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Burkini o non burkini, questo il problema

Si avvicinano in Francia quelle elezioni che potrebbero sottrarre la maggioranza parlamentare a Macron. E mentre questi cerca nel cappello, e la tira fuori,...

Che succede in Cina

Mentre gli Stati Uniti si predisponevano a una nuova guerra fredda con la Cina (vedi il nostro articolo del 20 settembre scorso), ne è...

Cause delle guerre e geopolitica a fumetti

Le cause delle guerre sono complesse, talvolta inafferrabili: ogni sguardo su di esse rischia di essere angusto e parziale, quando non del tutto fuorviante, se non è ispirato a una molteplicità di punti di vista. Si va da un generico discorso sull’innata aggressività umana a quello intorno alla necessità, cui le guerre risponderebbero allo stesso modo delle epidemie, di porre un freno alla sovrappopolazione umana sulla terra. Più perspicuo appare l’argomento economico (tirato in ballo anche da papa Bergoglio), che riconduce le guerre all’interesse dei fabbricanti e dei trafficanti d’armi, i quali farebbero dei diversi teatri bellici l’occasione per mettere alla prova i loro mortiferi congegni. E il vecchio materialismo storico indurrebbe a sostenere che l’aggressione dell’Ucraina, da parte della Russia, si può interpretare con il desiderio di quest’ultima, o dei suoi circoli economico-finanziari, di mettere le mani sulle risorse minerarie del Donbass. Oppure, nel senso di una “distruzione creatrice” alla Schumpeter, si potrebbe affermare che la vera posta in gioco di un conflitto sia quella di stabilire a chi andrà in seguito, con la pace, il grande affare della ricostruzione.

Poi c’è la geopolitica. Molto in voga, in questo momento, essa vede le guerre incardinate nella politica di potenza di Stati e nazioni, o anche di etnie, in lotta tra loro per la difesa dello “spazio vitale”: il che prende spesso la forma di una contesa intorno alla definizione o ridefinizione dei reciproci confini. Questo modo di pensare – che ha una matrice nettamente conservatrice – affonda le radici in una concezione realistica della politica, che fa delle relazioni interstatali, fissate di volta in volta nei rapporti di forza, un principio granitico – e quindi delle guerre il modo per giungere a equilibri almeno temporaneamente pacifici. È ciò che si può presumere ritengano Putin e la sua cerchia, secondo cui la Russia “stava meglio” quando l’Ucraina non esisteva affatto, e il suo compito storico attuale sarebbe o di cancellarla dalla carta geografica come entità indipendente, o di ridurne di molto il territorio.

In Francia una parvenza di unità a sinistra

Gli ecologisti e i socialisti hanno fatto benissimo a sottoscrivere un patto con la France insoumise di Mélenchon per le prossime elezioni legislative di...

Pressione pacifista sull’Unione europea?

La guerra potrà ristagnare a lungo, presa in un batti e ribatti in cui nessuno dei contendenti sembra intenzionato ad arrivare a una trattativa...

Il Pd e gli altri

È pressoché una non notizia quella del prossimo rientro del gruppo denominato Articolo uno nella casa madre del Partito democratico. Il distacco da un Pd “renzizzato” era infatti avvenuto, perfino tardivamente, nel 2017; ma da quando Renzi si è fatto il suo partitino, non c’è più alcuna ragione, per gli ex dissidenti, di collocarsi in un contenitore diverso dal Pd. E apparirebbe anche piuttosto pretenzioso mirare a una generale rifondazione programmatica di un partito molto più grosso da parte di una formazione attualmente accreditata al 2%. Dunque, un puro e semplice ritorno all’ovile è nelle cose. E a volerlo presentare come il progetto di una “sinistra grande”, Roberto Speranza, rieletto pochi giorni fa alla guida del gruppo, dovrebbe preliminarmente fare un esame di coscienza intorno ai limiti di un’esperienza.

Che cosa non ha funzionato nell’alleanza politico-elettorale che, sotto il nome di Liberi e uguali, nel 2018, raccolse poco più del 3% dei voti? Forse il fatto di essere soltanto un accordo tra apparati, tutti ex qualcosa. Oltre ad Articolo uno, c’erano Sinistra italiana (mai nome fu più inadeguato alla cosa) – cioè una derivazione di Sel (Sinistra, ecologia e libertà), orfana di Vendola, che ha fatto un’altra scelta di vita – e Possibile, a sua volta un frammento staccatosi dal Pd. È probabilmente questa logica dell’assemblaggio che ha dimostrato di essere perdente. (In verità, non da ora, ma fin dagli anni Settanta del Novecento, quando a lungo si cercò di comporre in un mosaico alcune delle piccole forze sparse a sinistra del Pci, senza mai riuscire a concludere granché).

