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Sentenza regressiva sull’aborto negli Stati Uniti. E in Italia?

La sentenza “Dobbs v. Jackson” della Corte suprema degli Stati Uniti abolisce il diritto costituzionale all’aborto sancito dalla storica sentenza del 1973 “Roe v....

“Uber files”, quell’attività di lobbying in Europa

Il copione è quello ormai consueto: fuoriuscita di documenti da un data base, rivelazioni di nomi e relazioni compromettenti, autocritica dei responsabili, bonifica dei...

Stati Uniti: l’aborto non è più tutelato

Da sempre gli Stati Uniti hanno rappresentato la terra per eccellenza della libertà, nell’immaginario collettivo, con lo Stato come garante dei diritti individuali. Nel...

Oltre il centro

Il ceto medio del mondo va a destra. E i diritti, senza conflitto sociale, sono sempre revocabili. Sembra questa la lezione che ci viene...

Iran in crisi

Com’è noto da molto tempo, l’Iran è un Paese sottoposto a fortissime sanzioni economiche, dovute al suo programma nucleare. L’accordo raggiunto con la comunità internazionale sul nucleare iraniano, ai tempi della presidenza Obama, preludeva a un allentamento delle sanzioni. Ma poi l’amministrazione Trump ritenne quella scelta controproducente e pericolosa, e ritirò la firma degli Stati Uniti. Il governo che aveva raggiunto l’accordo, definito moderato nel senso di disponibile a rapporti non conflittuali con la comunità internazionale, e in particolare con Washington, perse le elezioni presidenziali del 2021; fu eletto l’attuale presidente Raisi, definito un falco, contrario a ogni miglioramento dei rapporti con la comunità internazionale, e in particolare con Washington.

Dopo una lunga riflessione, l’esecutivo di Raisi ha deciso di tornare a sedersi al tavolo dei negoziati per riportare in vita l’accordo firmato da Obama, e ritirato da Trump, comunemente definito come una rinuncia al nucleare in cambio della rinuncia alle sanzioni. Essendo l’Iran uno dei principali produttori mondiali di petrolio, il ritorno del suo greggio sul mercato petrolifero sarebbe molto rilevante. L’accordo con l’Iran è stato definito, dall’inizio della presidenza Biden, una delle priorità dell’amministrazione americana, che si è presentata con una scelta senza precedenti. Il presidente, infatti, ha negato colloqui di ogni tipo al principe della corona saudita Muhammad bin Salman, ritenuto responsabile dell’atroce delitto del giornalista e dissidente Khashoggi.

Il declino degli Stati Uniti nel “secolo lungo”

Si assiste al lento declino di quella che fu la potenza egemone della seconda metà del Novecento. Un processo che sarebbe forse addirittura dirompente, se non fosse attutito dal “secolo lungo”, cioè dalla permanenza, in questo primo scorcio del Ventunesimo, delle contraddizioni – ovvero delle ragioni di scontro a livello internazionale – ereditate dal Ventesimo secolo. C’è qualcosa di paradossale in una politica estera come quella dell’amministrazione Biden, che si preparava a una guerra fredda con la Cina – basata su una competizione economica, oltre che sulla dissuasione militare –, e che invece si è trovata ad affrontare una questione caldissima come quella dell’invasione dell’Ucraina, la quale proviene dritto dritto dalla storia di lungo periodo della dissoluzione del mondo sovietico e delle sue guerre intestine. Qualcosa di paradossale ma anche di provvidenziale. Gli Stati Uniti d’America, infatti, hanno sempre avuto bisogno di essere un “impero del bene” contro un “impero del male”: è consustanziale alla stessa nozione di “Occidente libero” che ci sia, dall’altra parte, un mondo oscuro e oppressivo cui contrapporsi. Se Putin non si fosse palesato da sé come quel maniaco panrusso capace di un bullismo geopolitico fondato sul possesso dell’arma nucleare, si sarebbe quasi dovuto inventarlo, come in passato si sono costruiti altri mostri (un nome fra tutti, quello di Saddam Hussein, da piccolo despota locale promosso a minaccia planetaria), al fine di dare carburante propagandistico a una potenza sempre più priva di missione.

Così una Nato che vivacchiava tra la perdita di senso in Europa e la sconfitta in Afghanistan, è ritornata prepotentemente in auge, e perfino Paesi come la Svezia e la Finlandia ora chiedono di entrarvi. Nell’interesse degli Stati Uniti, la guerra in Ucraina deve durare – sebbene i suoi obiettivi non possano essere affatto chiari, mentre solo con una specie di “pari e patta”, spingendo Putin a un tavolo “di pace”, si potrebbe arrivare a indebolirlo politicamente, rendendo evidente – anzitutto agli occhi degli stessi russi – come sia negativo il bilancio, in termini di distruzioni e perdita di vite umane, dell’aver messo le mani su una porzione di territorio, in fin dei conti, limitata.

Biden, l’America latina e le migrazioni

L’irresolutezza del presidente degli Stati Uniti su questioni epocali, quali l’immigrazione e i rapporti con governi non affini – quello di Cuba in primis...

De Mita e Berlinguer, convergenze parallele

“Devi intuire dove andrà il disco e non limitarti a seguirlo lì dove si trova, altrimenti nell’hockey non ti troverai mai al posto giusto data la velocità del gioco”. Così Steve Jobs sintetizzava ai suoi collaboratori il senso dell’innovazione digitale. Ciriaco De Mita è stato uno dei pochi politici italiani ad anticipare il disco, ma poi ha sbagliato tutti i tocchi per indirizzarlo. Un destino non dissimile da quello del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, di cui nei giorni in cui è deceduto il dirigente democristiano si celebra il centenario della nascita. Due destini fortemente intrecciati, nelle motivazioni e nella strategia che hanno seguito.

“Bisogna convincere prima la Chiesa, poi gli americani e infine l’elettorato moderato del Sud”. Così De Mita raccontava che gli rispose Aldo Moro, alla fine degli anni Sessanta, quando l’allora giovane e irruento parlamentare irpino lo sollecitava ad accelerare l’apertura a sinistra. Quelle tre categorie sociali – i cattolici, le forze atlantiche e i ceti medi periferici – rimasero il terreno di coltura di quell’incontro, mai realizzato, fra comunisti e democristiani. Berlinguer, nei suoi saggi sul compromesso storico del 1973, ragionava proprio attorno a questi tre scogli: come aggirarli e integrarli nell’alleanza popolare che immaginava?

Che succede in Cina

Mentre gli Stati Uniti si predisponevano a una nuova guerra fredda con la Cina (vedi il nostro articolo del 20 settembre scorso), ne è...

In una sentenza il futuro dell’aborto negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti si stanno spaccando in due, e negli ultimi giorni la divisione non è soltanto tra democratici e repubblicani, ma tra pro-life...