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Tag: Stati Uniti

La Russia, questa sconosciuta

Alcune settimane fa l’agenzia Bloomberg aveva lanciato l’allarme – “secondo documenti dell’intelligence Usa, la Russia starebbe preparando l’invasione dell’Ucraina” –, pubblicando un report corredato...

Immigrazione, il tradimento europeo e americano dei diritti umani

Adesso che l’ultima, in ordine di tempo, crisi migratoria tra Polonia e Bielorussia è in via di esaurimento – con “solo” poche centinaia di...

Un pianeta presto arrostito?

“Manca un minuto a mezzanotte”, ha dichiarato ieri Boris Johnson, forse in un momento di resipiscenza dopo le conversazioni che il G20 ha dedicato...

Due democratici contro Biden

I nomi di Joe Manchin e Kyrsten Sinema non diranno granché a chi segue prevalentemente la politica italiana, eppure le loro posizioni politiche sono...

Al-Sisi: siamo tutti per il modello cinese

"Approccio dittatoriale". Sono le accurate parole che il presidente egiziano al-Sisi ha scelto per definire la visione di quei Paesi che gli chiedono di...

Australia, Regno Unito, Stati Uniti: l’azzardo dei sottomarini

A prima vista potrebbe sembrare soltanto un accordo commerciale andato a male. Nel 2016 l’Australia aveva stipulato un contratto con la Francia per la...

Reddito di cittadinanza e salario minimo: descrizione di una battaglia

Luciano Gallino dedicò a suo tempo pagine illuminanti contro lo stigma che colpisce i poveri, gli emarginati, i disoccupati, e che presiede alla logica...

La guerra fredda con la Cina è iniziata

Non è di poco momento ciò che si profila con l’accordo racchiuso nell’acronimo Aukus (Australia, United Kingdom, United States). Mediante la fornitura all’Australia di sottomarini a propulsione nucleare, una nuova Nato va schierandosi tra l’Oceano pacifico e indiano, a un tiro di schioppo dalla Cina. Si può nutrire la più spiccata antipatia per il regime cinese – questo strano pasticcio storico capitalistico-comunista – e riconoscere, tuttavia, che in politica internazionale esso non ha manifestato la minima intenzione bellicosa, nonostante non abbia rinunciato alle rivendicazioni su Taiwan e alcune isolette minori controllate dal Giappone.

È quindi solo una mossa da paesi che cercano scompostamente di sottrarsi al loro declino, quella messa in campo da quest’Occidente ristrettamente anglosassone formato dagli Stati Uniti, da un Regno Unito ripreso, dopo la Brexit, dalla tradizionale subalternità filoamericana e dal suo avamposto nell’indopacifico facente parte del Commonwealth (gli australiani sono tuttora sudditi di sua maestà britannica). Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si potrebbe dire: appena chiusa una bestialità – con l’ammissione ufficiale dell’assassinio di dieci civili, tra cui sette bambini, scambiati per terroristi in Afghanistan e colpiti con un drone il 29 agosto scorso –, se ne intraprende un’altra.

Libano senza pace

Dopo un anno e mezzo di tentativi e la fine del governo ad interim presieduto da Hassan Diab, Saad Hariri – figlio dell’ex primo...

Dopo la ritirata da Kabul, si tratta su Caracas

La fuga da Kabul è l’esempio più lampante della crisi egemonica e militare dell’Impero statunitense. Ma ci sono altre aree del mondo in cui lo stesso Impero non viene a capo di problemi di lunga durata. È il caso del Venezuela, dove neppure l’amministrazione Trump è riuscita a buttare giù dalla torre il presidente Nicolás Maduro con ciò che resta del chavismo. Le ultime notizie raccontano dell’avvio di una trattativa sul futuro di Caracas: a Città del Messico, con la mediazione per merito diplomatico del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador e di Marcelo Ebrard, ministro degli Esteri, oltre che della Norvegia. Si sta negoziando, dalla metà di agosto, fra governo e opposizione venezuelani. Dietro le quinte c’è il ruolo svolto dal Vaticano, in particolare dallo stesso Bergoglio molto sensibile alle questioni latinoamericane.

Un primo risultato del negoziato è l’accordo per la partecipazione di gran parte dell’opposizione alle elezioni amministrative del 21 novembre. Cosa ha reso possibile questo inaspettato obiettivo? Maduro e il suo governo sono tornati a dialogare con l’opposizione di Piattaforma unitaria di Henrique Capriles (più dialoguero e popolare di altri oppositori), Leopoldo López e il presidente pro forma Juan Guaidó, nominato presidente alternativo nel 2019 su indicazione statunitense (l’Unione europea ha smesso da oltre un anno di riconoscerlo come presidente legittimo, errore – bisogna ammetterlo – che l’Italia non ha commesso per merito dei 5 Stelle).