Francia, adesso avanti verso il “terzo turno”

Emmanuel Macron è riconfermato alla presidenza della Repubblica con una percentuale – oltre il 58% – anche più alta delle previsioni della vigilia. L’elettorato di sinistra, da cui l’esito del ballottaggio dipendeva, ha dimostrato una maturità e una sagacia maggiori di quelle dei dirigenti di tutti i partiti della gauche. I fatti, del resto, stano lì a dirci che, con un accordo programmatico preventivo anche minimo, una coalizione di sinistra avrebbe potuto portare un proprio candidato al secondo turno e forse vincere, se si pensa alla diffusa sfiducia di cui è oggetto oggi Macron, che può cantare vittoria solo grazie al fermo “no” opposto dalla Francia a una sua “orbanizzazione” con Marine Le Pen.

Si guarda ora a quello che può essere considerato il “terzo turno” delle elezioni presidenziali in giugno, cioè al voto per rinnovare l’Assemblea nazionale. È uno dei “segreti” della ricetta del semipresidenzialismo francese, questo meccanismo che fa sì che un capo dello Stato, pur eletto con ampio margine, possa poi non avere la maggioranza dei seggi in parlamento. La volta scorsa il partito personale messo su da Macron, con il brutto nome di “La Repubblica in marcia” (verso dove?), in virtù della presunta novità del personaggio (non dimentichiamoci, però, dei numerosi transfughi provenienti dal Partito socialista e dell’alleanza, che dura tuttora, con il centrista Bayrou), conquistò una solida maggioranza che negli scorsi anni gli ha permesso di governare agevolmente – anche se gli esecutivi hanno visto nei posti chiave personaggi provenienti dalla destra “classica” di matrice gollista, con il proposito di sgretolare questo polo dello schieramento politico dopo avere sgretolato quello socialista. Privo oggi di qualsiasi “luna di miele” con l’elettorato, per il presidente riconfermato si prospetta una sconfitta. Tutti, a destra come a sinistra, affilano le armi per costringerlo a una “coabitazione” (espressione tipica del lessico politico francese che indica la compresenza, al vertice dello Stato, di un presidente della Repubblica e di un primo ministro di diverso colore).

Ballottaggio in Francia: l’elettorato di sinistra ago della bilancia

Liberoscambismo versus protezionismo: questo l’asse principale dello scontro, andato in onda ieri sera in Francia, tra un Emmanuel Macron candidato alla rielezione – piuttosto tranquillo, grazie ai sondaggi favorevoli –, e una sfidante Marine Le Pen all’inseguimento. Due destre a confronto: una liberale moderata, tesa a esaltare le virtù della circolazione delle merci e delle persone (leggi: dei lavoratori); e un’altra più torva, con la sua proposta di una “preferenza nazionale”, di un’Europa delle nazioni in stile ungherese, che dovrebbe porre un freno alle delocalizzazioni e alla deindustrializzazione del Paese, ridando ai francesi – anche per mezzo di una riduzione generalizzata dell’imposta sul valore aggiunto – un po’ del potere d’acquisto perduto e il senso di una missione non soltanto europea ma mondiale. La prima posizione è espressione di un dinamismo economico che, nonostante tutto, prospera ancora nei centri urbani. La seconda incarna una Francia soprattutto rurale, molto penalizzata negli scorsi decenni (si ricordi che il movimento dei “gilet gialli” ha avuto le sue origini nella provincia profonda), che solo mediante una “rilocalizzazione”, nella saldatura cioè di un discorso sulle produzioni autoctone con uno ideologico identitario, spera di sottrarsi al declassamento economico. Lo stesso rifiuto lepenista dell’eolico, che con le sue pale deturperebbe il paesaggio e diminuirebbe il valore degli immobili in prossimità degli impianti, ha le sue radici nel mondo rurale – la cui preoccupazione non è di arrivare a differenziare le fonti di energia, ma di lasciare “tutto com’è”, affidandosi al nucleare.

