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Forza militare? Ciò che l’Europa potrebbe essere ma non è

Von der Leyen, presidente della Commissione europea, sembra convinta che l’Unione debba dotarsi di una sua propria forza militare. Si parla di un piccolo esercito di cinque o seimila addetti, che – a differenza di quanto avviene con l’attuale battaglione dei millecinquecento, composto solo di forze di terra – dovrebbe potere intervenire nei cieli e nei mari, senza trascurare il cyberspazio, ovviamente, sempre più decisivo in qualsiasi scenario di guerra.

Ma è questa una buona proposta? Apparentemente sì, perché qualsiasi passo avanti nel senso di un’integrazione sovranazionale, dentro un processo politico iniziato nel lontano 1957 con i trattati di Roma, è da accogliere come una notizia positiva. Tuttavia, nel merito, le perplessità sono parecchie. Non è chiaro, per dirne una, quali sarebbero i rapporti di questa nuova forza militare con la Nato: se fossero “di sintonia”, come si è letto o sentito dire, l’Europa sarebbe di fatto ancora una volta al rimorchio della ben più consistente “protezione armata” offerta dagli Stati Uniti. Logica vorrebbe, se si procedesse verso una difesa integrata tra i paesi europei, che questa fosse del tutto separata dalla Nato, la cui funzione – è opportuno ricordarlo – si sarebbe esaurita già negli anni Novanta del Novecento, con la fine del mondo sovietico nei cui confronti la Nato avrebbe dovuto funzionare da ombrello protettivo.

Politica e conflitto sociale oggi

Sarà ciò che il nostro Guido Ruotolo chiama lo "spontaneismo della rete" a dar vita a fenomeni come quelli cui stiamo assistendo, certo è che il passaggio dalle invettive a trecentosessanta gradi, e dagli insulti ad personam, all'incitamento a prendere le armi – da parte di "comuni cittadini", come li definisce la polizia, cioè non facenti parte di gruppi organizzati –, denota la tendenza a un salto di qualità. Non siamo più alle chiacchiere da bar e al discorso complottista attraverso cui esprimere il proprio risentimento contro i potenti, ma dinanzi a qualcosa che va prendendo la forma di un – sia pure scomposto – conflitto sociale vero e proprio. Sono individui soli, frammentati e dispersi nel cyberspazio di una comunicazione senza capo né coda, che però, con un estremo grido, si muovono verso una qualche forma di organizzazione.

La cosa è visibile ormai da anni, per quanto riguarda l'Europa, soprattutto in Francia: movimenti sociali del genere "gilet gialli", e oggi del tipo "no vax" e "no pass", si autoconvocano mediante la rete, dandosi periodicamente appuntamento in piazza, quando non nelle rotonde per mettere su un blocco stradale, senza che vi sia una chiara direzione in queste agitazioni prive di leader, senza una precisa linea politica, con un'ambiguità di fondo che fa sì che partiti e gruppi, di destra e di sinistra, siano al loro rimorchio (per lo più nella speranza di lucrare qualche voto, quando sarà).

“Prosperità comune”, la nuova parola d’ordine cinese

È ben noto che i partiti comunisti vanno avanti per slogan e campagne propagandistiche di massa. Mao ne lanciò una quantità inverosimile, che sarebbe superfluo ricordare, perché la Cina attuale è quella del famoso "arricchitevi!" proclamato una quarantina di anni fa da Deng Xiaoping. Oggi i miliardari cinesi sono 992, mentre negli Stati Uniti soltanto 696. Più dei due terzi del capitale, in Cina, è detenuto da privati. Il fondatore del motore di ricerca Alibaba, Jack Ma, possiede una fortuna di 56 miliardi di dollari, ed è superato, accidenti, dal re dell'acqua minerale, che ne ha 85, così come da altri imprenditori in vari campi. Tutti sono più o meno legati alla cricca dei dirigenti di partito, e tutti pagano delle tasse risibili: in Cina, infatti, non c'è un'imposta patrimoniale e nemmeno una tassa sulle successioni ereditarie. Il prelievo fiscale avviene prevalentemente mediante tasse indirette, che colpiscono soprattutto i redditi modesti.

Ecco allora che, con una sterzata, il segretario generale Xi Jinping lancia una campagna di rettifica sotto lo slogan "prosperità comune". Ridistribuire il reddito dovrebbe diventare l'imperativo cinese da qui al prossimo congresso comunista, previsto per l'autunno 2022. Che cosa si faranno venire in mente i dirigenti di Pechino per metterlo in pratica? Non sarà che per caso si metterà mano a una patrimoniale, magari astutamente congegnata per non far finire nelle sue maglie i tanti burocrati dai patrimoni non confessati e non confessabili?

Il pacifismo e l’eterna guerra civile afghana

Attentatori suicidi nella folla che disperatamente si accalca all’ingresso dell’aeroporto di Kabul, un centinaio di morti e tra questi una dozzina di militari statunitensi, Biden in una crisi senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti. Sono i dati che nelle ultime ore hanno aggravato ulteriormente il tragico quadro afghano, ponendo lo stesso pacifismo cui ci ispiriamo dinanzi a un problema inedito: come uscire da una guerra sbagliata, da un’occupazione insensata durata vent’anni, senza sbagliare ancor più? La decisione di ritirarsi dall’Afghanistan non era un errore: lo è invece – catastrofe nella catastrofe – il modo in cui questo ritiro avviene.

