E così Christine Lambrecht alla fine non ce l’ha fatta: la stampa tedesca e quella internazionale infieriscono sulla ex ministra socialdemocratica della Difesa, dando risalto al suo modesto profilo e alle sue gaffe, che certo sono state numerose. Il giorno seguente all’invasione russa dell’Ucraina, la ministra ha pensato bene di lasciare il suo ufficio per andare in un salone di bellezza, dove ha trascorso parecchio tempo senza farsi troppi problemi. Malelingue interne alla struttura dicono che arrivasse al ministero tardi e le piacesse andarsene via presto, e si narra di importanti telefonate con la Nato saltate per dare priorità a sue faccende private. Un percorso tutto segnato da interventi infelici o intempestivi: dalla vicenda dei panzer Puma, acquistati e poi mostratisi durante una esercitazione malfunzionanti e goffamente impantanati nel fango, fino alle gite in elicottero militare con il figlio, passando per altre sortite discutibili, come i cinquemila elmetti offerti agli ucraini agli albori della guerra, offerta che il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, ebbe a definire all’epoca uno “scherzo di cattivo gusto”.

La presentazione delle dimissioni non è stata dunque una sorpresa: Lambrecht era già da molto tempo sotto pressione, e il suo operato aveva attirato veementi critiche da parte dell’opposizione cristiano-democratica. Così la notizia è giunta quasi scontata. Ai precedenti motivi di imbarazzo per il governo e il suo partito, ha fatto seguito recentemente un ennesimo evento imbarazzante. Un bizzarro video girato sul cellulare la notte di Capodanno è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nel video, diventato virale in rete, mentre petardi e fuochi d’artificio esplodono fragorosamente in sottofondo, Lambrecht, con voce che si sente a malapena, espressione spiritata e capelli al vento, riflette sull’anno appena trascorso dicendo: “C’è una guerra che infuria nel mezzo dell’Europa”; e si rallegra del fatto che “ci sono state per me molte impressioni speciali associate a questo, e ho incontrato persone formidabili”.

Ha così offerto il destro ai suoi nemici e ai media per metterla definitivamente alla berlina, facendola diventare una specie di macchietta. La ministra se n’è lamentata nel comunicato con cui annuncia di abbandonare l’incarico: “L’attenzione dei media sulla mia persona, che dura da mesi, non permette di parlare e discutere in modo obiettivo delle forze armate, della Bundeswehr e delle decisioni in materia di politica di sicurezza nell’interesse dei cittadini tedeschi” – si legge nel comunicato diffuso dal ministero. La sensazione, però, è che il fallimento della Lambrecht non sia dovuto a un vero e proprio grande scandalo, ma al cumularsi di una serie di errori, di cui quelli riportati malignamente dalla stampa sono forse solo i meno rilevanti politicamente, anche se appariscenti.

Il problema della ministra è il problema di tanti politici di carriera che si sono trovati catapultati in una vicenda come quella della guerra, che sopravanza ampiamente le loro capacità di gestione. Certo, le sono mancate l’intuizione e la passione per l’ufficio da assolvere, e non le ha giovato un atteggiamento tra l’autoritario e il disinteressato che si è rivelato una miscela fatale. Ha le sue responsabilità anche il cancelliere Olaf Scholz, che ha trascurato alcuni segnali di allarme. Lambrecht aveva già annunciato il suo desiderio di abbandonare la politica nel 2020, quando era ministro federale della Giustizia. Anche perché, in quel momento, quasi nessuno in Germania credeva che la Spd avrebbe vinto le elezioni. Scholz ha voluto a tutti i costi insediare al Bendler Block – l’edificio berlinese in cui ha sede il ministero della Difesa – una sua fedelissima, che era già in partenza figura problematica almeno sotto due aspetti: da un lato, la passione per la politica appariva in lei evidentemente molto legata alle prospettive di carriera; dall’altro, avrebbe preferito diventare ministro degli Interni, invece che responsabile della Bundeswehr. Un ministero scomodo, quello della Difesa, già prima che scoppiasse la guerra, per anni considerato un portafoglio di serie B, e oggetto di continui tagli durante l’era Merkel.

