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Libano senza pace

Dopo un anno e mezzo di tentativi e la fine del governo ad interim presieduto da Hassan Diab, Saad Hariri – figlio dell’ex primo...

Dopo la ritirata da Kabul, si tratta su Caracas

La fuga da Kabul è l’esempio più lampante della crisi egemonica e militare dell’Impero statunitense. Ma ci sono altre aree del mondo in cui lo stesso Impero non viene a capo di problemi di lunga durata. È il caso del Venezuela, dove neppure l’amministrazione Trump è riuscita a buttare giù dalla torre il presidente Nicolás Maduro con ciò che resta del chavismo. Le ultime notizie raccontano dell’avvio di una trattativa sul futuro di Caracas: a Città del Messico, con la mediazione per merito diplomatico del presidente messicano Andrés Manuel López Obrador e di Marcelo Ebrard, ministro degli Esteri, oltre che della Norvegia. Si sta negoziando, dalla metà di agosto, fra governo e opposizione venezuelani. Dietro le quinte c’è il ruolo svolto dal Vaticano, in particolare dallo stesso Bergoglio molto sensibile alle questioni latinoamericane.

Un primo risultato del negoziato è l’accordo per la partecipazione di gran parte dell’opposizione alle elezioni amministrative del 21 novembre. Cosa ha reso possibile questo inaspettato obiettivo? Maduro e il suo governo sono tornati a dialogare con l’opposizione di Piattaforma unitaria di Henrique Capriles (più dialoguero e popolare di altri oppositori), Leopoldo López e il presidente pro forma Juan Guaidó, nominato presidente alternativo nel 2019 su indicazione statunitense (l’Unione europea ha smesso da oltre un anno di riconoscerlo come presidente legittimo, errore – bisogna ammetterlo – che l’Italia non ha commesso per merito dei 5 Stelle).

Tunisia nel ciclone

La rivoluzione tunisina dei gelsomini rischia di appassire. L’unica, tra le tante che scossero i Paesi arabi tra l’inverno e la primavera del 2011,...

Cosa potrebbe insegnare all’Europa la sconfitta americana in Afghanistan

La rovinosa fuga dall’Afghanistan è un avvenimento certamente destinato ad avere un peso rilevante in molti modi e su diversi fronti. Le analogie storiche si sprecano e l’enfasi non manca. Forse è prematuro, per non dire avventato, formulare un paragone così netto fra un’epoca storica e un’altra, come ha scritto Bernard Guetta, secondo cui come il Ventesimo secolo iniziò a Sarajevo, alla fine del giugno del 1914, così il Ventunesimo sarebbe nato a Kabul nel luglio di quest’anno. Ma certamente la fuga degli Usa e alleati dall’Afghanistan è destinata a cambiare gran parte degli assetti politico-economici mondiali.

In sostanza gli Stati Uniti sono ora fuori sia dall’Oceano indiano sia dall’Asia. Lo confermano, per contrasto, le aspre parole con cui la repubblicana Kelly Craft ha inaugurato l’Asia-Pacific Security Dialogue organizzato dal ministero degli Esteri di Taipei. La rappresentante statunitense ha ribadito la continuità tra Trump e Biden nella difesa di Taiwan dalle ambizioni cinesi, invitando però i taiwanesi a fare come Israele, cioè ad armarsi di tutto punto e a non affidare la loro salvezza solo all’aiuto altrui.

L’Afghanistan e la trasformazione delle guerre asimmetriche

Con malcelato compiacimento, intere schiere di componenti di ogni versione di una sinistra malconcia e marginale contemplano la rovinosa ritirata americana dall’Afghanistan, scaricando le frustrazioni accumulate fin dal fatidico 1989. La scena, del resto, si presta ai più amari e spietati sarcasmi, quando si vede la superpotenza ripiegare addirittura ventiquattr’ore ore prima dell’ultimatum fissato con perfida determinazione dai talebani.