I militari dell’alleanza occidentale (la Nato, guarda un po’, che in quella parte del mondo mai avrebbe dovuto intervenire), il cui contingente era già stato ridotto a partire dal 2014, avrebbero dovuto lasciare il Paese per ultimi, dopo aver messo al sicuro, se non altro, quel variegato mondo che campava soprattutto nella capitale intorno agli occupanti. Poi si sarebbe dovuto pensare alle persone a rischio di essere uccise: per questo – inutile girarci intorno – bisognava e bisogna trattare con i talebani i modi in cui assicurare loro che non sarebbero state toccate. Ma gli “studenti islamici”, che si sono visti consegnare Kabul senza resistenza, dovevano essere fermati alle porte della capitale al fine di impostare un negoziato. Mai e poi mai si sarebbe dovuto contare sul pressoché inesistente esercito afghano e sul governo fantoccio locale su cui Biden, incoscientemente, ha fatto affidamento.

Si fa presto a dire “viva la Comune!”

(Questo articolo è stato pubblicato il 17 marzo 2021) Centocinquant’anni fa, il 18 marzo 1871, sull’onda della sconfitta militare della Francia bonapartista a Sedan,...

Buone ferie e arrivederci al 23 agosto

Preferiamo chiamarle ferie e non vacanze, in ricordo di un tempo in cui le fabbriche chiudevano, il lavoro veniva sospeso ovunque per qualche settimana, e le lavoratrici e i lavoratori – per lo più stabilmente occupati – restavano a casa o andavano al mare, oppure ritornavano “al paese”, in quelle campagne da cui spesso provenivano: ciò per tutta l’epoca, durata fin oltre la metà del Novecento, che fu quella della “rivoluzione industriale”. Un periodo retribuito di ferie fu istituito per la prima volta dal governo del Fronte popolare, in Francia, nel maggio del 1936. E fu uno scandalo, per i borghesi benpensanti, la prospettiva che degli operai avrebbero potuto invadere le loro spiagge.

Oggi siamo dinanzi a tutt’altro. Le crisi industriali sono all’ordine del giorno, gli stabilimenti chiudono le porte, l’espulsione della forza-lavoro viva, in favore di una sempre più massiccia automazione dei processi produttivi, è sotto l’occhio di tutti; mentre, dove c’è ancora necessità di impiegare grossi numeri di esseri umani (come nelle aziende della logistica), le condizioni di lavoro subiscono un arretramento pauroso, diventano semischiavistiche, avvicinando obiettivamente i lavoratori delle città ai braccianti delle campagne, cioè a una manodopera per lo più immigrata e priva di diritti – senza che questo, peraltro, spinga verso la costruzione di un orizzonte comune di lotta.

No vax, una imbecillità con radici non da poco

Se c’è qualcosa con cui misurare ciò che ancora può essere detto “progresso”, questo è l’Indice di sviluppo umano (Isu), e, al suo interno,...

Il meticciato sarà il nostro futuro

Alla domanda circa i flussi migratori posta da Guido Ruotolo nel suo articolo del 16 luglio, la mia risposta è: accogliere tutti ma cercando...

Haiti, politica e delitto

Si chiama così, Politik und Verbrechen, un libro di saggi di Enzensberger pubblicato nel 1964, che però prendeva in esame la dittatura di Trujillo nella Repubblica dominicana lasciando da parte l’altro despota collocato sulla stessa isola delle Grandi Antille, quel Duvalier di Haiti, alias “papà Doc”, che – a differenza di Trujillo, abbattuto in un attentato – morì tranquillo nel suo letto nel 1971. Volendo fare un’altra citazione, fu Graham Greene, invece, ad ambientare nella Haiti di “papà Doc” e dei suoi uomini di mano, i famigerati tonton macoutes, il romanzo I commedianti. Questo per dire che la letteratura si è interrogata intorno al buco nero costituito dal nesso tra politica e gangsterismo, come intorno a una specie di fondo tenebroso del potere, più di quanto non abbiano saputo fare la filosofia e la sociologia: delineando, in questo modo, una geografia politica della violenza antillana dalle forti risonanze metaforiche.

Dove erano gli uomini della sicurezza quando, nella notte di mercoledì 7 luglio, una trentina di uomini armati hanno attaccato la residenza del presidente haitiano, facendo fuori lui e ferendo gravemente sua moglie? Come mai nessuno dei sorveglianti è risultato ferito? Jovenel Moïse era un tipico politico di stampo berlusconiano (diremmo noi), un industriale delle banane diventato presidente.

Piccolo discorso sull’identità di genere

Non sorprende il vicolo cieco a cui sta mettendo capo la telenovela parlamentare intorno al disegno di legge Zan. Nei parlamenti italiani, infatti, c’è...