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Francesco e Kirill: due visioni del mondo

È passato abbastanza inosservato il breve discorso di papa Francesco di questo mercoledì, nel quale ha avvertito che siamo arrivati alla Terza guerra mondiale....

Contro la guerra, una Zimmerwald pacifista?

Chi, quale soggetto, quale forza politica organizzata potrebbe proporre quella nuova Zimmerwald di cui ha parlato Sandro Mezzadra, e della quale certo ci sarebbe bisogno? Zimmerwald è il nome di una località della Svizzera in cui, nel settembre del 1915, si tenne la conferenza del socialismo internazionalista contrario alla guerra: una pagina memorabile nella storia della sinistra europea, che vide la partecipazione dell’intero Psi (compresa la sua componente riformista turatiana, che solo dopo Caporetto conobbe una sbandata “patriottarda”), e naturalmente dei bolscevichi che, pur battuti nel voto sulla risoluzione finale, poterono lanciare la loro parola d’ordine radicale di “guerra alla guerra”; mentre oggi la pur compromissoria formula di “né aderire né sabotare”, che era quella del massimalismo italiano, apparirebbe come una sorta d’insostenibile chimera.

Il pacifismo e l’eterna guerra civile afghana

Attentatori suicidi nella folla che disperatamente si accalca all’ingresso dell’aeroporto di Kabul, un centinaio di morti e tra questi una dozzina di militari statunitensi, Biden in una crisi senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti. Sono i dati che nelle ultime ore hanno aggravato ulteriormente il tragico quadro afghano, ponendo lo stesso pacifismo cui ci ispiriamo dinanzi a un problema inedito: come uscire da una guerra sbagliata, da un’occupazione insensata durata vent’anni, senza sbagliare ancor più? La decisione di ritirarsi dall’Afghanistan non era un errore: lo è invece – catastrofe nella catastrofe – il modo in cui questo ritiro avviene.

I militari dell’alleanza occidentale (la Nato, guarda un po’, che in quella parte del mondo mai avrebbe dovuto intervenire), il cui contingente era già stato ridotto a partire dal 2014, avrebbero dovuto lasciare il Paese per ultimi, dopo aver messo al sicuro, se non altro, quel variegato mondo che campava soprattutto nella capitale intorno agli occupanti. Poi si sarebbe dovuto pensare alle persone a rischio di essere uccise: per questo – inutile girarci intorno – bisognava e bisogna trattare con i talebani i modi in cui assicurare loro che non sarebbero state toccate. Ma gli “studenti islamici”, che si sono visti consegnare Kabul senza resistenza, dovevano essere fermati alle porte della capitale al fine di impostare un negoziato. Mai e poi mai si sarebbe dovuto contare sul pressoché inesistente esercito afghano e sul governo fantoccio locale su cui Biden, incoscientemente, ha fatto affidamento.