Adesso il suo “uomo forte” si chiama Tebboune: la continuità del potere del partito che governa da sempre l’Algeria è assicurata. Per di più (come si può leggere in un articolo di Vittorio Bonanni del 2 marzo scorso), grazie alla guerra in Ucraina e alla maggiore vendita di gas che ne deriva, il regime si rafforza, e potrà distribuire – a una popolazione di cui la metà non supera i trent’anni, ed è costretta a emigrare per trovare lavoro – un po’ delle briciole di quello che costituisce l’arricchimento privato di pochi. Nessun cambiamento in vista, quindi.