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L’ombra di un Nosferatu sulla Francia e il suicidio della sinistra

La candidata designata dalla destra tradizionale alla presidenza della Francia è Valerie Pecresse, attualmente a capo della regione di Parigi. Tra lei e Macron...

Moratoria sui brevetti, una campagna da sostenere

Se ci fosse una sanità veramente pubblica a livello mondiale, non ci sarebbe alcun bisogno di fare pressione affinché sia tolta, o almeno sospesa, la vomitevole protezione sui brevetti (la cui durata per lo più è di vent’anni). Sarebbe infatti del tutto pacifico che, nel caso di una pandemia, o ci si salva tutti insieme o si finisce in una crisi senza sbocchi: proprio quella che dopotutto stiamo vivendo, perché è chiaro che, se interi continenti hanno tassi di vaccinazione ridicoli, il virus avrà tutte le possibilità, diffondendosi, di sviluppare varianti su varianti.

In altre parole, se il capitalismo non fosse il capitalismo, non esisterebbe qualcosa come una “proprietà intellettuale”, cioè la ricerca scientifica non sarebbe subordinata al profitto. E neppure varrebbe più il ragionamento secondo cui i brevetti sono uno stimolo alla innovazione, perché così, pregustando gli ingenti utili che se ne possono trarre, alcuni ricconi sarebbero incentivati a investire nella produzione di nuovi prodotti farmaceutici.

Il nodo della legge elettorale

Si discute troppo poco di legge elettorale. E ciò nonostante l’Italia si contraddistingua per avere cambiato più volte, negli scorsi decenni, il proprio sistema di elezione dei rappresentanti in parlamento (in un caso perfino con un dispositivo che, per come faceva schifo, era soprannominato “porcellum”). La legge al momento in vigore, detta più gaiamente “rosatellum”, non è tra le peggiori possibili, ma ha comunque delle criticità intrinseche – e soprattutto è diventata inadeguata a causa del robusto taglio dei parlamentari effettuato tramite un referendum. La vera questione, dunque, non è se dopo l’elezione del presidente della Repubblica (Draghi o non Draghi che sia) si voterà immediatamente o alla scadenza naturale della legislatura nel 2023, ma se alle elezioni si andrà con una legge come quella attuale, che è un misto di proporzionale e di maggioritario, o piuttosto con un’altra.

Il nostro Aldo Garzia, in un editoriale pubblicato qualche giorno fa, ha rimarcato come Letta e il Pd non sembrino più preoccuparsi della faccenda, sebbene, nell’accordo con i 5 Stelle per il governo Conte 2, la questione fosse stata apertamente menzionata. Se appare impossibile, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, non immaginare almeno un ridisegno dei collegi elettorali, perché non mettere mano a una riforma complessiva?

Crisi tra Polonia e Bielorussia, una partita geopolitica

A consumarsi in queste ore nei boschi al confine tra la Polonia e la Bielorussia non è solo l’ennesima crisi umanitaria che vede protagonisti, da un lato, alcune migliaia di migranti (provenienti, in questo caso, soprattutto dal Kurdistan iracheno e dalla Siria) protesi a raggiungere l’eldorado europeo, e dall’altro le forze polacche di polizia e dell’esercito. Dentro questa crisi ce n’è un’altra, che ha le vesti di una complicata partita geopolitica e coinvolge gran parte delle aree roventi del pianeta. Vladimir Putin – zar di ciò che è rimasto della dissoluzione di un impero, protettore della satrapia post-sovietica bielorussa – ha potuto dichiararlo con beffarda chiarezza: l’Europa, sulla questione dei profughi, si gioca la credibilità rispetto ai propri strombazzati princìpi umanitari, ed è inoltre corresponsabile della devastazione di quelle terre da cui essi fuggono.

Che ciò sia vero o falso (vero per quanto riguarda l’Iraq, in cui gli europei intervennero nell’insensata guerra voluta dagli Stati Uniti, falso relativamente alla Siria, dov’è piuttosto la Russia responsabile dell’appoggio al dittatore locale e alle sue persecuzioni ai danni degli oppositori), non toglie nulla alla circostanza che voli charter da Damasco a Minsk, con tanto di visto turistico, siano stati organizzati di recente, alimentando così il miraggio di chi non ce la fa più a vivere dove vive. E non v’è dubbio che i profughi siano per il satrapo bielorusso, anziché dei rifugiati, un’arma impropria da spingere verso i confini occidentali, ben conoscendo l’allergia ai migranti manifestata dall’attuale regime polacco, tra l’altro a un passo dalla rottura con l’Unione europea.

Origini e conseguenze di un virus

Bisogna andarci con i piedi di piombo, con la consapevolezza che si possono avanzare delle ipotesi ma che ciò che davvero è accaduto non...