In questa disputa, è ormai noto, l’ago della bilancia è dato da un elettorato di sinistra non rappresentato al secondo turno, a causa di una perniciosa divisione e di una “lotta degli ego” tra i candidati, che non sono stati capaci di trovare un accordo neppure minimo (sarebbe stata sufficiente un’intesa tra il Pcf e Mélenchon, come la volta scorsa, per portare quest’ultimo al ballottaggio). Così un’estrema destra tradizionale, riciclata come populistica, divisa anch’essa al primo turno in tre candidature (oltre al tenebroso Zemmour, c’era un candidato minore), parte ora con circa il 32-33% dei suffragi sulla carta, cioè più o meno dallo stesso livello dei voti complessivi raccolti da Marine Le Pen al ballottaggio del 2017. Il rischio che questa riesca nell’impresa, come a suo tempo Trump negli Stati Uniti, c’è.

La guerra, e poi?

Strada facendo, la guerra ha cambiato la propria natura. Nata da una contesa intorno a una zona di confine tra un pugno di nazionalisti da una parte e dall’altra (qualcosa di facilmente risolvibile, se non si fosse trattato dell’ultimo capitolo della dissoluzione di un impero, mediante un trattato internazionale che garantisse le minoranze), con l’invasione russa dell’Ucraina, è precipitata in una crisi regionale e mondiale, diventando un po’ alla volta un redde rationem tra la democrazia occidentale e la cosiddetta autocrazia putiniana. “Ogni tempo ha la sua peste” – avrebbe detto Karl Kraus; ma a noi è toccato di averne addirittura due: la pandemia e la guerra.

La vicenda bellica che opprime i nostri giorni, tuttavia, non è affatto da considerare come un confronto tra il mondo occidentale e l’autocrazia. Questo termine (riesumato qualche tempo fa, a quanto sembra, dalla rivista americana “Foreign Affairs”) è del tutto impreciso. Il complesso passaggio che ha visto lo stalinismo trasformarsi a poco a poco nel dominio di una “casta plurale” – quella di Breznev e compagni, per intenderci – e poi, con Gorbaciov e soprattutto con Eltsin, in un post-totalitarismo pluralistico basato su un selvaggio capitalismo estrattivo, non ha granché a che fare con l’assolutismo zarista precedente la rivoluzione, questo sì giustamente detto autocrazia, per via della sua proclamata origine divina. Se studiassimo da vicino la vicenda interna all’oligarchia dominante nella Russia odierna, troveremmo che a stento essa ha trovato un punto di equilibrio in un “uomo forte” proveniente dal vecchio Kgb. Buttarlo giù con una guerra sarebbe anche possibile alla lunga (ed è diventata questa la prima opzione statunitense); ma le probabilità che ne venga fuori qualcosa di peggiore – una dittatura militare, per esempio – sono molto alte.

L’amara sorte della sinistra francese

Per la seconda volta consecutiva in un’elezione presidenziale, la sinistra in Francia al secondo turno dovrà fare quadrato attorno a un mediocre personaggio, un piccolo opportunista centrista come Emmanuel Macron, per far fronte alla possibile vittoria dell’estrema destra di Marine Le Pen. Tagliarsi fuori dai giochi è facile: nessun accordo preventivo, si evita del tutto di sottoscrivere quel “programma comune” tipicamente mitterrandiano che consentì, un tempo, la vittoria della gauche, e in conclusione si fa affidamento, per disperazione, su un leader narcisista come Mélenchon. Grande risultato arrivare terzo! Con la beffa che se almeno si fosse realizzata, come la volta scorsa, una unità con il Partito comunista – il cui candidato ha preso il 2,3% dei voti – Mélenchon (quasi al 22) avrebbe potuto sopravanzare di un soffio Le Pen (al 23,4), finendo lui al ballottaggio. Ma niente da fare.

Ora bisogna sperare che un elettorato disorientato non voti addirittura per Le Pen. Il che, sulla carta, non sarebbe impossibile. Non soltanto un sondaggio dice che il 20% di chi ha votato Mélenchon è pronto a spostarsi verso l’estrema destra; lo dice la logica politica di stampo peronista in cui è pienamente immerso il leader narcisista di cui sopra, a cominciare dal nome ambiguo del suo movimento, che in italiano suona “la Francia non sottomessa”. Ma non sottomessa a chi? Se si va a vedere, si trovano l’euroscetticismo di fondo, il becero sovranismo “di sinistra”, il vecchio filoputinismo (solo negli ultimi tempi un po’ messo da parte, e pour cause) del cosiddetto tribuno della sinistra radicale. Tutti elementi che giocherebbero a favore di una potenziale osmosi di voti tra questa “sinistra” e l’estrema destra, che dice all’incirca le stesse cose, aggiungendovi soltanto l’odio senza quartiere nei confronti degli stranieri.