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Home » Editoriale » La morte di Bergoglio

La morte di Bergoglio

22 Aprile 2025 Rino Genovese  1396

Non ci ha colti del tutto di sorpresa la scomparsa del papa, ma certo, dopo il superamento della polmonite che l’aveva colpito, non ci si aspettava una fine tanto rapida – sopraggiunta tra l’altro, incredibilmente, poche ore dopo il breve incontro con il vicepresidente statunitense Vance, un vero e proprio nemico di Bergoglio, con il suo cattolicesimo di facciata e la sua dura visione di destra. Non intendiamo annetterci in toto il significato di un pontificato durato dodici anni, con le sue luci – molte – e le sue ombre (vedi qui e qui). Ma è un fatto che adesso la Chiesa appare a un bivio: o proseguire nel rinnovamento, moderato ma deciso, impresso dal papa argentino, o ritornare indietro alle posizioni conservatrici che furono di Ratzinger.

Abbiamo scritto “argentino”, e a ragion veduta. L’intera vicenda di Bergoglio, dal punto di vista politico, può inscriversi in quella del movimento che ha marcato la storia del Paese sudamericano nel Novecento e fino ai nostri giorni: ci riferiamo, naturalmente, al peronismo. La stessa idea di una “teologia del popolo” – non, quindi, di una “teologia della liberazione” con le sue aspirazioni rivoluzionarie – appare in linea con quella “rivoluzione passiva” (chiamiamola così, con terminologia gramsciana) realizzata dal peronismo, con le sue componenti finanche opposte, ma comunque unite nel segno del populismo. Non si trattava di una presa di parola autonoma da parte delle masse subalterne, ma di guidarle verso un miglioramento delle condizioni di vita mediante un regime corporativo (espressione di un corporativismo fascista adattato creativamente alle condizioni sudamericane) con un inquadramento dei sindacati nell’ordine statale.

Un approccio paragonabile, applicato alla situazione della Chiesa del Ventunesimo secolo, lo si ritrova nel riformismo bergogliano. Non una rivoluzione ma un rivolgimento dall’interno, anche nel senso però di una discontinuità: in particolare in materia ecologica – ed è stata la più importante innovazione dell’intero pontificato – al cui riguardo, con l’enciclica Laudato si’, quindi con la ripresa di Francesco di Assisi, Bergoglio ha segnato un mutamento di prospettiva, mettendo fuori causa qualsiasi antropocentrismo. L’uomo non è più, come nella tradizione teologica di derivazione medievale, al centro del creato come suo esclusivo signore, ma è un suo custode, tenuto a farsi carico – soprattutto nelle circostanze climatiche estreme in cui ormai stiamo vivendo – del futuro del pianeta. In termini non espliciti, e tuttavia chiari, quella di Bergoglio è una denuncia del capitalismo e del punto di non ritorno a cui lo sfruttamento selvaggio delle risorse sta portando.

Allo stesso modo, schierandosi dalla parte degli “ultimi”, che sono oggi i migranti, Bergoglio ha posto un freno a un cattolicesimo identitario che vede nell’“invasione dei barbari” e nella diffusione delle altre fedi religiose una minaccia alla sua stessa sopravvivenza come religione dominante di un Occidente dominatore. Su questo punto il papa ha mostrato un’intransigenza totale, denunciando come sia fuori dai princìpi basilari del cristianesimo quella paura e insofferenza nei confronti dello straniero su cui, invece, specula l’estrema destra.

Infine, sulle guerre in corso, con l’idea niente affatto peregrina di un terzo conflitto mondiale combattuto “a pezzi”, Bergoglio ha rilanciato una linea pacifista che – bisogna dirlo – fa ormai parte da tempo della Chiesa cattolica. Anche Giovanni Paolo II – che pure era un tale realista politico da non esitare nel fare transazioni e nel prendere soldi dalla malavita organizzata, pur di accelerare la decomposizione di quel mondo dell’Est da cui proveniva – aveva condannato senza mezzi termini la guerra in Iraq. Nello stesso conservatorismo cattolico è maturata la coscienza dell’orrore della guerra, che fa sì che, da questa parte di mondo, sia diventato molto difficile avviare quello “scontro di civiltà” a cui pure, soprattutto oggi riguardo al conflitto israelo-palestinese e alla sua possibile estensione, l’internazionale reazionaria non sarebbe insensibile.

Nella sostanza, la religione di Bergoglio ha compreso come il male della modernità non siano per nulla le bestie nere di Ratzinger, cioè la secolarizzazione e il “relativismo” – del resto ben poca cosa in un mondo, come quello contemporaneo, che inclina di nuovo pericolosamente verso il fanatismo. Perciò si può dire che abbia saputo riprendere, nelle sue linee essenziali, una vocazione di apertura universalistica che è il senso stesso di un cattolicesimo capace di interrogare anche i non credenti.

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Tagsecologia immigrazione morte di Bergoglio pacifismo peronismo Rino Genovese

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