La domanda, ovviamente, è cosa comporti realmente questo smacco strategico per l’equilibrio del mondo e chi potrà mai avvantaggiarsene; infine, per i superstiti della discussione, la sinistra potrà mai utilizzare una ripresa della dinamica politica per riproporsi come soggetto e non solo come tifoso?

Il pacifismo e l’eterna guerra civile afghana

Attentatori suicidi nella folla che disperatamente si accalca all’ingresso dell’aeroporto di Kabul, un centinaio di morti e tra questi una dozzina di militari statunitensi, Biden in una crisi senza precedenti per un presidente degli Stati Uniti. Sono i dati che nelle ultime ore hanno aggravato ulteriormente il tragico quadro afghano, ponendo lo stesso pacifismo cui ci ispiriamo dinanzi a un problema inedito: come uscire da una guerra sbagliata, da un’occupazione insensata durata vent’anni, senza sbagliare ancor più? La decisione di ritirarsi dall’Afghanistan non era un errore: lo è invece – catastrofe nella catastrofe – il modo in cui questo ritiro avviene.

I militari dell’alleanza occidentale (la Nato, guarda un po’, che in quella parte del mondo mai avrebbe dovuto intervenire), il cui contingente era già stato ridotto a partire dal 2014, avrebbero dovuto lasciare il Paese per ultimi, dopo aver messo al sicuro, se non altro, quel variegato mondo che campava soprattutto nella capitale intorno agli occupanti. Poi si sarebbe dovuto pensare alle persone a rischio di essere uccise: per questo – inutile girarci intorno – bisognava e bisogna trattare con i talebani i modi in cui assicurare loro che non sarebbero state toccate. Ma gli “studenti islamici”, che si sono visti consegnare Kabul senza resistenza, dovevano essere fermati alle porte della capitale al fine di impostare un negoziato. Mai e poi mai si sarebbe dovuto contare sul pressoché inesistente esercito afghano e sul governo fantoccio locale su cui Biden, incoscientemente, ha fatto affidamento.

Sul ruolo delle corti internazionali di giustizia

L’interessante articolo di Guido Ruotolo pone l’accento sulla impotenza delle corti internazionali a far fronte alle crisi che si sono succedute dal 2001 a...

Afghanistan, Iraq, Libia, Siria: il disastro dell’Occidente

La risoluzione 1973 del 17 marzo 2011 del Consiglio di sicurezza dell’Onu autorizzò i francesi ad aprire il fuoco sulle truppe speciali di Gheddafi...

Afghanistan, ipotesi sulla dottrina Biden

Per quanto riguarda noi, cittadini europei non coinvolti con la guerra ma soltanto testimoni dei fatti, la dura vicenda di chi tenta la fuga dall’Afghanistan tornato nelle mani dei talebani avrebbe dovuto ricordarci il nostro annoso disinteresse per i profughi afghani che sono stati rispediti dalle nostre cancellerie nel loro Paese, perché l’Afghanistan veniva definito “ormai sicuro”. Possibile? Per quanto riguarda i cittadini di tanti Paesi a maggioranza islamica non coinvolti con la guerra afghana, quanto accade in queste ore dovrebbe indicare loro il peso del silenzio su quanto, nel nome dell’islam, accade in Afghanistan. Possibile?

Sono due elementi citati in questi giorni e che dovremmo tenere insieme per evitare che ci guidino le emozioni, destinate a essere effimere. Cos’è infatti che ha spinto molti a definire Kabul la nuova Saigon? L’ultimo soldato americano morto in Afghanistan è lontano nella memoria di tutti, risale forse a un anno fa. Dov’è la similitudine?

“Bloody border”, storie di ordinaria frontiera

(Questo articolo è stato pubblicato il 12 aprile 2021) Nella notte, la telecamera ruba le immagini fantasmatiche di questa storia di ordinaria frontiera. I...