Magdalena Andersson, la più tirchia d’Europa

La ministra delle Finanze svedese, Magdalena Andersson, è diventata nei giorni scorsi presidente del Partito socialdemocratico e si appresta a succedere come premier a Stefan Löfven, che guida un esecutivo appoggiato da centristi, ecologisti e Partito della sinistra. Una formula politica, questa, che ha avuto lo scopo (dopo le elezioni del 2018, in cui i socialdemocratici non hanno raggiunto più del 28% dei voti) di mettere in un angolo i conservatori e l’estrema destra. La notizia potrebbe rallegrarci, perché – perfino in una Svezia che è molto avanti nel protagonismo femminile nella vita sociale – si tratta della prima volta di una donna.

Ma c’è un ma. Lei stessa si è autodefinita la più tirchia dei ministri europei, avendo schierato il suo Paese con quel gruppo dei cosiddetti “frugali” che hanno opposto molte difficoltà alla realizzazione del piano post-pandemico europeo: quello, per intenderci, che sta dando un sacco di soldi all’Italia. Le ragioni di tale avarizia furono illustrate da Andersson in un’intervista: come potremmo spiegare ai nostri elettori e ai nostri pensionati, i quali pagano tasse elevatissime, che il loro denaro deve andare a Paesi come la Spagna e l’Italia in cui ci sono tasse più basse o una forte evasione fiscale? La domanda non fa una piega. Solo che la soluzione del problema non sta nell’essere “frugali”, quanto piuttosto in un’armonizzazione delle politiche fiscali all’interno dell’Unione europea.

La banalizzazione dello sterminio degli ebrei

Shoah è un termine ebraico reso popolare soprattutto a partire dal film documentario omonimo del 1985 (della durata di oltre nove ore) a firma...

La socialdemocrazia reale e il socialismo possibile

Il nuovo primo ministro norvegese è il laburista Jonas Gahr Støre, rimasto otto anni all’opposizione e ritornato al governo, nell’ottobre scorso, in una coalizione con i centristi. In Germania, Olaf Scholz, candidato della Spd alla cancelleria, si appresta a dar vita a un esecutivo con i verdi e i liberali dopo un lungo periodo di collaborazione governativa con i conservatori. Ce n’è abbastanza per poter parlare di un ritorno della socialdemocrazia nel nord Europa, considerando che anche Danimarca, Svezia e Finlandia hanno premier socialdemocratici?

Sì e no. Anzitutto va considerata la circostanza che questi partiti non hanno più le altissime percentuali di un tempo. Quando va bene, arrivano intorno al 25%, e sono spinti ad alleanze con formazioni collocate alla loro destra. Soltanto nell’Europa meridionale i socialisti sono al governo con alleanze di sinistra, in Spagna soprattutto e in Portogallo, dove tuttavia si è appena aperta una crisi politica e c’è il rischio concreto di elezioni anticipate. Di un “ritorno ai fondamentali”, però, si può parlare: perché è ormai alle spalle la brutta stortura degli anni Novanta del Novecento, quando ovunque in Europa sembrava che la socialdemocrazia avesse definitivamente smarrito se stessa con la strategia centrista della “terza via” di Blair, oggi finita nel dimenticatoio o riproposta da qualche ceffo di cui c’è esempio unicamente nel nostro Paese.

Del Pd, del centrosinistra, e di alcuni bricconi

Stavolta il Pd e il suo segretario hanno dimostrato coerenza: non si poteva arrivare a una mediazione al ribasso. Bisognava tenere il punto sul...

Il Pd e la coerenza antifascista

Miserabile canovaccio quello recitato ieri in Senato. Sembrava che il Partito democratico – a sentire il suo segretario solo pochi giorni fa – fosse deciso a imboccare la via per lo scioglimento di Forza Nuova; invece si è comportato in tutt’altro modo, con quel cerchiobottismo che da sempre caratterizza il moderatismo italiano. Non si tratta neppure di rimproverare al Pd di essere un agglomerato centrista anziché di centrosinistra come vorrebbe essere; si tratta semplicemente di segnalare come un partito – in qualsiasi collocazione parlamentare si collochi – dovrebbe avere una certa coerenza tra ciò che dichiara e ciò che fa. Altrimenti è privo di senso lamentarsi poi dell’astensionismo crescente, che avrà anche profonde motivazioni sociologiche, ma è provocato anzitutto da un ceto politico di chiacchieroni, con l’effetto di una disaffezione degli elettori nei confronti della politica.

Gli elementi per mettere fuori legge Forza Nuova ci sono tutti, e da tempo. Che si tratti di un gruppo dichiaratamente fascista è cosa nota, ma ora non c’è soltanto questo: sabato 9 ottobre, a Roma, Forza Nuova ha organizzato i disordini di piazza sfociati nell’assalto alla sede della Cgil. In casi del genere la famosa legge Scelba, se applicata, consente al ministero dell’Interno, sentito il parere del Consiglio dei ministri, di procedere allo scioglimento per via amministrativa, senza neppure attendere un procedimento giudiziario o una sentenza di primo grado. Era però prevedibile, data la composizione dell’attuale maggioranza di governo, che il presidente del Consiglio e la ministra dell’Interno (per giunta sotto attacco da parte della destra) se ne lavassero le mani puntando ad allungare i tempi con uno scaricabarile: “Attendiamo il giudizio da parte della magistratura”.