Indubbiamente nel fallimento della ministra c’è una componente personale di impreparazione e di arroganza; ma è anche vero che la Repubblica federale è una nazione molto poco militarista, in cui l’apparato della difesa ha avuto a lungo un ruolo marginale. Difficile immaginare di vedere dei generali ministri della Difesa, com’è avvenuto altrove; la carica in Germania è stata in genere affidata a leader sindacali, come Georg Leber, o a politici di carriera non particolarmente brillanti, come fu Peter Struck. Ma nel disastro di Lambrecht non si misura solo il divario tra una tradizione civile di antimilitarismo repubblicano e la cultura militare della Bundeswehr; emerge nettamente la nuova centralità che, dopo la guerra in Ucraina, il ministero della Difesa ha assunto, diventando un dicastero chiave. Occorre procedere in maniera celere con gli appalti, c’è da spendere il fondo speciale da cento miliardi di euro stanziato dopo la Zeitwende, la “svolta epocale”, per procedere al riarmo del Paese.

Scholz ha proceduto alla successione molto rapidamente nominando Boris Pistorius, che abbandonerà così il precedente incarico come ministro degli Interni del Land della Bassa Sassonia. È un uomo pragmatico e con taglio manageriale; il suo sarà un compito molto difficile, se vorrà realmente realizzare l’obiettivo della costruzione di una Bundeswehr “efficiente, altamente moderna e progressista, che ci protegga in modo affidabile”, come ha a più riprese dichiarato il cancelliere.

La Germania, infatti, secondo dati forniti dagli stessi ufficiali militari di alto livello, ha una capacità difensiva ancora molto limitata. Questo è dovuto a un presupposto che ha condizionato la politica tedesca dalla fine della guerra fredda, e che si è rivelato un grave errore di prospettiva con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: l’idea che la difesa nazionale non fosse più così necessaria, perché si era circondati solo da amici. La conseguenza di questo assunto erroneo è stata una riduzione costante della spesa militare. Negli ultimi anni, sono stati risparmiati miliardi sulla Bundeswehr, anche e soprattutto durante il cancellierato di Angela Merkel. Quel che rimaneva a disposizione per l’esercito era pensato per essere utilizzato principalmente per le missioni di pace internazionali.

L’ingentissimo investimento ora previsto stenta in ogni caso a prendere avvio, anche a causa di una complicata struttura di appalti, cui aveva appunto cercato goffamente di mettere mano la vituperata Lambrecht, e da un apparato del ministero della Difesa, in cui i funzionari pubblici si pestano i piedi a vicenda. È anche vero che i miliardi ora a disposizione sono una cosa, l’atteggiamento verso l’esercito un’altra. La capacità di operatività militare non è solo una questione di budget, come ha ricordato recentemente il politologo Ivan Krastev, nel corso di una conferenza a Vienna: “L’identità della società tedesca del dopoguerra è stata costruita sul pacifismo” – ha dichiarato Krastev. Pertanto, ha affermato, si tratta di operare un cambiamento culturale. Anche lo “Spiegel” ha commentato: “I soldi della Zeitwende pian piano arriveranno alle truppe, ma non c’è ancora lo spirito giusto”, alludendo alle resistenze al riarmo che esistono nel Paese, nella opinione pubblica come a livello governativo.

E il tempo ormai stringe, mentre la guerra incalza: ora che la Polonia e la Gran Bretagna hanno deciso di fornire direttamente carri armati all’Ucraina, la pressione sulla Germania è aumentata. Il governo è messo di fronte alla sgradevole scelta tra consegnare i carri armati o dare ad altri Stati il permesso di recapitare al destinatario i Leopard di produzione tedesca. In ogni caso, tutta la gigantesca macchina della riorganizzazione militare teutonica, così tardivamente e neghittosamente avviata, rischia di stritolare altre figure istituzionali dopo quella di Christine Lambrecht.